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Pagare di più i sindaci senza rendere omaggio all’antipolitica

Politica

Il riconoscimento economico non è uno stipendio (che prevede previdenza, ferie, permessi, qui inesistenti). Non a caso si chiama indennità, che vuol dire risarcimento. Lo stipendio è il corrispettivo del lavoro, ma quello politico-amministrativo non è un lavoro. E’ un servizio a termine.

Nascosta pudicamente tra le pieghe della legge di Bilancio, c’è una norma che riguarda l’aumento delle indennità dei Sindaci, che merita di essere commentata e valorizzata.

Fino a ieri era argomento tabù, per l’accettazione acritica dei luoghi comuni dell’antipolitica, ma l’Italia sta lentamente rendendosi conto che è autolesionistico demonizzare e penalizzare l’impegno civile di chi si dedica alla cosa pubblica, se non altro per l’ovvio motivo che la democrazia si basa su questo. L’ultimo cambiamento, quello di decidersi a riconoscere una indennità ai Presidenti di Provincia (con tanti saluti a quelli che lo hanno fatto gratis per anni) era passato sotto silenzio, come se ci si vergognasse.

Stavolta, è bene invece parlarne, e dire tutta la verità, anche che l’aumento previsto va dal 33% al 160%. Non piacerà all’Italia rancorosa del vaffa, ma è giusto così: era sbagliato prima, perché abbiamo visto ancora nelle ultime amministrative quanto è stato difficile trovare aspiranti credibili al ruolo di primo cittadino. Un bis delle candidature parlamentari che interessavano solo a scappati di casa.

Alcune, di imbarazzante inadeguatezza, tali da giustificare l’assenteismo degli elettori, in difficoltà nell’indicare una preferenza non condivisa o scegliere un simbolo non gradito, proprio la negazione della democrazia.

Non ci si può lamentare della scarsa qualità della politica, del deprimente spettacolo di parlamentari che non conoscono storia, geografia e congiuntivi, se non si applica mai un metodo di selezione, un criterio di meritocrazia premiabile anche in termini di remunerazione.

Attenzione: non si vuole dire che pagare fa la differenza. C’è – magari proprio tra i migliori –  chi lo farebbe gratis, anzi spesso lo fa davvero gratis perché lascia il gettone nelle casse del Comune, che di norma sono sempre piangenti.

Diciamo piuttosto che è una questione di dignità, a meno che non si voglia tornare alle èlites benestanti di un tempo, che inorridivano all’idea di essere pagati. Il suffragio universale esteso a tutti è però del secolo scorso e la politica non è materia riservata ai miliardari alla Grillo e Berlusconi.

Forse non ci si rende conto di quanto sia difficile, rischioso e spesso amaro il ruolo di un Sindaco.

Se lo hai fatto per ambizione ed orgoglio non c’è nulla di male.  Meglio dell’ignavia dei tanti che aspettano poi solo di metterti sulla graticola.

L’eccitazione della vittoria, la commozione del giuramento, la solennità dell’insediamento sono impagabili (per gli Assessori nemmeno quello; per i consiglieri comunali gettoni da 10 euro a presenza…). Poi, però, comincia la prosa della routine, per un impegno che è h24, senza soste e senza eccezioni. Il cittadino pretende una disponibilità totale e la sollecita talora con aggressività. Nei piccoli centri, il campanello della porta di casa suona a qualsiasi ora. I problemi non conoscono week end e vacanze, e nessuno ti ringrazierà per quello che fai. Anzi, non ti si perdona niente. La magistratura è sempre pronta a contestarti l’abuso di ufficio per una firma non meditata (e se è troppo meditata è considerata incapacità) e i giornali mettono subito il mostro in prima pagina (non a caso la norma sulla retribuzione è collegata ad una riforma dell’abuso di ufficio). I rischi penali e civili sono talora insopportabili, l’esposizione mediatica non è per le cose buone. Il Sindaco di Roma Marino viene ricordato non per quello che di male o di bene ha fatto, ma perché aveva una vecchia Panda parcheggiata in Ztl e perché i Casamonica avevano fatto un funerale con elicotteri spargipetali e lui non lo aveva impedito.

Il riconoscimento economico non è uno stipendio (che prevede previdenza, ferie, permessi, qui inesistenti). Non a caso si chiama indennità, che vuol dire risarcimento. Lo stipendio è il corrispettivo del lavoro, ma quello politico-amministrativo non è un lavoro. E’ un servizio a termine assegnato non per concorso ma dal voto democratico, e oggi (ieri era diverso) ti impedisce di fare altro. In un celebre discorso, Nilde Iotti sostenne provocatoriamente che il politico non è un cittadino “comune” come sempre si dice in questi casi, e le guarentigie (inesistenti per i Sindaci) non sono privilegi, ma appunto garanzie stabilite per un interesse generale, ad esempio l’autonomia economica degli eletti.  Difficile da far capire in tempi come questi, ma tutto si tiene: se cade una cosa, tutto il resto di una costruzione democratica finisce per soffrirne.

Nella piramide dei Sindaci, questo discorso sulla eccezionalità dell’impegno, vale tanto più quanto scendi verso la base. Provate ad amministrare un piccolo comune, a fronteggiare una pandemia, un’alluvione o semplicemente il distacco della corrente elettrica. Se il Sindaco di un Comune di 3000 abitanti riscuoterà anziché i 1600 euro lordi di oggi, il 33% in più, ci sembra persino troppo poco. Se quello di un capoluogo con più di 100 mila abitanti verrà compensato con 13 mila euro anziché 7 mila, pensate a quanto percepiscono i dirigenti delle aziende municipalizzate di quel Comune e quanto chi nel privato è responsabile di una grande azienda. Pensate ai debiti di Napoli o alle buche di Roma, dove si pensava che una giovane di belle speranze potesse governare trionfalmente (basta l’onestà!) un mostro con 25 mila dipendenti diretti e altrettanti collegati.

Speriamo dunque che in sede di conversione la bozza di Bilancio non tocchi questa innovazione che è persino triste definire coraggiosa, e che venga invece cancellata l’ipocrita norma che lascia a ciascun Comune la possibilità di applicare la legge.

O vale o non vale, o è giusta o non lo è. Impediamo l’esibizione della rinuncia, magari per fare campagna elettorale anticipata, rispettiamo la dignità del ruolo. Il cittadino è meglio garantito, anche nella sua critica, se l’amministratore pubblico è pagato il giusto.

E decidiamoci a distinguere questi falsi e sacrosanti “costi della politica” da certi veri danni all’interesse pubblico.

In termini di interesse generale, il problema non è la consistenza dell’indennità, ma quel politico che si esibisce contro l’euro e fa saltare in alto lo spread. E’ recente il ricordo dei Borghi e Bagnai che per civetteria sovranista, profittando di una forte visibilità dovuta allo stare allora in maggioranza, infliggevano al Bilancio dello stato costi del debito miliardari. Un giorno di irresponsabilità costa più dell’effetto composto di una giusta remunerazione di 8000 sentinelle del territorio.

Beppe Facchetti


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