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Morning Bell: i mercati, tra nuove sanzioni, Twitter e strategie cinesi

Economia & Finanza

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alle ore: 07:08

Attesa per le conseguenze che avrà il quinto pacchetto di misure contro la Russia attualmente sul tavolo della Ue. Contemporaneamente influiscono sul mondo finanziario le azioni di Musk su Twitter e le scelte di Pechino-

Mercati a Wall Street

AGI – I mercati sono deboli e cauti, dopo il balzo del Nasdaq di ieri a Wall Street. Le sirene d’allarme per possibili incursioni aree sono tornate a suonare in quasi tutta l’Ucraina, mentre Volodymyr Zelensky annuncia che oggi si rivolgerà al Consiglio di sicurezza Onu per le stragi di civili a Bucha e domani a Bruxelles, sul tavolo degli ambasciatori Ue, ci sarà il quinto pacchetto di sanzioni contro la Russia: nel mirino porti, petrolio e carbone, ma non il gas.

Nella giornata di artedì 5 aprile, in Asia, Tokyo e Seul sono poco mosse, mentre Hong Kong e Shanghai, le due piazze finanziarie cinesi, restano chiuse. A Shanghai oggi avrebbe dovuto finire il lockdown dei quartieri orientali, che invece proseguirà senza un termine ben definito per colpa dell’aumento dei contagi da Covid. I future a Wall Street sono deboli, dopo l’impennata del Nasdaq, che ieri ha chiuso a +1,9%.

A spingere i tecnologici è stata soprattutto Twitter, salita del 27%, dopo che Elon Musk, il patron di Tesla, ha annunciato a sorpresa di essersi comprato una quota del 9,2% del social network di microblogging. Deboli anche i future sull’EuroStoxx 50, dopo che ieri le Borse europee hanno iniziato la settimana positivamente.

Il focus in Europa è la discussione sulle nuove sanzioni alla Russia. Oggi si riunisce l’Ecofin e domani si riunirà il tavolo degli ambasciatori Ue. Per la Commissione “nulla è escluso ma bisognerà vedere le condizioni politiche“. Tuttavia Germania e Austria hanno messo il veto sul gas, dichiarando che interrompere le importazioni di gas russo “nel breve termine” non è possibile, perchè danneggerebbe più l’Unione Europea che Mosca.

Il prezzo del petrolio torna a salire

Il Wti a New Yok supera i 103 dollari al barile e stamane in Asia avanza oltre quota 104 dollari, mentre il Brent sfiora i 109 dollari. La scarsa offerta e la possibilità di ulteriori sanzioni alla Russia hanno più che compensato il rilascio coordinato delle riserve strategiche dalle nazioni consumatrici e in particolare di quelle Usa, che alla fine della settimana scorsa avevano arretrare del 13% il prezzo del petrolio.

Intanto questa settimana c’è attesa per i verbali della Federal Reserve e della Bce, che uscirano rispettivamente domani e dopodomani. L’aspettativa è che la Fed proceda con una serie di aggressivi rialzi dei tassi di interesse, portando il costo del denaro in rialzo tra il 2,5% e il 2,75% alla fine del 2022.

I mercati stanno già prezzando questi rialzi e prosegue negli Usa l’inversione dei rendimenti tra il tasso sul Treausury a due anni e quello a 10 anni, che sono rispettivamente al 2,43% e al 2,41%. Lo sfasamento tra i due tassi e soprattutto il fatto che il tasso a breve superi quello a lungo termine, rappresenta un’anomalia e per i mercati è il segnale di una possibile recessione in arrivo nei prossimi 12/24 mesi.

Ue accelera sulle sanzioni ma è stallo sul gas

Le atrocità di Bucha scuotono l’Europa che chiede nuove sanzioni sulla Russia. Oggi a Bruxelles sul tavolo degli ambasciatori Ue ci sarà il quinto pacchetto di sanzioni verso la Russia: nel mirino porti, petrolio e carbone. L’Italia non porrà veti ma Berlino e Vienna frenano sullo stop a Gazprom.

Interrompere le importazioni di gas russo “nel breve termine” non e’ possibile e danneggerebbe più l’Unione europea che Mosca, ha affermato il ministro delle Finanze tedesco, Christian Lindner. “Abbiamo a che fare con una guerra criminale, è evidente che dobbiamo porre fine il più rapidamente possibile ai legami economici con la Russia”, ha spiegato Lindner, avvertendo però che “il gas non può essere sostituito nel breve termine”.

Per Berlino l’Ue deve differenziare tra petrolio, carbone e gas, rimpiazzando progressivamente gli approvvigionamenti mancanti. Intanto il governo italiano punta a portare oltre 20 miliardi di metri cubi di gas addizionale da qui al 2024 da fonti alternative alla Russia grazie agli accordi in corso di definizione con Libia, Azeirbaijan e Algeria.

Musk e Twitter

Twitter ha guadagnato oltre il 27% a Wall Street dopo che Elon Musk, il patron di Tesla, si è comprato una quota del 9,2% della società. Musk è un assiduo utilizzatore di Twitter, che però ha spesso pubblicamente criticato. La settimana scorsa ha detto che intende costruire un nuovo social media.

Il mese scorso Musk ha chiesto ai suoi follower se pensavano che Twitter “aderisse rigorosamente” al principio della libertà di parola, che ha definito essenziale per una democrazia funzionante, aggiungendo che “le conseguenze di questo sondaggio saranno importanti” Più del 70% degli intervistati ha risposto di no.

In base al deposito del suo acquisto di azioni Twitter risulterebbe che Musk ha comprato questi titoli prima di pubblicare il sondaggio. A chi gli ha chiesto se stesse pensando di acquistare una propria piattaforma di social media, Musk ha risposto di starci “seriamente pesando”.

Più volte Musk in passato è stato citato in giudizio, anche dalla Sec, la Consob Usa, per le sue dichiarazioni su Twitter a proposito di Tesla, la società produttrice di auto elettriche di cui è proprietario.

Il dilemma della Fed

La settimana scorsa negli Usa i rendimenti dei Treasury a 2 e 30 anni si sono invertiti per la prima volta dal 2019 ma soprattutto si sono inveriti quelli a 2 e 10 anni, i più importanti, quelli che per i mercati rappresentano il segnale di una possibile recessione in arrivo nei prossimi mesi.

Questa settimana l’inversione prosegue, anche se adesso la curva dei rendimenti statunitense si è fermata al 2,5%, vicinissima a quel 2,4% che la Fed considera il punto di equilibrio che si è data a lungo termine. In pratica i mercati hanno già prezzato tutti i rialzi che la Fed si aspetta di fare a lungo termine.

“A mio avviso – spiega Antonio Cesarano, chief global strategist di Intermonte – questo significa che la parte a lungo, lunghissimo termine è pronta a diventare sempre di più un termometro del rischio di recessione”. Salterebbe così l’idea di un soft landing da parte della Fed, che punta a rialzare velocemente i tassi per frenare l’inflazione senza danneggiare troppo la crescita. Questo è l’obiettivo della Fed e anche quello di Joe Biden, in vista delle elezioni di mideterm novembre.

L’ipotesi è che l’economia Usa sia abbastanza forte da assorbire un rapido e aggressivo aumento dei tassi. Tuttavia l’inversione della curva dei rendimenti ci dice un’altra cosa e cioè che questa ‘cura da cavallo’ della Fed contro l’inflazione, in un tempo molto ristretto potrebbe spingere l’economia Usa in recessione.

In pratica negli Usa ci sono attualmente due scuole di pensiero. Entrambe ammettono che l’inversione della curva del 2-10 anni in genere significa che entro 12-24 mesi potrebbe arrivare una recessione. Gli ottimisti sostengono che stavolta è diverso e che la Fed frenerà l’inflazione, rallentando l’economia ma senza farla entrare in recessione.

“Il mio timore – spiega Cesarano – è che la guerra e i rapidi e aggressivi rialzi dei tassi della Fed, in questa fase, accelerino i fattori di rallentamento della crescita, portando gli Usa in recessione nel 2024 “. Domani dai verbali della riunione della Fed di marzo, non usciranno grandi novità sui tassi ma semmai si saprà qualcosa di più sui tempi della riduzione del bilancio della Fed.

Le strategie di Pechino per la crescita

La Cina abbandona lo slogan maoista sulla ‘prosperità comune’, lanciato nell’agosto scorso da Xi Jinping e fondato sulla lotta all’arricchimento, per puntellare una traballante crescita economica. Nel marzo scorso Pechino ha ribassato le stime di crescita per quest’anno, portandole dal +6% al 5,5%.

La perdita di slancio dell’economia cinese è legata a diversi fattori: la crisi immobiliare, l’aumento delle spese per la Difesa, salite del 7%, i lockdown per frenare l’aumento dei contagi di Covid, le interruzioni delle catene di approvvigionamento, le carestie che hanno ridotto del 20% i raccolti di grano.

La Cina non ha i livelli di inflazione delle economie occidentali ma teme l’inflazione importata, e per frenarla punta su uno yuan forte. Il programma sulla ‘prosperità comune’, volto a redistribuire la ricchezza nel Paese, era un po’ il ‘fiore all’occhiello’ della presidenza Xi, ma la sua cancellazione dimostra come sia difficile ridurre le diseguaglianze in Cina, in mancanza dell’abituale crescita a due cifre del Pil.

Lo slogan, nota il Wall Street Wall Journal, quest’anno è ricomparso solo una volta nel lungo rapporto sul lavoro, consegnato dal premier Li Kequiang a marzo. Nella provincia di Zhejiang, che era stata designata come il principale banco di prova per il programma, i nuovi piani economici praticamente non menzionano più le politiche redistributive, avviate per mettere più soldi nelle tasche delle famiglie cinesi meno abbienti.

Pechino ha accantonato la nuova tassa sulla proprietà che avrebbe dovuto finanziare i programmi di assistenza sociale. Il ministero delle Finanze ha detto solo che il piano era “troppo acerbo”, tagliando corto sulle spiegazioni.

Il sistema fiscale cinese è rimasto praticamente invariato, con il grosso delle tasse che continua a gravare sui lavoratori a basso reddito e gli aumenti delle aliquote fiscali delle classi più facoltose, semplimente rinviati. In Cina le imposte sui redditi individuali restano all’1,2% del Pil, contro il 10%  degli Usa, mentre la percentuale di previdenza resta al 6,5% del Pil, contro il 9% della media Ocse.

L’espressione ‘prosperità comune’ è stata usata più volte da Mao e Deng Xiaoping per descrivere gli ideali socialisti di riduzione della disuguaglianza. Xi l’ha riesumata nel 2021, denunciando il fatto che il 10% delle persone più ricche in Cina possiede il 68% della ricchezza totale delle famiglie. Nel gennaio scorso Xi ha ribadito che la realizzazione di una ‘comune prosperità’ non poteva aspettare.

Con l’economia cinese in forte ripresa dopo la prima ondata di Covid-19, i politici hanno accelerato quei cambiamenti con i quali speravano di soddisfare gli obiettivi del leader.

In primo luogo con la repressione delle industrie, considerate troppo redditizie o troppo rischiose dal punto di vista finanziario, a partire dal quelle che operavano su Internet. Poi introducendo regolamenti più severi per gli sviluppatori di proprietà, che hanno contribuito a innescare il crollo immobiliare. Inoltre avviando la repressione delle aziende tecnologiche e chiudendo le società di tutoraggio, accusate di promuovere la corruzione e le diseguaglianze tra i giovani e di favorire gli investimenti stranieri a scopo di lucro.

Poi però, la crescita cinese ha cominciato a rallentare più del previsto, è cresciuto il timore di fughe di capitali, è iniziata la guerra in Ucraina e il programma di ‘prosperità comune’ è finito nel dimenticatoio. Secondo alcuni economisti la Cina potrebbe rilanciarlo dopo il congresso del partito di questo autunno, se la crescita rimbalzerà fortemente. Tuttavia non è chiaro quali siano i programmi di Xi in proposito.

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