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Sibilla Aleramo, “Una donna” icona del modernismo italiano

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Di Rossella Cerniglia

   Il romanzo Una donna, di Sibilla Aleramo, ha conosciuto sin da subito ampia notorietà, per la risonanza dei temi che il nascente femminismo europeo e la cultura modernista avevano portato avanti tra il finire dell’Ottocento e i primi anni del secolo successivo.

   Scritto tra il 1901 e il 1904, venne pubblicato, per le edizioni STEN, nel 1906. Trattasi di romanzo fedelmente autobiografico, diviso in tre parti, per un totale di ventidue capitoli. Una storia che ripercorre gli anni che vanno dalla fanciullezza dell’autrice fino alla maturità, seguendo un percorso da Bildungsroman, fino alla conquista di una definitiva maturazione interiore e di una capacità decisionale che diviene radicale e subitanea, e tale da sovvertire lo status della sua esistenza di fatto.

   L’adozione dello pseudonimo Sibilla Aleramo, al posto del vero nome, Rina Faccio, starebbe appunto ad indicare questa radicale svolta – che è innanzitutto una scelta – cui la conduce l’esistenza, una dolorosa, ma necessaria riappropriazione di sé che ha tutti i crismi di una rinascita. Una compiuta riconquista  del proprio essere e della propria ferita dignità di donna, nonostante il costo immane dell’irrimediabile scardinamento e di una perenne lacerante ferita.

    La storia, narrata in prima persona, è infatti la testimonianza di una crisi, che si snoda e si dibatte tra dolorose vicissitudini esistenziali, fino all’insorgere e al maturare di quelle riflessioni che  sembreranno incanalare l’autrice  verso una scelta dolorosissima, ma obbligata.

   Un pensiero e una visione proiettati – come dicevamo – nella direzione del crescente modernismo, conquistati dall’esigenza di emancipazione della donna, e da un assunto, comune ad altre donne del tempo  ( Matilde Serao,  Ada Negri, Virginia Woolf, Natalia Ginsburg, Alba de Céspedes, Elsa Morante ecc.), che fosse finalmente giunto il momento di mostrare al mondo la complessità e verità dell’anima femminile, avviata alla conquista di una superiore maturazione e consapevolezza. 

   L’opera fece grande immediato scalpore per la vicenda paradigmatica rappresentata, e suscitò un ampio dibattito, a livello etico e psicologico – piuttosto che letterario – per la conclusione della vicenda narrata con l’abbandono, da parte della protagonista, del marito e del figlio in tenera età. Un dibattito che sembrava riprendere quello nato in occasione della rappresentazione del dramma di Ibsen Casa di bambola, al quale, per altro, si faceva esplicito riferimento nel testo dell’Aleramo.

   La vicenda si apre col ricordo  dell’ambiente familiare e dell’infanzia di lei “libera e gagliarda “, sorretta, si direbbe, e illuminata dalla forza, dalla baldanza e dalla tenacia paterna.

da leggere: https://www.corrierepl.it/2021/08/04/poesia-pane-e-quotidiano-174/

   Il rapporto con la madre appare invece sbiadito, privo di incisività per il carattere debole e sottomesso di questa.   

   Quando Sibilla ha all’incirca otto anni, il padre, ingegnere, si trasferisce con la famiglia da Milano a Portocivitanova, nelle Marche, per dirigerne una fabbrica di bottiglie.

   Già nei primi anni della sua adolescenza, Sibilla collabora col padre in fabbrica, trascurando gli studi regolari, pur amatissimi. Ma l’investitura al ruolo di segretaria della ditta la gratifica enormemente e rafforza la sua autostima.

    Ciò che invece non funziona nella sua famiglia è il rapporto tra i genitori, il disamore del padre per la moglie, e l’indebolimento della figura di lei fino al tentato suicidio, al quale riesce a sopravvivere, rimanendo tuttavia vittima di una demenza progressiva che la porterà al ricovero nel manicomio di Macerata dove rimarrà sino alla morte.

   Dal canto suo, Sibilla inizia una storia amorosa con un giovane impiegato della fabbrica, storia che sfocerà nel matrimonio, vissuto senza vera convinzione né gioia, per la diversità caratteriale tra i due, e la lontananza del loro mondo spirituale che diviene sempre più marcata.

    Ed è qui che principia il naufragio esistenziale dell’autrice, nel tradimento che la realtà le impone di tutte le attese, delle speranze e dei sogni che avevano sostanziato la sua vita sino a quel momento.

   Sibilla non riesce più a ritrovare se stessa in questi mutamenti radicali, come se uno spartiacque nefasto si fosse interposto a rimarcare un “prima” felice e speranzoso contrapposto a un “dopo”di collasso e declino di tutte le floride aspettative e visioni del futuro: il rapporto col padre muta, la madre verrà di lì a poco allontanata dalla famiglia per  il ricovero in  manicomio, e a lei toccherà di doversi inserire in un ambiente estraneo, freddo e disadorno, senza affetti sinceri, e  lontano dal suo stile di vita e dalle sue abitudini: quello della famiglia del marito, un mondo per il quale avverte  profonda inconciliabilità.

   Ma nell’incupirsi delle sue giornate, giunge infine un raggio di sole: il lieto evento della nascita di un figlio, al quale, d’ora in avanti, dedicherà tutto il suo amore – e con esso, la parte migliore di sé.

   La focalizzazione del dramma di questa giovane donna sta proprio in queste pagine di inquieto accorato fervore nel quale si proietta cercando un senso vero, alto e nobile al suo agire e alla sua funzione terrena di donna e di madre. Un riscatto che illumina di luce nuova la sua vita rigenerandola nell’amore devoto e totale per il figlioletto. Sta in questo disperato ultimo tentativo di attaccamento alla vita che sembrerà inconciliabile con le pulsioni vitali, estremamente forti, che volgono verso la completa e tanto sperata realizzazione di sé.

   Sibilla sceglierà, in ultimo, la terribile separazione dal figlio per riaffermare il diritto alla propria autodeterminazione, sinonimo nuovo della dignità femminile.

   Ciò che agisce in lei profondamente, in questa radicale risoluzione, è il ricordo della figura materna, una triste ombra che ha sfiorato la sua vita senza lasciare che un segno di muto dolore. 

   Una figura che Sibilla ha cominciato e riconsiderare nel tempo in cui lei stessa si era sentita stretta nella morsa di un dovere insostenibile che aveva il carattere di una rinuncia a se stessa. Rinuncia uguale a quella di molte altre donne cui si chiede di non essere mai per se stesse, ma di essere solo per gli altri. E di soffrire in silenzio il destino che a loro si impone.

   In tal senso, e alla luce della nascente ideologia femminista, la risoluzione della vicenda si mostra nella sua inoppugnabile paradigmaticità.

   Ma, discutibile forse sul piano etico, tale principio – un portato, come dicevamo, della cultura modernista e femminista che appare di sostanziale di natura egoica – ha tuttavia una dimensione psicologica che non può essere trasgredita  né oltraggiata da nessuna riflessione esteriore e ancor meno da alcun giudizio. La si prende così com’è, come dato di fatto che trova appello e, quasi certamente, giustificazione solo nella coscienza dell’autrice di tale gesto.

   L’assunto fondamentale del libro è racchiuso proprio in questo clamoroso gesto di rottura. Motivo per cui  ho evitato di sintetizzare buona parte delle minuziose vicende narrate, perché è qui l’acme del dramma.

   La fine e profonda analisi psicologica che l’autrice conduce su se stessa, portandoci fin quasi dentro alla sua anima, è testimonianza di quell’atroce assoluta verità che solo in lei risiede, che solo lei profondamente e interamente conosce, e che, nella sua tracimazione in scrittura, ci riporta, per verità e profondità, al germe della tragedia greca, allo scontro con l’implacabile destino e alle dolorose, sovrumane, spesso inutili, ribellioni contro di esso.

  

 


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