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Perche’ i populismi vecchi e nuovi fanno male al popolo!

Politica

Leggo sul dizionario la definizione di populismo: Movimento politico-culturale russo, che si sviluppò tra la fine del sec. XIX e l’inizio del XX, aspirante a una sorta di socialismo rurale, in opposizione al burocratismo zarista e all’industrialismo occidentale.

Per estensione è stato attribuito a qualsiasi movimento politico diretto all’esaltazione demagogica delle qualità e capacità delle classi popolari.

La storia russa di fine XIX secolo vede la coesistenza del dispotismo zarista e della intellighenzia rivoluzionaria. In questo contesto nasce il gruppo Narodnaja Volja che, “armando” le idee populiste, riesce ad assassinare lo zar Alessandro II il 13 marzo 1881.

Questo non indusse il figlio dello Zar succedutogli ad andare incontro alle richieste dei contadini. Interessante dal punto di vista storico fu la diffidenza con cui i contadini accolsero le idee rivoluzionarie populiste che provenivano dalla città.

Ventisei anni dopo, la storia ebbe il corso noto a tutti come la Rivoluzione d’ottobre del 1917.

Quindi sgombriamo subito il campo da una appartenenza politica perché è trasversale e lega le persone ad una idea del popolo che viene assurto a governo del popolo quasi che tutti possano decidere del destino politico di ciascuno.

Questa idea nasce dal concetto sbagliato che la rappresentanza politica per quanto ampia sia insufficiente a rappresentarlo.

Il populismo e il popolo

Nel marzo del 2019 due testimoni del nostro tempo, Bartolomeo Sorge gesuita in pensione a Gallarate e la seconda Chiara Tintori già direttrice di Aggiornamenti sociali, si incontrarono e misero insieme alcune riflessioni.

Il titolo “Perché il populismo fa male al popolo- le deviazioni della democrazia e l’antidoto del “popolarismo” (Milano 2019), è una profonda e attenta analisi di come l’appello ai liberi e forti di Don Luigi Sturzo del 1919 non si realizzò con il partito popolare e neanche con la Democrazia Cristiana.

L’errore fondamentale della recente storia del popolarismo è stato quello di separare umanesimo e cristianesimo. Don Sturzo non accettò mai l’uso della parola “cristiana” nel partito della DC. Padre Sorge a distanza di un secolo, evidenzia come sia necessario introdurre il concetto di “laicità positiva”. Ma in cosa consiste?

La laicità e il bene comune

E’ un concetto più ampio, uno stile che comporta unità nella diversità fuori da ogni dogma, una laicità  inclusiva e non esclusiva.

Con questo concetto deve essere combattuto sia il confessionismo religioso che quello laico, ideologico che tanti danni ha creato al paese.

Ma l’orizzonte e’ quello del bene comune, non la somma dei beni individuali. “Infatti, oltre al bene individuale dei singoli il bene comune abbraccia una dimensione sociale, che riguarda tutti insieme i membri di una comunità, ogni singola persona è sempre un essere-in-relazione con gli altri.

I due aspetti del bene comune- personale e sociale- sono inseparabili.

Opportunamente si ricorda che la società viene prima dello Stato, ubi societas ibi ius.

Claudio Cerasa concludeva su IL FOGLIO di lunedì 20 settembre che “lo show è di fronte a noi e vale la pena di non perdersi nemmeno una scena” de L’antipopulismo dei populisti” ma francamente auspico in tutta sincerità che sia bandito da ogni consesso e che i cittadini possano associarsi liberamente in partiti e movimenti, come recita la Costituzione all’articolo 49, per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

La povera gente non ha bisogno di show mediatici ma di soluzioni serie ed eque alle problematiche vitali che affronta nel quotidiano.

Dario Patruno


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