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Self control, ovvero come è difficile mantenere la calma…

Arte, Cultura & Società

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alle ore: 12:29

Self control – La Pace interiore? Tutti vorrebbero raggiungerla, ma non è mai una conquista definitiva. La pace interiore è transitoria, non è mai perenne.

Me lo hanno detto persone che fanno meditazione da anni. Mi hanno detto molto sinceramente che, nonostante tutti i loro sforzi d’animo e di pensiero, talvolta si imbattono in una persona che fa perdere loro le staffe ed allora per qualche ora o qualche giorno sono preda di pensieri negativi.

Per alcuni la cosa migliore sarebbe l’evitamento, isolarsi socialmente, ritirarsi a vita privata, ma non tutti possono farlo; c’è anche chi deve tirare a campare; chi ha famiglia e non può sottrarsi alla mondanità.

Discorso a parte meriterebbe la pace dei sensi che in questa sede non tratterò. Basta poco comunque per avvelenarsi il sangue nella vita di tutti i giorni o per farselo avvelenare.

La pace interiore non dipende solo da noi, ma anche dall’ambiente e dagli stimoli negativi che eventualmente ci presenta.

Ci sono persone che fanno perdere la pazienza anche ai santi. Figuriamoci a chi non è santo! Può succedere sul lavoro.

Può succedere a scuola. Ci sono insegnanti che pensano di aver raggiunto la maturità e l’equilibrio interiore, poi dopo la provocazione di uno studente insofferente alle regole e all’autorità diventano vittime di un “sequestro emotivo”, come scrive Goleman ne “L’intelligenza emotiva”.

Ci sono professori apparentemente stoici, apparentemente al di sopra delle passioni, che regrediscono per qualche ora quando discutono con uno studente indisciplinato e svogliato.

È facile avere un attacco d’ira

Ė la vittoria del cervello rettile, del sistema limbico, quella parte cerebrale filogeneticamente meno evoluta. Ci facciamo guidare allora dall’impulso aggressivo.

Le liti degenerate per una mancata precedenza alla guida sono all’ordine del giorno. Non sempre sono coinvolti i giovani.

Talvolta sono persone di mezza età. Basta fare un gesto sbagliato, mandare a quel paese il prossimo e la rissa è servita, addirittura talvolta sfocia nell’accoltellamento.

Bisognerebbe contare prima di agire, riflettere prima di parlare. Ma è molto difficile. Di manuali su come gestire la rabbia ed essere padroni di sé ne sono stati scritti a iosa, ma dubito sulla loro efficacia.

Ho la vaga impressione che sia un business, che all’atto pratico ipersemplifica spesso le dinamiche psicologiche coinvolte nella rabbia.

Talvolta si esce fuori di sé

Alcuni agiscono di istinto, passano all’acting out e finiscono per uccidere. Talvolta è questione anche di avere freni inibitori perché gli impulsi omicidi ce li abbiamo tutti.

Bisogna sapersi autoregolare, ma non è affatto semplice mantenere la calma in situazioni problematiche.

Lo psichiatra Vittorino Andreoli ha visitato centinaia di assassini in carcere. Ha scritto che talvolta alcune persone si erano lasciate sopraffare da un momento d’ira, altrimenti erano votate alla beatitudine.

Non a caso spesso si usa dire a proposito che a tizio o a caio la situazione gli è sfuggita di mano.

Talvolta alcuni uccidono come il protagonista de “Lo straniero” di Camus perché si sono fatti dominare dell’assurdo della vita.

 L’imperturbabilità dei maestri Zen è un mito, anzi spesso un miraggio irraggiungibile. Talvolta è facile perdere la pazienza. Posso paragonare tutto ciò ad una persona che ha in mano un vaso di porcellana che scotta e deve sopportare il dolore per non farlo cadere. La cosa più istintiva sarebbe farlo cadere.

La cosa più sensata e razionale è tollerare il dolore, sopportarlo fino a che non troviamo un tavolo o una mensola su cui posare il vaso definitivamente.

Tutto questo è facile a dirsi ma difficile da mettere in pratica: talvolta non ce la facciamo nonostante l’impegno profuso e il vaso di porcellana cade.

Gli inglesi parlano di self control

Noi italiani parliamo di autocontrollo. Ma diamo molto meno importanza all’autocontrollo di molti altri popoli.

In certe situazioni ci sentiamo legittimati a fare il cazziatone, la piazzata, la sceneggiata.

Mi ricorda molto il cantante Adriano Pappalardo e suo figlio Laerte, che avevano un ottimo rapporto ma allo stesso tempo alla prima incomprensione si sentivano in dovere di mandarsi reciprocamente a quel paese.

Talvolta le sceneggiate sono anche delle finte, delle mosse astute

Scriveva Roberto Gervasio che il modo migliore per mantenere il proprio posto lavorativo era quello di minacciare le dimissioni. In Italia siamo emotivi.

Riteniamo salutare e salvifico provocare e reagire alle provocazioni. Talvolta si innesca un circolo vizioso: azione, reazione, controreazione, violenza.

Secondo (Schroeder, S.A. (2007) We can do better–improving the health of the American people.New Engl. J. Med.357, 1221–1228) il 40% delle morti dipende da comportamenti impulsivi, considerando tra essi drogarsi, bere alcolici, fumare sigarette, mangiare in modo sregolato, guidare ad elevata velocità, agire in modo violento.

È difficile fermarsi. Lo so bene perché di natura sono impulsivo, anche se con gli anni un poco sono riuscito a mitigare la mia indole.

Una volta ero a Ventimiglia con un mio amico, che oggi ho perso di vista. Avevo 20 anni e lui si mise ad elencare tutti i miei difetti.

Stavamo camminando su un viottolo sterrato a ridosso di una scogliera. Mi passò per la testa di buttarlo di sotto. Ma riuscii a frenare quel mio impulso.

Adesso non lo vedo più da anni e francamente non ne sento la mancanza. Talvolta basta un istante per rovinarsi la vita.

Si parla talvolta di persona che è uscita fuori dal seminato, che è andata fuori dai gangheri, che ha avuto una reazione spropositata.

È altrettanto vero che al mondo d’oggi ci sono tanti provocatori professionisti o anche solo per vocazione.

Sono quelli che vogliono pungere il prossimo, punzecchiarlo, non capendo mai quale è il livello di sopportazione del prossimo, quando è meglio non andare oltre perché hanno raggiunto il limite e gli altri stanno per traboccare dall’ira.

A volte si esce per godersi un momento di svago, si spera di incontrare una persona che ci folgori sulla via di Damasco.

Invece ci si può imbattere in personaggi negativi. Stamani sono entrato in un bar, lontano da dove abito.

Alcune persone erano al banco, nonostante avessero già consumato, creando un assembramento inutile e fuori luogo.

La barista intratteneva i clienti e tardava a farmi il cappuccino. Si toccava ossessivamente la mascherina con le mani e poi faceva caffè e cappuccini, fregandosene dell’igiene.

Alcuni clienti si erano frapposti tra me e l’igienizzante. Per non creare una lite o una reazione scomposta non ho detto niente e ho rinunciato ad igienizzare le mani.

Uno di questi avventori, che conoscevo ma che non vedevo da tempo, mi ha fatto una battuta stupida sulla mia ansia.

Era un piccolo imprenditore convinto di essere padrone della sua sorte e anche del mondo. Era prossimo alla settantina.

Per quel che lo conosco so che mischia liberismo e idee progressiste, almeno a parole, più per intrattenere rapporti di natura clientelare che per convinzione.

Ho visto che era di casa in quel bar; era un cliente abituale. Pensava che tutto gli fosse consentito in quel bar.

Eppure non gli avevo fatto assolutamente niente. Quella battuta era totalmente gratuita. Sono andato via, pensando che in quel locale non avrei mai più messo piede.

Ero stupito, allibito, esterrefatto da tanta maleducazione, mancanza di tatto, mancanza di accortezza. Per mezz’ora ero arrabbiato, ho rimuginato, mi sono fatto cattivo sangue.

La loro rozzezza mi ha appesantito il cuore. Poi mi è passato il malumore. Questo per dire che la serenità d’animo non è mai un traguardo raggiunto una volta per tutte.

Le ricadute sono sempre dietro l’angolo. A volte bastano due minuti, basta un contatto sporadico negativo per rovinare mezz’ora della propria vita.

Eppure, era da giorni e giorni che ero tranquillo e poi all’improvviso basta poco, un cretino qualsiasi, per farmi arrabbiare.

La pace interiore dipende non solo da noi, ma anche dalle circostanze esterne che il destino ci propone.

Siamo tutti fallibili

È già difficile non compiere cattive azioni ed è ancora più arduo non reagire alle provocazioni. Il totale dominio di sé è quasi impossibile.

Dipende non solo da noi ma anche dal buon Dio. Questo potrà sembrare scontato, ma non è scritto nei manuali americani sul dominio di sé, in cui spesso gli esseri umani vengono considerati totalmente artefici del loro destino e delle loro azioni.

Filosoficamente noi viviamo il nostro tempo ed abitiamo il nostro mondo, ma è difficile valutare la nostra responsabilità e la bontà o meno del nostro operato. Wittgenstein nelle “Ricerche filosofiche” scriveva: “Sorge il problema: che cosa rimane, quando dal fatto che io alzo il mio braccio tolgo il fatto che il mio braccio si alza?”. È difficile giudicare le nostre azioni perché è difficile valutare la volontà, il libero arbitrio. È questo il più insidioso paradosso della libertà.

Davide Morelli

Redazione Corriere Nazionale

Redazione Corriere di Puglia e Lucania


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