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Per il dopo covid-19

Politica

Ricostruiamo il lavoro, abbattiamo le disuguaglianze 

di Romano Bellissima 

Il quadro occupazionale del nostro Paese è pesante. La pandemia ha già distrutto centinaia di migliaia di posti di lavoro, soprattutto tra i giovani e le donne e non è ancora finita. Se il governo, pressato dalla Confindustria, dovesse decidere lo sblocco dei licenziamenti la crisi potrebbe aggravarsi ulteriormente fino alla rottura sociale. Comprendiamo le preoccupazioni per il livello del debito pubblico, cresciuto in misura esponenziale cosa che limita i margini di manovra del Governo e tuttavia dobbiamo fare in modo che il sistema produttivo del Paese, aziende e lavoratori, rimanga in piedi e si trovi pronto per agganciare la ripresa economica, che, come sostenuto da più parti, dovrebbe arrivare nel 2° semestre di quest’anno.

    Infatti, siamo già a ridosso della buona stagione e con l’aumento delle temperature si dovrebbe attenuare la contagiosità del virus, intanto il programma di vaccinazioni ha preso a funzionare a pieno ritmo superando già il 50% delle persone vaccinate (almeno con la prima dose) e questo dovrebbe scongiurare una ulteriore impennata dei contagi nel prossimo autunno, salvo imprevisti di qualche nuova variante del virus resistente agli attuali vaccini.

    La politica dei Ristori, per quanto imperfetta e spesso anche ingiusta, in quanto tiene conto nel calcolo degli aiuti, non solo del mancato guadagno ma anche dei costi fissi delle aziende, che è un modo per elargire soldi anche agli evasori fiscali, ha tuttavia permesso a lavoratori, imprese, esercizi commerciali, ecc. di ricevere una, più o meno consistente, quota di rimborsi delle perdite subite.

    Questo meccanismo, nonostante le tante critiche, ha permesso a milioni di persone di non scadere nella povertà assoluta e soprattutto ha contribuito al mantenimento della domanda interna, evitando il crollo totale dell’economia.

    Mentre ricordiamo che in occasione della crisi del 2008, gli interventi governativi invece tagliarono drasticamente salari e pensioni, aumentarono le tasse sulla casa, i ticket sanitari, sottraendo così liquidità alle famiglie e facendo crollare la domanda interna di beni e servizi. La crisi finanziaria si trasformò rapidamente in recessione economica e produttiva, protraendosi per oltre un decennio, causando la perdita di quasi un milione di posti di lavoro, oltre alla caduta del PIL e all’aumento complessivo delle povertà.

    La pandemia, purtroppo, ha colpito il nostro Paese quando non avevamo ancora recuperato del tutto le perdite economiche e occupazionali della crisi precedente, aggravando ulteriormente la situazione socioeconomica.  Adesso il problema è: quale sviluppo dobbiamo attenderci? Quali sono gli asset strategici su cui puntiamo per la ripresa economica, sociale e occupazionale del Paese? Nel passato, attorno agli anni ‘50 e ‘60, la crescita economica fu affidata allo sviluppo dell’auto. Si costruirono le autostrade, le raffinerie di petrolio, si sviluppò l’industria metalmeccanica, l’industria della gomma, della plastica, delle vernici, del vetro, ecc.. e l’Italia arrivò così al miracolo economico. Oggi disponiamo di una massa di risorse finanziarie come non mai prima, una sorta di piano Marshall molto più potente di quello del secondo dopoguerra, che l’Europa ha messo a nostra disposizione per finanziare la ripresa. Ma non si conoscono ancora i progetti operativi dello sviluppo. Non possiamo e non dobbiamo sprecare l’occasione di ridurre finalmente il divario economico, sociale e territoriale tra nord e sud, avviare uno sviluppo equo dell’intero Paese. Solo così sarà possibile realizzare una crescita dell’economia nazionale superiore al 4% annua necessaria per abbassare l’indebitamento e soddisfare la domanda di lavoro degli Italiani.

    Secondo la legge del grande economista Artur Melvin Okun, per sviluppare l’occupazione occorrono due cose: una buona flessibilità del mercato del lavoro e l’innalzamento permanente del saggio di crescita di un sistema economico. In base a questa regola, per ogni punto di crescita dell’occupazione, occorre una crescita del PIL di due punti negli Stati Uniti, di tre punti in Giappone, di quattro punti in Germania, di sei punti in Italia ecc.. oggi il rapporto Pil/occupazione si è probabilmente leggermente modificato per effetto dello sviluppo tecnologico, tuttavia la formula rimane sostanzialmente indicativa. Il problema dell’Italia è prevalentemente rappresentato dall’enorme divario economico e occupazionale tra il nord e il centro sud del Paese, isole comprese. Se non si riduce tale divario sarà impossibile realizzare una crescita economica permanente, di quell’ordine di grandezza necessaria per far fronte alle esigenze del Paese, sapendo già, che le sole regioni del nord, al massimo della loro capacità, non riuscirebbero a garantire una crescita superiore al 2% annua su base nazionale. Per abbattere il divario nord sud occorrono investimenti massicci, prevalentemente sul piano infrastrutturale come: porti, strade, ferrovie, ponti, acquedotti, banda larga, siti industriali attrezzati, pubblica amministrazione efficiente e al servizio dello sviluppo, riforma fiscale incentivante per gli investimenti produttivi e soprattutto una riforma della giustizia capace di garantire la certezza del diritto nei tempi europei. Sono le condizioni indispensabili affinché anche il sud possa crescere e attrarre capitali internazionali di investimento e contribuire alla crescita economica del Paese.

    Vorrei ricordare, infine, che l’Italia non dispone di materie prime, di risorse naturali dalla cui estrazione e vendita ricavare risorse finanziarie per fare fronte alle sue necessità. Viviamo di lavoro, trasformiamo la materia prima che compriamo da altri e ricaviamo un valore aggiunto che è il frutto del nostro lavoro, del nostro ingegno, della nostra creatività. La nostra materia prima è dunque il lavoro e spetta a noi saperlo difendere, valorizzarlo, produrlo.       


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