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Quell’abbraccio tra i gemelli del gol. Immagine cult di amicizia e di storia

Sport & Motori

Un sogno non può e non deve sfumare, di colpo, tutto insieme, così, all’inizio della finale, un sogno va coltivato fino alla fine affinché si realizzi.

Roberto Mancini, il CT di Jesi, città marchigiana orgogliosa di lui, con quell’aspetto teso, serio, vagamente malinconico e con un principio di tristezza in fondo all’anima, poco incline al sorriso, ma capace anche di piangere come fanno i grandi uomini, al gol degli inglesi eleva le braccia tese al cielo come se volesse smuovere il tempo e far sua la partita, poi si arrabbia senza per questo far mancare l’incitamento verso i suoi credendoci fino in fondo. Lui è così, abbiamo imparato a conoscerlo bene.

Il suo pensiero, anche inconsciamente, va alla costruzione e alla cementificazione di questo gruppo, a quel suo motto “dobbiamo giocare bene” ripetuto chissà quante volte in allenamento e davanti alla lavagna nei vari ritiri, e a quando tre anni fa diventò CT allorquando si aprirono in lui scenari bellissimi.

Perché la Nazionale non è una squadra comune alle altre, no, non è la Juve, il Milan, l’Inter, il Bari o la Sampdoria. E’ anche qualcosa di intimo, di familiare, di ecumenico, ed è per questo che la sua “band” deve continuare a suonare e cantare non solo “Notti magiche” ma anche altri brani per proseguire nella realizzazione di quei sogni che aveva da calciatore, e che ora stanno prendendo corpo nelle vesti di CT, che poi sono i sogni di tutti noi e di quei calciatori su cui ha puntato e che lo hanno seguito, che lo stanno seguendo e che, si spera, continueranno a seguirlo verso il Qatar.

Mancini e Vialli, come nelle “Vite Parallele” di Plutarco, due vite unite da una molteplicità di comun denominatori. Una amicizia senza tempo, quella con “Luca”, sin da 30 anni fa, a Wembley, in una serata maledetta. Dopo la partita contro l’Inghilterra, immortalati in una foto diventata, ormai, “cult”, si abbracciano e piangono gli ex golden boys del calco italiano, osservano i loro giocatori mentre esultano dalla gioia per il trionfo, rivedendo loro stessi, appunto, 30 anni fa nello stadio londinese per antonomasia.

Mancini e Vialli, classe ’64 entrambi, i celebri “gemelli del gol”, come Graziani e Pulici, Sivori e Charles, Salas e Zamorano, Romario e Bebeto, e come tanti altri, iniziata nel 1984 a Genova, quei due campioni scudettati della Sampdoria che proprio a Wembley il 20 maggio del 1992, ultimo anno di Vialli nella Sampdoria, persero la partita del consacrazione, quella per la coppa dei campioni.

Il gol di Koeman al 119′, infatti, mise fine al loro sogno consegnando la coppa al Barcellona, e anche allora, come l’altro ieri, Mancini piangeva da solo in campo, ma quelle erano lacrime di delusione, di amarezza, quelle di chi sapeva di aver perso un’occasione irripetibile, ma erano soprattutto lacrime di tristezza, lacrime di chi, oltre ad aver perso una coppa, sapeva che di lì a poco il percorso in carriera avrebbe dovuto condurlo da solo senza quel compagno di campo a cui era legatissimo in campo e nella vita. Gianluca Vialli, infatti, dopo la finale, sarebbe passato al Juventus, lui, invece, avrebbe continuato a giocare a Genova, ma i colori delle maglie e le distanze tra l’uno marchigiano e l’altro cremonese, in seguito, non intaccarono minimamente il sentimento di amicizia e di affetto tra i due che con gli anni rimarrà indissolubile, sempre insieme, sempre leali, per sempre amici.

A novembre 2019, il suo amico Mancini caldeggia la Federazione affinché possa averlo nella squadra come capo delegazione spinto dal sentimento di amicizia, e la stessa federazione accetta la proposta, lui che nel frattempo sta conducendo un’altra partita, la più importante della sua vita.

Una volta a Genova litigarono per una sciocchezza, si offesero l’un con l’altro, ognuno dette la responsabilità all’altro, non si parlarono per diversi giorni, ma da quel giorno, guarda caso, più che amici si sentono fratelli quasi gemelli, Gianluca e Roberto abbracciati in campo come 30 anni fa. La coppa, se vogliamo, l’hanno vinta loro.

Massimo Longo


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