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Mattanza di delfini alle Far Oer

Attualità & Cronaca

Nonostante i continui richiami dell’ONU (che ha usato nel recente Rapporto COP/26 il termine “codice rosso per l’umanità”), le manifestazioni degli ambientalisti e il grido di allarme che si diffonde nel pianeta per l’azione di consumo e degrado della natura operata dall’uomo, al punto che si prevede la scomparsa di numerose specie animali e l’estinzione della vita stessa, la deriva distruttiva pare inarrestabile.

Disboscamenti, inquinamento delle falde acquifere e dell’aria, cementificazione selvaggia, consumo delle risorse ambientali, scioglimento dei ghiacciai e innalzamento dei mari per l’aumento delle temperature dovute ai gas serra, alle emissioni antropiche e di CO2: sono solo alcuni fattori che determinano una situazione di allarme senza precedenti.

Di fronte a questo declino inarrestabile i governi, le autorità, la scienza e ogni abitante della Terra dovrebbero intraprendere una decisa inversione di rotta, per preservare la sostenibilità di quell’insieme ecosistemico di cui siamo parte.

Giunge invece una notizia agghiacciante dalle tranquille isole Far Oer, un protettorato danese del nord Europa: il Grindadráp,  una caccia ai cetacei che avviene ogni anno, si è trasformata in una ‘mattanza’ senza precedenti nella storia di quel Paese. 

Ben 1500 delfini sono stati incanalati nella insenatura davanti alla spiaggia di Skálabotnur sull’isola di Eysturoy e poi uccisi con coltelli, arpioni, persino con strumenti a trapano particolarmente dolorosi. 

Non tutte le tradizioni recano con se’ esempi di civiltà da tramandare: in questo caso la crudeltà umana perpetrata con un rito che ha del tribale, ha superato ogni limite, anche rispetto alle analoghe Grindadràp del passato, mai era stato raggiunto un numero così alto di cetacei trucidati.

Ancora una volta l’uomo si è reso protagonista di un’azione esecrabile: oltretutto la carne dei delfini uccisi senza pietà supera di gran lunga la possibilità di essere consumata dai 50 mila abitanti delle isole Far Oer.

Come sempre, si è levata postuma la protesta di una parte della popolazione e delle associazioni naturaliste, anche se ci sono state prese di posizione a favore di questa barbara tradizione: come sempre (e come vediamo) c’è sempre chi si distingue in dabbenaggine, ottusità, insensibilità , indifferenza, crudeltà.

Secondo l’associazione Sea Shepherd, quella andata in scena è “la più grande uccisione di delfini o globicefali nella storia delle isole”, con più animali morti che in un’intera stagione.

Ci si chiede quali livelli inauditi la bassezza morale e l’infamia dell’uomo possa raggiungere, peraltro in nome di una tradizione secolare che dovrebbe qualificare la civiltà di un Paese.

Un fatto del genere dovrebbe essere stigmatizzato come primo titolo di ogni quotidiano del mondo.

Invece sarà presto dimenticato, forse riesumato ‘dopo’ la prossima mattanza.

Ma questo è solo un esempio degradante e inqualificabile di come anche nei posti più belli e tranquilli del pianeta gli uomini possano realizzare comportamenti scellerati contro la vita e la natura.

Forse la pandemia in atto non ha insegnato abbastanza: eppure l’eziopatogenesi del virus origina dalla violenta alterazione ambientale operata dall’uomo, sconvolgendo un equilibrio ecologico che dovrebbe preservare la sostenibilità della vita sulla Terra.

Evidentemente, come ebbe a scrivere Antonio Gramsci,  “la storia insegna ma non ha scolari”.

Francesco Provinciali


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