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L’elezione del Capo dello Stato, metodo e rispetto dei cittadini

Politica

Dario Patruno

 Quando ero ragazzo le elezioni del Presidente della Repubblica 1971 e del 1978 avevano un loro fascino in quanto i miei nonni e zii materni che ricordo con tanto affetto si sedevano in salotto e con il televisore in bianco e nero seguivano le operazioni di voto e lo spoglio con grande interesse dividendosi in tifoserie pacate e appassionate, valutando attentamente il comportamento del presidente della Camera dei deputati che presiedeva le sedute.

Quello che c’era alla base era il rispetto per un sacro rito che rappresentava l’acme di un modo di rispettare e al tempo stesso tifare per personalità che poteva e dovevano rappresentare tutti e ciascuno. Il popolo partecipava ognuno nel suo ruolo. In fondo chiunque prevaleva aveva il rispetto degli avversari e non esistevano i nemici. La mediazione era una nobile arte affidata ai partiti ma anche a quella componente che oggi i leader osteggiano come una brutta bestia qual è la corrente di partito.

Il clima è cambiato, in questi giorni abbiamo ascoltato “Ascolto tutti e poi decido” oppure ci capita spesso non solo in sede nazionale ma anche regionale “la relazione del segretario è stata approvata all’unanimità”. Il dissenso non esiste, in fondo ogni segretario nazionale pensa di possedere l’insieme dei carismi e non il carisma dell’insieme che è un brocardo pronunciato da un compianto arcivescovo ma che ben si addice a queste situazioni. Quest’ultima affermazione presa in prestito dal linguaggio ecclesiale rende in maniera gentile quella che è la percezione dove il manovratore non ama essere disturbato nel suo ruolo per cui molti hanno deciso di scendere dall’autobus dell’unanimismo.  

Aumenta la percentuale dei votanti per quel partito e quindi il capo ha ragione a prescindere. La relazione viene votata all’unanimità senza astensioni o voti dissenzienti e quindi l’unanimità è la formula che benedice la leadership del segretario nazionale di partito chiunque esso sia.

Forse la storia dei partiti che per Costituzione hanno come unico obiettivo “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”, recita l’articolo 49 insegna che il metodo è democratico e l’unanimità va distinta dall’unanimismo che è sottomissione al capo di turno.

La tanto vituperata Democrazia Cristiana aveva al suo interno un metodo che era quello dei congressi in cui le correnti avevano un ruolo fondamentale e in cui anche quelle minoritarie avevano una loro incidenza e vivacità tale da influenzare l’indirizzo politico del partito. Basti pensare alla componente morotea che a volte non superava l’8% ma che finiva per indirizzare il partito.

Oggi esistono i pronipoti di queste componenti e non sono i migliori in quanto molti di quelli si allontanarono dalla politica attiva disgustati dalle nuove liturgie del potere che ammiravano i movimenti più che i partiti.

Ma ecco che ogni sette anni rispolveriamo il ruolo dei partiti dopo aver contribuito tutti ad allontanarci e a distruggerli perché si va al voto segreto e quando non si può controllare le coscienze e le menti subentra la paura, l’horror vacui, la paura del nulla.

Oggi si ha paura di evocare parole come congressi quasi a ricordare notti di lunghi coltelli e non momenti di confronto in cui nascono o si cementano amicizie. Già nella Dc ci si chiamava amici mentre nel partito comunista e socialista ci si appellava compagni. Quest’ultimo termine utilizzato in politica indica un individuo che cerca la propria realizzazione attraverso un progetto comune di tipo solidale e collettivistico.

Ma questi termini che avevano grande significato e un fascino da galantuomini, oggi provocano vergogna o vengono dimenticati ma sono ben altre le cose di cui ci si dovrebbe vergognare. Ed ecco affannarsi le truppe camellate per questo o quel candidato o candidata senza citarli per non bruciarli ancor prima che il nome venga proposto. Altro pericolo per la democrazia è la tentazione di eleggere Draghi per applicare un altro proverbio “promoveatur ut amoveatur” nel senso che Draghi  uomo delle istituzioni ma nettamente superiore per cultura e statura istituzionale al ceto politico in circolazione diventa con il passar del tempo ingombrante e insostituibile tanto da rendere necessaria la sua elezione a Presidente della Repubblica per accelerare il processo di avvicinamento alle elezioni. Il che non è detto perché il problema dietro l’angolo è: abbiamo votato la riduzione dei parlamentari salutandola come la manna taumaturgica della democrazia ma con quale legge elettorale andremo a votare un nuovo parlamento?

Seicento  eletti diventano portatori di interessi di pochi e se pensiamo che un eletto in media rappresenta poco più di un milione di cittadini questo mi preoccupa e mi inquieta.  

 A proposito questo paese sta parlando poco di candidate donne e questo lo considero un buon auspicio che come diceva Nino Manfredi “fuss ca fuss la volta bona”. 

 

 


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