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Poesia: il privilegio della nudità dell’anima, intervista a Mario Narducci

Arte, Cultura & Società

ROMA – Mario Narducci, poeta e giornalista aquilano, è tra le penne finissime e più feconde della Poesia italiana.

L’intervista è di un paio di giorni fa.

Abbiamo rivolto a Mario alcune domande “ebbre”, un poco fuori gli schemi tradizionali, che egli ha trovato assai stimolanti. Così si farà con altri poeti, una specie di tavola rotonda con interviste, nelle quali le domande sono fuori da ogni limite. Ecco quanto ci ha risposto Mario Narducci.

Promotore culturale di grande valore, presidente e componente di Giurie in premi di poesia italiani ed internazionali, dalla sua bella casa esposta su un dolce declivio a mezzogiorno d’un borgo alle porte dell’Aquila, risponde volentieri alle nostre domande, con la sensibilità e il garbo che da anni accompagna il nostro rapporto culturale e d’amicizia.

Sei un poeta del 2021. Ti senti fuori tempo, fortunato, necessario, nel vento o nella scrivania?

Anagraficamente dovrei sentirmi fuori tempo, invece non sono stato mai così nel tempo giusto come adesso che sono in età avanzata. Questo perché credo che essere nel tempo giusto sia il risultato non solo di un percorso coerente, ma anche di una severa attenzione a quanto ci circonda, nel tessuto sociale, negli accadimenti temporali, alle persone, alla natura, alle cose, a tutto ciò che ha un suo linguaggio e si propone a noi come interlocutore privilegiato. Essere contemporanei, insomma, non è questione di metrica o di rima, ma di far proprio un linguaggio che sia alla portata di tutti, nel privilegio della parola che deve risultare leggibile ed univoca, senza fraintendimenti. Io sostengo sempre che la poesia non va spiegata ma letta e gustata, perché va spiegato, nella poesia, il dato storico o il personaggio, mai ciò che si vuol dire e che fa parte della poetica personale. Quanto all’essere fortunato lo sono perché non mi sono mai sentito né mi sento estraneo al mio tempo e sono attento a cogliere ogni sua parola. Se mi sento necessario? Posso sentirmi necessario io che sono un atomo infinitesimale del nostro panorama letterario? L’ultimo dei verseggiatori e forse il più insignificante? Se mai mi sento necessario a me stesso, non perché senza poesia non potrei vivere ma perché attraverso la poesia realizzo una parte importante della mia vita di cui la poesia è componente viva, sintesi. Tutto questo discorso per dire in definitiva che mi sento nel vento, immerso nel mio tempo, non un animale da scrivania.

Chi ti legge perché secondo te lo fa? Perché è tuo amico, perché cerca risposte dagli sconosciuti, perché gli manca qualcosa?

Intanto è per me una continua sorpresa il constatare di avere dei lettori. Non riesco a capacitarmi, infatti, che possa esistere qualcuno a cui piacciano le mie cose e che possa ritrovarsi in esse. Che tra costoro ci siano amici dell’anima è un fatto che mi consola e mi rincuora perché è segno che c’è gente che mi vuole bene. Ma gli amici potrebbero anche tacere e non interessarsi alla mia poesia: resterebbero, per me, sempre amici. Ci deve essere allora qualcosa di più ed è la stessa cosa che, attraverso Facebook e non solo, li accomuna agli sconosciuti che dimostrano di apprezzare le mie cose. E questo qualcosa credo sia il linguaggio del cuore che io penso di avere, lo stesso che verbalmente mi fa diventare confidente di molti che cercano risposte che io cerco di dare, più che verbalmente, con i miei comportamenti. Si, molti mi leggono perché manca loro qualcosa ma non credo sia soltanto un mio privilegio. Ogni lettura, in prosa o in poesia, è far scendere in fondo all’anima qualcosa di cui si è privi. Io leggo altri per lo stesso motivo.

Se tu fossi giovane oggi rifaresti il tuo percorso culturale?

Guardando ai risultati francamente direi di sì. Non parlo in termini di successo ma di elaborazione culturale che mi porta ad essere quel che sono. Starei come ho fatto, sui libri a mandare poesie e brani di prosa a memoria. Ho avuto un insegnante al ginnasio, un frate per dirla tutta, che declamava poesia come un attore spingendoci a fare altrettanto. Quando si abbandonava a declamare i versi del Foscolo “O bella musa ove sei tu, non sento/ spirar l’ambrosia indizio del tuo nume/ tra queste piante ov’io siedo e sospiro/il mio tetto materno”… ci trasmetteva una scarica elettrica emozionale che avverto tutt’ora. Bisogna essere fortunati, certo, io lo sono stato perché il mio amore per la poesia risale a quel tempo, così come la mia scrittura poetica. Qualcuno ha detto che non è poeta chi scrive poesie a vent’anni, ma chi continua a scriverle anche in età avanzata. Io sono in questa età, anche se definirmi poeta è una esagerazione.

Mentre scrivi lo fai per te, per i lettori, per cercare in te risposte, per confessarti, per il successo, perché è un tarlo che ti divora?

Grazie a Dio non ho tarli che mi divorano, si chiamino anche poesia. Se fosse un tarlo sarebbe una malattia e ciò comporterebbe una instabilità mentale che non ho. Nemmeno posso dire di farlo per i lettori o per il successo, anche se non posso negare di rimanere lusingato ogni qualvolta ho riscontri positivi in premi letterari (partecipo pochissimo per la verità) o su Facebook dove ho una presenza assidua. Resta che scrivo per me stesso anche se non come necessità impellente. Ecco, scrivo per confessarmi ed è la prima volta che lo confesso anche a me stesso. Scrivo per cogliere attimi, per riflettere, per mettermi a nudo. Ripeto sempre che non credo nell’ispirazione intesa come qualcosa che cala dall’alto e della quale tu resti in attesa. Se non ti metti a scrivere la poesia non esce. Quindi l’ispirazione altro non è che uno stato d’animo, un’attenzione alle cose ed a ciò che ci circonda, che noi siamo pronti a cogliere. Come una mela su un albero, se non la cogli non la farai mai tua. Io ho studiato in un istituto religioso e sono abituato a quella che un tempo si chiamava meditazione, vale a dire a guardare dentro di me per migliorarmi in una sorta di serena competizione con me stesso. Del resto San Paolo accosta il cristiano ad un atleta che vola verso il traguardo. Scrivere come luogo privilegiato di meditazione. Questa è la poesia, che nessuno esclude dei temi cogenti che riguardano la vita dell’uomo in una prospettiva, nel mio caso, di grande speranza.

La memoria fa parte della poesia? La esalta, la cancella, riporta i sentimenti alla tua sfera personale, oppure innalza la gioia ed il dolore al di sopra delle parti?

Io sono convinto che senza memoria non ci sarebbe poesia perché è nella memoria che essa affonda le sue radici più robuste. Senza confondere memoria con nostalgia, perché la prima è atto positivo mentre la seconda è atto deleterio che esalta qualcosa che non torna, come i valori ad esempio. La memoria è come la tradizione senza la quale non c’è futuro. La memoria vivifica il presente. La memoria non è, come asseriva Chateaubriand, “attributo della stupidità”, ma gesto di anime nobili. La memoria e la poesia si esaltano vicendevolmente e tanto più si penetra nella sfera personale, tanto più si incrocia quella altrui. Quando ci si riconosce anche in un solo verso di una poesia, avviene infondo questo miracolo relazionale. Ecco perché nella poesia gioia e dolore hanno parte dominante, perché non solo ne sono l’anima, ma ne escono purificati. “Un dolore puro e completo è impossibile, come è impossibile una gioia pura e perfetta”, diceva Tolstoj. Bene, nella poesia è possibile anche questo miracolo.

Ce la faremo a mantenere viva la poesia?

La poesia sarà viva fino a che ci sarà qualcuno che scriverà l’ultimo verso. Vale a dire che sarà viva per sempre. E non mi riferisco solo ai grandi poeti ma a tutti coloro che avvertono nell’intimo l’urgenza della buona poesia. Questo perché la poesia è parte integrante della vita dell’uomo. Aristotele diceva che la poesia è più filosofica e di più alto valore che la storia. Ne consegue che se la storia non sempre insegna qualcosa, sicuramente lo farà sempre la poesia. Ecco perché la poesia non morirà mai.


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