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Sentenze che minano la credibilità della scuola

Scuola, Formazione & Università

Una serie di casi secondo i quali gli studenti possono occupare la scuola, le bocciature dei professori non sono valide, e, persino, non ci sono conseguenze per avere copiato dal cellulare.

Alcuni giorni fa la Procura di Roma ha chiesto l’archiviazione delle denunce nate da occupazioni studentesche di varie scuole romane. Il reato ipotizzato era “interruzione di pubblico servizio”. Ma il magistrato ha deciso che di reato non si tratta; e lo ha fatto con argomentazioni una più sbalorditiva dell’altra. Chi si impossessa di una scuola, infatti, non farebbe altro che esercitare il diritto di riunione e di manifestazione; peraltro, si aggiunge, “gli studenti devono essere considerati soggetti attivi della comunità scolastica e partecipi alla sua gestione”. Dunque farebbero parte della “gestione” della scuola, al pari del lavoro di dirigenti, insegnanti, segreteria e custodi, anche queste iniziative, benché si distinguano spesso per il fatto di impedire agli altri “gestori” di lavorare; e ad altri studenti – quasi sempre in maggioranza – di seguire le lezioni. Ma anche a questo c’è rimedio, secondo la Procura, perché il diritto allo studio sarebbe comunque garantito proprio grazie alle lezioni autogestite e attraverso le attività culturali e la didattica alternativa(!). Da notare che in passato la Cassazione ha affermato che “anche poche ore di occupazione ledono il diritto all’apprendimento e rappresentano quindi un’interruzione di pubblico servizio a tutti gli effetti”.

La difesa delle occupazioni non è certo monopolio della Procura romana. Anche ministri e sottosegretari si sono distinti in questo campo, accanto a insegnanti e intellettuali nostalgici delle proteste giovanili, insieme a genitori inteneriti nel vedere i figli ripercorrere le loro orme. Ma queste sono legittime opinioni, per quanto nocive alla scuola e alla formazione dei ragazzi. Il caso di un magistrato è diverso, perché con le sue sentenze dovrebbe applicare la legge, non esprimere il suo personale punto di vista. Purtroppo quello di Roma è solo l’ultimo di una serie di interventi che  hanno minato la credibilità della scuola e l’idea stessa dello stato di diritto. Ne ricordo solo alcuni. Una sentenza del 2011 accolse il ricorso dei genitori contro la bocciatura del figlio in una scuola media intitolata a Gioacchino Belli, che al caso avrebbe di certo dedicato uno dei suoi sonetti. La convergenza tra i familiari sindacalisti e un giudice amministrativo – forse memore di qualche docente antipatico – produsse la trasformazione di quattro 5 in altrettanti 6. Il Tar per l’occasione argomentò che si trattava di “insufficienze non molto gravi” e il ragazzo fu spostato in terza nel bel mezzo dell’anno, anche se la legge, stabilisce che si viene promossi solo “con voto non inferiore a sei decimi in ciascuna disciplina”. Nel 2012 il Consiglio di Stato dichiarò illegittima l’esclusione dagli esami di una candidata sorpresa a copiare dal cellulare. Motivo: il provvedimento era stato deciso senza tener conto dell’intero percorso scolastico della ragazza e del fatto che l’episodio fosse da attribuire a «uno stato d’ansia probabilmente riconducibile anche a problemi di salute»”. Nel 2014 il TAR espropriò un consiglio di classe di una sua esclusiva competenza, cioè della valutazione finale, invece di limitarsi a eventuali rilievi di carattere formale. Fu così annullata la bocciatura di uno studente di un liceo classico romano, che aveva meritato 3 in matematica, 4 in fisica e 3 in storia dell’arte, perché i docenti non avrebbero valutato adeguatamente la sua preparazione complessiva. Infatti, sostenne il tribunale, in un liceo classico il 3 in matematica e il 4 in fisica sono meno gravi…

Sentenze di questo tipo si inseriscono nella tendenza della magistratura a intervenire in molti settori della società, anche perché sospinta da una sempre più forte rivendicazione di diritti veri o presunti e dal crescente rifiuto delle autorità di cui un tempo si accettavano le decisioni. Il ribasso di quella degli insegnanti ha varie cause, anche endogene; e mi riferisco a quei filoni di pensiero che si radicano nel ’68 e dintorni. C’è quindi sintonia tra le sentenze dalla parte dei presunti deboli e la diffusa pratica dei condoni sulla preparazione e sul comportamento. Una deriva che della scuola colpisce in modo grave la serietà, la quale, come benissimo la definisce il dizionario di Tullio De Mauro, è la “qualità di chi agisce con responsabilità, con correttezza, con capacità e volontà di assolvere i propri doveri e gli impegni assunti”.

Giorgio Ragazzini

(Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità)


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