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L’ironia è il sale della vita. Intervista a Ezio Paolo Reggia

Arte, Cultura & Società

a cura di Mariangela Cutrone

Novelle spettinate. Rapsodi Erranti in fila per tre con il resto di due”” è il nuovo libro del noto manager di successo Ezio Paolo Reggia edito da Guerini & Associati. Con questa raccolta di ventitré novelle che sovvertono i luoghi comuni e che spingono il lettore a mettere in discussione tutti i cliché e gli “schemi mentali” radicati nella la società in cui viviamo, Reggia si riconferma un grande e saggio novelliere. Le sue novelle sono un invito a non prendersi troppo sul serio e ad imparare a vivere con leggerezza tutto ciò che l’esistenza ci riserva.

La lettura di “Novelle spettinate” inevitabilmente fa sorridere e ammalia pagina dopo pagina attraverso personaggi esilaranti proiettati in scenari surreali ricchi di originalità e dettagli inediti. Lo stile narrativo di Reggia è brillante e lascia trasparire una dote innata per la scrittura oltre ad una fervida fantasia. Colpisce l’ironia con la quale il “novelliere” affronta le più disparate tematiche che riguardano la vita quotidiana di ognuno di noi.

Un libro spassoso, scritto ad arte da un grande conoscitore dell’animo umano. Già l’originalità del titolo è di per sé in grado di ammaliare il lettore che senz’altro non ne rimarrà deluso dopo averlo letto. Di leggerezza, ironia e “luoghi comuni” conversiamo piacevolmente con Ezio Paolo Reggia in questa ispiratoria intervista.

Come e quando è nata la sua passione per la scrittura?

È nata nell’adolescenza mentre preparavo gli esami di terza media. Sapevo di essere preparato, ma dovevo dare l’impressione ai miei genitori di continuare a studiare. Coperto alla loro vista da una caterva di libri, ho scritto un romanzo giallo che non compare tra i dieci libri che ho finora pubblicato con vari editori (Il Sole 24 Ore, Sperling&Kupfer, Guerini e Ass.ti, i più importanti).

In quell’occasione ho scoperto che leggere e scrivere sono la stessa cosa. E non ho più ‘mollato’.

Come mai la scelta del titolo “Novelle Spettinate” per questa raccolta di racconti?

Spettinati sono coloro che hanno i capelli arruffati perché non usano il

pettine: uomini e donne le cui capigliature sono sapientemente modellate dal vento. E dal cuscino.

Il titolo è coerente con i contenuti del libro composto da narrazioni

verticali costruite su pensieri laterali che possono spettinare chi è

abituato a farsi la ‘riga’.

Per comprendere appieno il significato metaforico della titolazione, consiglio una meditata introspezione, meglio se fatta all’alba, prima di riordinare i capelli tanto più se in quelle ore ci si sente un po’ intronati. Cioè, se si crede di essere eredi al trono.

I suoi personaggi sono ben delineati psicologicamente, da dove nasce questo suo interesse per il genere umano?

Nasce nella notte dei tempi. Dopo la laurea in economia ho completato gli studi conseguendo un master in psicosociologia dell’organizzazione. Da allora ho continuato a coltivare l’hobby della psicologia, generale e clinica, nonché della sociologia, seguendo scuole e indirizzi diversi.

Questo bagaglio formativo, insieme alle letture di vario genere e ad un’innata empatia, cioè la capacità di mettersi nei panni degli altri, credo mi abbia aiutato a sviluppare una spiccata sensibilità per l’umano.

I personaggi dei miei racconti, con le loro attribuzioni e caratterizzazioni, sono il parto della mia fantasia e il risultato delle mie pulsioni, entrambe originate da ciò che la mia mente ha sedimentato nel corso degli anni.

Colpisce l’ironia con la quale lei racconta le tematiche che emergono dal suo libro. Per lei che ruolo ha l’ironia nella vita moderna?

Il ruolo del sale, ma non del pepe.

La mia credo sia un’ironia ‘buona’, finalizzata all’umorismo un po’ canzonatorio e irriverente, realizzato con giochi di parole e ambientazioni surreali.

L’umorismo significa ridere con gli altri al contrario dell’ironia ‘cattiva’ dove si ride degli altri.

Il tono ironico-umoristico dei miei racconti aiuta a non prendendosi troppo sul serio. Rimanendo seri. E ad interpretare le vicende della vita di tutti i giorni in modo disincantato, ma non cinico.

L’ironia, così come io la intendo, ai giorni nostri per definizione caratterizzati da articolazioni e complessità, soccorre fungendo da antidoto al pessimismo e al catastrofismo.

E la leggerezza? Come allenarla?

Leggerezza non significa superficialità.

Leggerezza è una modalità della vita e dello spirito che la anima, consente a coloro che la praticano di sentirsi snelli, sgonfi, poco pesanti perché capaci, con o senza l’aiuto del prossimo, di disfarsi dei fardelli che gravano sulle loro spalle gettandoli nei cassonetti dell’indifferenziata. Leggerezza è essere allietati dalla lievitazione della mente nel positivo.

Come allenarla? Non esiste una ricetta universale; certo è che la volontà gioca un ruolo essenziale, da essa dipende in buana parte ciò che siamo.

C’è un personaggio dei suoi racconti al quale è particolarmente affezionato e perché?

I personaggi dei racconti sono tutti figli miei. Da buon padre di famiglia non dovrei esprimere preferenze, tuttavia c’è un certo Giangallo Sarago, protagonista de ‘L’abito non fa il monaco’, che mi è particolarmente caro.  È un personaggio descritto prima monaco, poi come demonio, che ho inserito in un racconto esilarante, spassoso e rocambolesco, ricco di battute e di situazioni surreali dove l’umorismo la fa da padrone dall’inizio alla fine dello storytelling.

Confesso che pur conoscendo la narrazione a memoria, quando mi capita di rileggerla, scoppio a ridere come nei momenti in cui l’ho scritta. È la storia romanzata e iperbolizzata di un mio carissimo amico e delle sue gesta, ecco perché sono particolarmente affezionato al protagonista del racconto.

Le sue novelle sovvertono i luoghi comuni e l’ovvio…lei che ne pensa dei luoghi comuni?

I luoghi comuni sono spesso degli stereotipi frutto di opinioni precostituite, non acquisite sulla base di esperienze dirette. Sono generalizzazioni prive di significante, rappresentazioni semplificate della realtà, giudizi anticipati rispetto alla valutazione dei fatti, sono consuetudini di un linguaggio rituale spesso presente nelle liturgie sociali della vita di tutti i giorni. Sono funzionali a far trascorrere il tempo e a non ‘sforzare’ la mente sentendosi pienamente inseriti nel gruppo e nel contesto.

Purtroppo i luoghi comuni culturali sono diffusi e ben radicati nella nostra Società. E piuttosto duri a morire. Io penso che qualunque forma essi possono assumere: cliché, topos, frasi fatte, ragionamenti privi di ragionamento, essi siano dei tappi. Dei tappi che stoppano la mente mortificando l’intelligenza dell’uomo.

Nelle bottiglie di vino i tappi svolgono la loro funzione impedendo al celestiale nettare di uscire ed esprimere la sua natura vivace e spesso frizzante.

Lei ha diviso le sue novelle in sezioni, una sezione è intitolata “I tempi della vita”. Che rapporto ha lei con il tempo umano?

Non è nelle mie corde atteggiarmi a filosofo, certo è che il tempo dell’uomo, cioè il tempo della vita, non è il ‘tempo’.

Io sono in buoni rapporti con il mio tempo, peccato che mi venga l’emicrania quando ci penso. A volte mi chiedo che cosa vogliano dire veramente presente, passato e futuro. 

Per esempio, esiste il presente? O esistono solo il passato e il futuro?

Il presente è rappresentato dal ‘qui e ora’? Da un giorno? Da un mese? Da una stagione? Da un anno? Da quale frazione di tempo? Insomma, quanto dura il presente?

Quello che verrà tra un nanosecondo è già il futuro? La risposta alla prossima domanda rappresenterà quello che ora è il mio futuro? Quando ho risposto alla prima domanda ero nel presente che ora è il passato?

Quando i suoi lettori leggeranno questa intervista, leggeranno il mio passato che allora sarà il loro presente? Quel momento è il mio futuro?

Le varie fasi di intendere vita sono solo delle modalità convenzionali di associare il significante al significato?

Mamma mia! Quante domande e quante possibili risposte. Mi è venuto un gran mal di testa.

A chi consiglia la lettura del libro?

Penso a due categorie di lettori.

Alla prima appartiene chi, intelligente e curioso, ma prigioniero della routine intellettuale, voglia distrarsi facendo un colpo di testa e con il sorriso sulle labbra distaccarsi, almeno per una volta, dagli ‘schemi’ passando da una lettura con monocolo in bianco e nero ad una colorata da lenti variopinte. Per questi potenziali lettori vorrà dire uscire dalla fila, non scavare nella solita buca e affrancarsi dal ‘binario’.

Nella seconda categoria rientrano gli originali, quelli che vanno controcorrente e cantano fuori dal coro, rifuggono la banalità dell’ovvio e apprezzano una letteratura insolita, bizzarra, dove lo scritto è parlante per diventare parlato.

Gli altri, prego astenersi.


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