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Sanpa, una serie senza ambizione (ma anche una grande chance)

Cinema, Musica & Spettacolo

Il docufilm in fondo è un grande one man show. Muccioli basta a se stesso. Basta mettere in fila quello che già si sa di lui e dare in pasto al pubblico l’opzione scontata di “salvatore di anime perdute” versus “padre-padrone megalomane” e il gioco è (ben) fatto. Eppure la prima produzione di Netflix Italia oggi diventa una occasione per riappropriarsi di un pensiero sociale condiviso sull’uso e sulla funzione sociale delle sostanze e delle comunità di recupero 

“Sanpa: Luci e tenebre di San Patrignano” è la prima docuserie originale prodotta per Netflix Italia. La dirige Cosima Spender. Che in 5 episodi sviluppa la controversa storia della comunità di recupero di San Patrignano fondata da Vincenzo Muccioli nel 1978, a Coriano, in provincia di Rimini. Il racconto parte dalla fondazione e dura 15 anni, fino alla morte del suo fondatore. Sarebbe stata una sorpresa che Netflix, società made in Usa, leader nella distribuzione via internet di film, serie televisive e altri contenuti d’intrattenimento a pagamento, per il suo esordio in Italia, scegliesse di puntare sulla nascita della più grande comunità di recupero in Europa. Non è così, o almeno non lo è del tutto. Al centro della serie (180 ore di interviste, immagini tratte da oltre 50 differenti archivi e 25 testimonianze) malgrado il titolo e il poderoso investimento in pubblicità non c’è la comunità, ma il suo fondatore, Vincenzo Muccioli. Tutto ruota intorno a lui e alla sua vicenda giudiziaria. La fiction è costruita con maestria, regala suspance, gode di un ritmo incalzante, ma è altrettanto povera di slancio. C’è una comfort zone dentro cui la regista si chiude, senza alcuna ambizione di uscirne. Il sapore è quello del dejà vù e dal già sentito. Il personaggio c’è, potente, divisivo, contraddittorio, misterioso, esoterico e forse persino omosessuale e malato di Aids: la serie in fondo è un grande one man show. Muccioli basta a se stesso. Basta mettere in fila quello che già si sa di lui e dare in pasto al pubblico l’opzione scontata di “salvatore di anime perdute” versus “padre-padrone megalomane” e il gioco è (ben) fatto.

Tutto il resto è sfondo. A partire dagli altri personaggi centrali del documentario (le voci narranti: il figlio Andrea, Walter Delogu, Andrea Cantelli e la famiglia Moratti) fino ai comprimari (da Alfio Russo e Red Ronnie a Paolo Villaggio e Enrico Maria Salerno e via via tutti gli altri): ognuno di loro entra ed esce dalla scena rimanendo sempre all’interno della sfera della vicenda umana e soprattutto giudiziaria di Muccioli. Paradossalmente persino il boom dell’eroina nell’Italia degli anni Ottanta rimane lontano. L’epidemia di droga e Aids esistono in quanto scenografia che consente a Muccioli di diventare addirittura “l’uomo più potente in Italia”. Dalla comunità, criticando amaramente l’operazione di Netflix, in questi giorni ricordano “i numeri di un impegno straordinario che è andato avanti nonostante quei fatti, su cui storia e giustizia hanno già fatto chiarezza: 26mila ragazzi perduti, raccolti per la strada e rimessi in piedi al ritmo di oltre 1.200 ogni anno, con una percentuale di recupero pari al 72% fra coloro che portano a termine il percorso”.

Eppure considerare l’uscita on the web di Sanpa un’occasione perduta sarebbe un errore. L’occasione c’è ed è di quelle imperdibili. Finora il dibattito pubblico (e quello di una politica fragile e succube) di fronte all’incremento del consumo di sostanze ha preferito giocare a nascondino relegando, solo per fare un esempio, un caso come quello di Alberto Genovese a una vicenda di stupro, come se la presenza di droga (in quella festa, come in mille altre della Milano bene, hanno rivelato tante testimonianze) fosse un dettaglio.

La Relazione Annuale della Direzione Centrale per i Servizi Antidroga 2020 così recita: “Continua, per il terzo anno consecutivo, il trend crescente delle morti per overdose che, con un ulteriore incremento pari a 37 unità raggiunge quota 373, con un aumento dell’11,01% rispetto all’anno 2018. In oltre la metà dei casi, la causa del decesso è da attribuire al consumo di oppiacei (169 casi all’eroina, 16 al metadone, 1 al fentanil, e 1 alla morfina). Dal 1973, anno in cui hanno avuto inizio le rilevazioni in Italia sugli esiti fatali per abuso di droga, sono complessivamente 25.780 i morti causati dal consumo di stupefacenti. L’andamento in atto è un fenomeno estremamente preoccupante, sul quale gli analisti e gli esperti delle diverse discipline dovranno continuare ad interrogarsi per individuare le cause e porre un argine non solo sul piano della repressione del traffico e dello spaccio”.

Il ritorno dell’eroina è certificato dai numeri e da tanti titoli di giornali nazionali e locali. Il boschetto di Rogoredo, dal 2015, rimane a pochi chilometri e poche fermate di metro dal Duomo di Milano. Il docufilm di Netflix, nella sua banalità e con il suo sapiente e moderno linguaggio cinematrografico, può riaprire il dibattito sulle sostanze in una società complessa e multiforme. Una società che oggi, a differenza dei tempi di Muccioli e Pannella, ha la necessità di non accontentarsi di posizionarsi fra legalizzatori e proibizionisti, per riappropriarsi di un pensiero sociale condiviso sull’uso e sulla funzione sociale delle sostanze. Per farlo bisognerà ritornare a conoscere quello che sta accadendo a Coriano e nelle altre comunità terapeutiche del nostro Paese. Netflix ha lanciato il sasso nello stagno. E questo è un merito.

 

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