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Le pensioni dei parlamentari e l’incognita sulla durata della legislatura

Politica

Cosa succede ai trattamenti, ora interamente con il sistema contributivo, con il Parlamento sciolto prima del 24 settembre 2022 

 

© Francesco Fotia / AGF  – L’aula del Senato

Che fine faranno le pensioni di deputati e senatori se la legislatura dovesse terminare prima della data ‘fatidica’ del 24 settembre del 2022?Ovvero, prima dei 4 anni e 6 mesi e un giorno previsti dalla riforma del sistema pensionistico di Camera Senato con cui sono stati aboliti i vitalizi, a decorrere dal primo gennaio del 2012, (rimasti in essere solo per gli ex parlamentari e poi tagliati tre anni fa dal Parlamento su spinta dei 5 stelle) per passare a un sistema contributivo.

Ebbene, secondo le norme in vigore, deputati e senatori non maturerebbero il diritto a percepire l’assegno pensionistico, perdendo anche i circa 50mila euro di contributi finora versati. 

Ma per palazzo Madama le cose non starebbero esattamente in questi termini, come spiega il senatore di Forza Italia Luigi Vitali, contattato dall’AGI, presidente del Consiglio di Garanzia del Senato: è vero che i senatori, se la legislatura dovesse terminare in anticipo non percepirebbero la pensionema è altrettanto vero che potrebbero riscattare i contributi versati, quindi senza perderli, versando i contributi mancanti per raggiungere l’intero periodo della legislatura, così da maturare la pensione.

Al contrario, per la Camera questo non è possibile, precisa il Consiglio di Giurisdizione. Una deroga è stata prevista nel 2019 per i deputati subentrati in corso di legislatura. 

Le pensioni dei parlamentari, che con la riforma del 2012 – nel pieno del governo Monti e della stretta sui costi della politica – sono state legate a stretto filo alla durata della legislatura, da allora sono tema che ricorre spesso nel dibattito politico.

Tanto più adesso in vista dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica e dell’ipotesi di un ‘trasloco’ di Mario Draghi da palazzo Chigi al Colle più alto il che, è il timore (o per altri l’auspicio), potrebbe comportare uno scioglimento anticipato delle Camere.

Da qui l’interrogativo: che fine faranno le pensioni di deputati e senatori se non avranno maturato i 4 anni e sei mesi e un giorno previsti dalla riforma del 2012? E ancora: i contributi finora versati saranno persi?

Per il Consiglio di garanzia del Senato non è così: “Siamo stati investiti della questione da 3 ex senatori”, spiega il presidente, l’azzurro Vitali.

“Due erano subentrati in legislatura in corso, uno si era dimesso”. L’organismo di palazzo Madama ha quindi assunto una decisione in merito, che potrebbe fare da apripista. “La nostra decisione è stata presa sulla base della normativa Ue intervenuta su ricorso di alcuni eurodeputati.

Secondo la Corte hanno diritto al riscatto della pensione a condizione di essere stati in carica almeno 12 mesi versando i contributi mancanti, compresi quelli spettanti all’amministrazione”.

Ora dovrà esprimersi il Consiglio di presidenza del Senato, ma intanto “vale la nostra decisione: i senatori potranno avere diritto alla pensione a condizione che siano stati in carica almeno 12 mesi e che versino tutti i contributi mancanti fino a raggiungere i 4 anni e 6 mesi e un giorno, a costo zero a carico del Senato.

Un principio che vale per tutti, chiedendo il riscatto di quanto versato”.

Di tutt’altro avviso Montecitorio: “Non esiste alcuna sentenza della Camera che stabilisce che i deputati maturerebbero la pensione in caso di scioglimento della legislatura prima di quanto previsto dalle norme in materia”, precisa il Consiglio di Giurisdizione della Camera.

Esiste invece una sentenza del 2019, prosegue l’organismo interno di Montecitorio, “che esamina il caso di alcuni deputati subentrati a legislatura in corso e per i quali, anche se la XVII legislatura fosse durata 5 anni (come poi effettivamente è successo) non avrebbero maturato i requisiti per l’ottenimento della pensione al compimento dei 65 anni d’età.

In particolare essi lamentavano che, in questo modo, sarebbero andati dispersi i contributi che comunque avevano versato alla Camera.

Il Consiglio ha deciso di consentire a questi ex deputati di completare la contribuzione degli anni mancanti al quinquennio, versando di tasca propria, a condizione che siano stati in carica per almeno tre anni”.


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