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Mishima è la freccia che ancora ci trafigge

Arte, Cultura & Società

Enrico Orsenigo

Recensione a: D. Breschi, Yukio Mishima. Enigma in cinque atti, Luni Editrice, Milano 2020, pp. 256, € 20.

Dare un perimetro, sagomare il mondo mishimiano è da sempre una impresa tentata, troppo spesso riuscita in maniera poco rispettosa. Altro accade ne I cinque atti di Breschi, che conducono verso un nuovo livello dell’analisi del mondo letterario e artistico di Mishima Yukio.

Secondo chi scrive, il tentativo di Breschi è riuscito non tanto per aver coinvolto, in duecentoquarantanove pagine, le vicissitudini salienti della vita dell’artista giapponese, ma soprattutto per essere riuscito a fornirne una ‘orografia’ senza chiuderla in maniera definitiva. È racchiuso qui il rispetto: mantenere intatto l’enigma attraverso una scrittura dal lessico ricco e la sintassi avanzata. Veicolare l’enigma dentro una grammatica impossibilitata ad esaurirlo; laddove una moltitudine di critici ambiscono l’esaurimento del significato biografico di un autore, Breschi raggiunge una precisione maggiore salvaguardando anzitutto l’inesauribilità biografica di Mishima Yukio.

Molto è stato detto e analizzato, perfino da voci autorevoli come Marguerite Yourcenar. Eppure i cinque atti qui recensiti forniscono nuove posizioni, poco abitate, da cui godere ancora di una personalità intrisa di mistero. Nel 1925 Junichiro Tanizaki si diceva preoccupato di fronte all’ondata di nuovi prodotti in arrivo dall’Occidente; primo fra tutti la luce al neon che avrebbe letteralmente spazzato via la cultura umbratile della candela. Ma la questione, già allora, era decisamente più ‘larga’, e così la sintetizzava Tanizaki: «come sistemare gli impianti della luce elettrica, del gas, dell’acqua corrente, senza che decoro e armonia dell’ambiente siano turbati?»[1].

Il 1925 è l’anno di nascita di Mishima, e in alcuni ambienti giapponesi aleggiava già una sorta di nostalgia del futuro. Un presagio sentimentale vicino la demartiniana apocalisse dei mondi culturali[2], in questo caso una catastrofe annunciata dall’arrivo della trasparenza in materia di società, e le luci al neon ne sono state solo un iniziale esempio. La quadratura del cerchio, dell’apocalisse dei modelli di azione giapponese, intravista da Tanizaki ai suoi albori, ha il suo compimento nell’epoca in cui Hiraoke decide di diventare Mishima. Sono gli anni del ‘secondo’ Freud, che da Vienna avverte e scrive Il disagio nella civiltà[3], la comparsa a oltranza di nuovi (e vecchi) diversivi della mente per deviare miseria, infelicità, ricordi, bruttezze attraverso la narcosi indotta dall’utilizzo smisurato di sostanze inebrianti. Il prezzo dell’incivilimento.

Il libro di Breschi, che lui stesso definisce come «la rendicontazione poetica di un viaggio personale, intimo» e «l’investigazione circospetta e documentata, fredda e oggettiva»[4], tiene giustamente in considerazione l’etimologia giapponese per tentare di avvicinare meglio, e risolvere, alcuni passaggi della vita dell’autore. Liquidare Mishima come un terrorista di estrema destra è una operazione che conduce alla comodità mentale, ad una sorta di torpore psichico provocato dalla garanzia di aver capito, ma “con poca soddisfazione”, come precisava Giovanni Lindo Ferretti. Facendo attenzione, appunto, all’etimologia, si scopre che il fare patriottico dev’essere necessariamente concepito e capito attraverso i due ideogrammi che lo compongono: Yukoku, il primo carattere (yu) significa “preoccupazione” e il secondo (koku) significa “paese”/“stato”. È possibile dunque che l’unione dei due ideogrammi conduca al significato della preoccupazione per il proprio paese, «una sorta di sensazione di tristezza al declino delle condizioni spirituali della nazione»[5].

Nei venticinque anni di attività letteraria e artistica Mishima ricerca nuove sintesi che, come osserva Breschi, tentano di rivenire l’alba della tradizione dentro l’imbrunire della modernità, una profusione di sonde che vengono gettate nella profondità della cultura – che per Mishima risiede nella superficie – per rinvenire rigurgiti di tensione spirituale. La tradizione come trazione di resistenza di ogni cultura. Resistenza a cosa? All’esistenza sganciata dal senso, anzitutto.

Breschi ricorda come Mishima, arrivato in America, sembrava perfino divertito dallo stile di vita americano, e non particolarmente preoccupato; segnala, inoltre, l’assenza di avversioni ma la presenza di dubbi relativi al piano estetico. Infatti, ne La coppa di Apollo, l’artista scriverà:

In America non esiste niente che si contrapponga alla bellezza. Questa è la peculiarità dell’America, e dovunque la nostra sensibilità viene risvegliata moderatamente e moderatamente viene fatta addormentare. Aprendo le finestre dell’albergo non si vede nulla di troppo brutto o sgradevole. Anche lo schiamazzo delle strade di New York è come un carillon un po’ rumoroso. In America ormai non c’è nemmeno la tanto temuta “volgarità”[6].

Ancora: «viviamo in un’”era democratica” della bellezza che non combatte né il rifiuto né l’odio. Grazie al culturalismo moderno, siamo tolleranti con tutte le più bizzarre forme di bellezza della storia»[7]. Almeno vent’anni prima delle teorizzazioni relative alla post-modernità (o seconda modernità), Mishima si accorge che qualcosa non quadra, che questa nuova fase del moderno ha esaurito le novità, in ogni campo. Breschi aggiunge: «ogni novità, anche in campo artistico, il giorno dopo è già sorpassata e la trasgressione, diventando canone e infine routine, si fa regola e la fantasia ne esce esausta, sterilizzata. Tutto appare come già detto, già visto, già sperimentato»[8]. E questo scenario ha dischiuso l’epoca odierna, segnata dalla scomparsa dei riti[9], delle mancate stabilizzazioni necessarie per vitalizzare il tempo e lo spazio, l’anno scandito in appuntamenti della comunità, «e i riti sono nel tempo quello che la casa è nello spazio», osservava Antoine de Saint-Exupery ne La cittadella[10]. Riti come tecniche temporali dell’accasamento.

Più il Giappone si modernizzava e più Mishima si faceva reazionario, ma come sottolinea l’Autore dei cinque atti, Mishima continuava ad essere anche sorridente e gentile, cortese nei modi e rigoroso nei principi. Contestatore di una cultura universale, cosmopolita, causa dell’evirazione della tradizione culturale giapponese «che era intreccio indissolubile di “crisantemo” e di “spada”»[11], Mishima espone a più riprese, con eleganza e talvolta timidezza, i concetti chiave del suo essere reazionario; concetti condivisi anche in uno dei manifesti del Tate no Kai redatti dall’artista stesso tra il 1968 e il 1970:

ci opponiamo radicalmente a tutte le ideologie che aspirano a una “società migliore e più luminosa”. Agire per il futuro è negare la maturità della cultura, negare la dignità della tradizione. […] L’efficacia non è un problema per noi, perché non pensiamo alla nostra esistenza o alle nostre azioni come un progresso per il futuro […]. Noi incarniamo le tradizioni della bellezza giapponese[12].

Radicali e trasgressivi nei confronti di un’idea di progresso che dilaga nel paese del Sol Levante attraverso una sorta di dittatura morbida, a tratti appena percettibile. Breschi studia e recupera il senso e l’organizzazione della cultura giapponese in Mishima, definendo questa come un’insieme di modelli di azione a cui si dà libero corso e possibilità di manifestazione creativa. Le espressioni che vengono mosse dall’anima nipponica spaziano «dalle arti teatrali del No e Kabuki al romanzo moderno, dalla cerimonia del tè e della disposizione dei fiori alle arti marziali, dalla disciplina militare allo Zen, dal kendo al judo»[13]; ma la radicalità delle anime nipponiche si esprime anche attraverso l’ultranazionalismo aggressivo, l’etica samurai, il suicidio rituale, la venerazione della figura dell’imperatore. Si capisce che vano è ogni tentativo di definire, unicamente con le logiche occidentali, l’assetto culturale di un Paese costituito da simili movimenti.

Mishima è molto altro, e infatti spesso si schierava su posizioni dalle traiettorie più sfuggenti, per esempio contro la banalità del bene conformista, in nome del bello dal potenziale traumatico. In definitiva, i cinque atti di Breschi consentono la circumnavigazione di un artista che continua a segnare il tempo, a scuotere lettori che si ritrovano a fare i conti con interrogativi non cercati, traumatici. In Confessioni di una maschera[14] Mishima racconta, attraverso il personaggio del giovane Kochan, la prima eiaculazione di fronte al San Sebastiano di Guido Reni, in una delle ultime pagine di un volume d’arte. Nel 1966 si fece fotografare da Kishin Shinoyama nella posa del martire; il corpo trafitto dai dardi. Dopo la lettura dei cinque atti rimane l’impressione che, ancora oggi, il dardo sia Mishima e il corpo quello del lettore.

[1] J. Tanizaki (1933), Libro d’ombra, trad. it. A. Ricca Suga, Bompiani, Milano 2000, p. 3.

[2] E. De Martino, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, Torino, Einaudi, Torino 2019. Ultima edizione aggiornata rispetto alla precedente (1977).

[3] S. Freud (1930), Il disagio nella civiltà, trad. it. E. Ganni, Einaudi, Torino 2010. Qui si segnala l’edizione di Einaudi perché, a differenza di quella stampata da Bollati Boringhieri, traduce correttamente il titolo mantenendo il significato voluto dall’autore S. Freud (nello specifico, il riferimento è alla scelta della preposizione articolata nella e non della).

[4] D. Breschi, Yukio Mishima. Enigma in cinque atti, Luni, Milano 2020, p. 11.

[5] C. Ross (2006), La spada di Mishima, trad. it. S. Beretta, Torino, Lindau, Torino 2008, p. 300.

[6] Y. Mishima (1951-1967), La coppa di Apollo, M.C. Migliore (a cura di), Atmosphere Libri, Roma 2021, p. 209.

[7] Ivi, p. 210.

[8] D. Breschi, Yukio Mishima…, cit., p. 100.

[9] B.-C. Han, La scomparsa dei riti. Una topologia del presente, trad. it. S. Aglan-Buttazzi, nottetempo, Milano 2021.

[10] A. De Saint-Exupery, Cittadella, trad. it. E.L. Gaya, Borla, Roma 1978. L’edizione originale in francese è postuma (1948).

[11] D. Breschi, Yukio Mishima…, cit., p. 162.

[12] Da uno dei manifesti del Tate no Kai redatti da Mishima tra 1968 e 1970, cit. in A. Rankin, Mishima Aesthetic Terrorist, cit., p. 163 (trad. D. Breschi).

[13] D. Breschi, Yukio Mishima…, cit., p. 166.

[14] Y. Mishima (1948), Confessioni di una maschera, trad. it. M. Bonsanti, Feltrinelli, Milano 1969.


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