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Shtisel, la serie garbata

Arte, Cultura & Società

Pubblicato da:

alle ore: 18:28

di Claudio Gentile

Nel mese di marzo di quest’anno Netflix ha reso disponibile la terza stagione di Shtisel, la serie israeliana creata da Ori Elon e Yehonatan Indursky, che racconta le vicende di una famiglia della comunità ebrea ultra-ortodossa residente nel quartiere di Geula a Gerusalemme.

La popolarità inaspettata, ma sempre più diffusa, sia di pubblico sia di critica, di questa serie, portata al successo mondiale da Netflix, che ha prodotto pure l’ultima stagione, è data da diversi fattori.

Nonostante sia recitata in ebraico e yiddish e non ci sia neanche una scena di violenza, sesso e vendette, il racconto rende familiari i protagonisti delle vicende narrate, quelle della famiglia Shtisel appunto, e si è desiderosi di capire come evolverà.

È la prima volta che viene rappresentata al grande pubblico una famiglia di ebrei ortodossi, con i propri riti, tradizioni, modi di fare, ed è forse anche questo che rende interessante la serie. Ogni puntata permette, infatti, di scoprire un popolo, le cui tradizioni ed i cui modi di vivere sono completamente a noi sconosciuti. E se ciò che è raccontato è molto spesso totalmente distante dalla nostra cultura e dal nostro modo di pensare, tuttavia si riesce ugualmente a immedesimarsi di volta in volta nei vari personaggi. Alla fin fine ciò che viene narrato è qualcosa di universale, come possono essere l’amore sotto varie angolature (verso il coniuge, i figli, i genitori, la propria comunità), i rapporti familiari, sia in positivo, sia in negativo, e le difficoltà della vita quotidiana.

Si prova rabbia, compassione, tenerezza, ilarità, si vive con loro la dicotomia tra la ragione ed il cuore, la libertà ed il rispetto delle norme della comunità a cui si appartiene.

Chi ha visto Shtisel ha un’ottima occasione per “visitare” per la prima volta le case degli ebrei chassidici, modeste ma piene di libri del Talmud in bell’evidenza, le loro scuole (gli heder) ed i loro luoghi di ritrovo, ascoltare il suono delle loro preghiere e dei loro dialoghi (per fortuna non è stata doppiata perché avrebbe tolto questo importante elemento), apprezzare la loro semplice cucina, partecipare alle cerimonie e perfino alle modalità per trovare moglie, grazie all’opera di appositi sensali.

Nonostante vivano in una comunità “chiusa” nella mentalità e nei confini, gli Shtisel, come tutti gli abitanti del quartiere, subiscono le pressioni della modernità (dalla televisione, agli smartphone, dalla guida per le donne alla maternità surrogata).

Eccellenti le interpretazioni di Michael Aloni (Akiva), Doval’e Glickman (Shulem), Shira Haas (Ruchami), protagonista anche di Unorthodox, un’altra serie dall’enorme successo, Zohar Strauss (Lippe) e Neta Riskin (Giti), tutti israeliani non ortodossi, che riescono a rendere vivi e umani i loro personaggi.

Shtisel è in definitiva uno dei pochi casi in cui una serie tv fa anche cultura.


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