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Sul crederci e sul farcela

Attualità & Cronaca

Molti credono ciecamente in ciò che fanno, indipendentemente dal successo ottenuto.

Ciò può essere un bene perché possono affrontare gli ostacoli, grazie alla perseveranza ed alla determinazione.

Ma può essere anche un male perché senza autoironia ed autocritica talvolta possono essere minori i margini di miglioramento e la possibilità di correggere i propri errori.

Anche essere troppo critici nei confronti di sé stessi può portare all’immobilismo e all’autocensura. La convinzione nelle proprie idee e nei propri mezzi può rivelarsi determinante in alcuni casi, ma talvolta può anche essere controproducente.

Talvolta la fiducia in sé stessi può diventare ostinazione e può condurre al baratro. Ciò accade quando l’autostima diviene presunzione. Non è assolutamente detto che crederci troppo possa essere una marcia in più. Essere dei caterpillar può essere estremamente dannoso per sé stessi e gli altri.

Secondo la legge di Yerkes e Dodson l’arousal, ovvero il livello di attivazione fisiologica, deve essere intermedio per raggiungere il massimo della prestazione. La relazione tra stress e prestazione è curvilinea; più esattamente si tratta di una curva rovesciata.

Alti livelli di attivazione conducono gli individui a basse prestazioni.

Detto in parole povere essere troppo stressati può essere controproducente. Altro aspetto della motivazione sul lavoro è che ci sono due tipi di fattori che la determinano: i fattori intrinseci (la soddisfazione del lavoro in sé) e quelli estrinseci (la retribuzione, lo status socioeconomico, i benefit).

A mio modesto avviso la maggioranza lavora per questi ultimi. Sono poche le persone a cui piace il proprio lavoro e che si sente autorealizzata a lavorare. Gli psicologi parlano a riguardo di autoefficacia, coaching, performance, convinzione, motivazione, achievement, stress and coping, q.i, locus of control interno.

Eppure la situazione può sempre sfuggire di mano e anche le persone più efficienti non sempre sono in grado di dominare gli eventi. Infatti ci sono anche le circostanze esterne e fattori che non dipendono dagli attori.

L’atteggiamento mentale non sempre è determinante perché non sempre dipende da noi. Non sempre è questione di saper fare. Talvolta dipende anche da ciò che gli altri o le circostanze ci lasciano fare. Talvolta le potenzialità restano inespresse. È per questo che molte persone a questo mondo falliscono, non riescono e non raggiungono i traguardi prefissati.

Molto spesso gli psicologi e gli psicoterapeuti per non far avere ai loro pazienti pensieri negativi li inducono a non pensare. Spesso prescrivono loro dei farmaci che riducono l’ideazione.

Molto spesso per non far provare ai loro pazienti blocchi emotivi li inducono con la psicoterapia e qualche forma di training a essere sempre meno emotivi.

Gli specialisti della mente cercano di cancellare stati mentali o stati emotivi spiacevoli, spesso con pillole della felicità. Il risultato è che i soggetti non pensano e non sentono più autenticamente.

Dal loro campionario di emozioni viene cancellata la tristezza. Vivono ma non sentono più e nemmeno pensano più. Sono piatti ormai o quantomeno risentono di un certo appiattimento.

Non sono più autentici. Questo sarebbe il male minore se soffrissero di gravi psicopatologie, ma qui stiamo trattando di alcune persone che hanno qualche piccolo disturbo dell’umore tutt’al più.

La realtà è che oggi siamo nella stragrande maggioranza dei casi smarriti, spaesati, sfasati.

Siamo soggetti che hanno perso la loro soggettività. I nostri io hanno perduto la dimensione interiore particolare. Ma resta sempre un quid umano che genera disagio e sofferenza. Viviamo infatti nella cosiddetta società della prestazione che genera in molti ogni forma di ansia di prestazione.

Come ci sono batteri resistenti agli antibiotici ci sono anche sofferenze psichiche resistenti agli psicofarmaci.

Questo non significa che chi prova sofferenza psichica non deve rivolgersi ad uno specialista perché da solo farebbe peggio ed è una illusione pensare di farcela da soli o che tutto si risolverà senza prendere provvedimenti. Alcuni individui ad esempio senza un aiuto fanno peggio perché utilizzano le droghe come anestetici. Lo stesso suicidio spesso viene considerato un danno collaterale nella società del benessere.

Qualcuno alla fine finisce per essere sopraffatto. Ma questa società occidentale non è anche essa suicida perché sta avvelenando l’ecosistema?

E forse le cosiddette società in via di sviluppo non si stanno suicidando a causa della sovrappopolazione?

Non è il mondo stesso suicida?  Ora torniamo all’autoefficacia e a Bandura. Mi dispiace dirlo ma Bandura, il teorico per antonomasia dell’autoefficacia percepita, è nordamericano ed è vissuto in una cultura intrisa di darwinismo socioeconomico. Ciò la dice lunga sulla sua teoria psicologica, che è una semplificazione grossolana della realtà.

Per Bandura la prestazione, la gestione degli eventi, il successo dipenderebbero quasi esclusivamente dalle convinzioni delle persone. Invece a mio avviso ci sono molti più fattori in gioco e la questione è più complessa e confusa.

Spesso nella vita non ci si arricchisce né si fa carriera se non si ha fortuna o se si fa delle scelte controcorrente, indipendentemente dalla motivazione, dalla determinazione o dalla intelligenza.

Talvolta può essere il destino a rendere difficile un cammino.

Talvolta si è come gocce nel mare. È impossibile opporsi all’onda. Talvolta si riesce ad opporsi ma sono le scelte di vita a rendere impervia una strada. Talvolta nella vita per avere successo bisogna essere conformisti, seguire le mode o la tradizione, godere di buone entrature in certi ambienti. Talvolta il successo in una nazione come la nostra può scaturire dalle pubbliche relazioni e dalle conoscenze.

Naturalmente c’è chi dice che queste cose siano determinanti e chi invece ritiene che possono aiutare ma che non sono decisive. Però tutto ciò non viene messo in conto da nessuna teoria psicologica. In fondo la stragrande maggioranza di queste teorie psicologiche presumono che gli esseri umani abbiano tutti gli stessi bisogni e gli stessi desideri.

Presuppongono che tutti vogliano raggiungere gli stessi obiettivi, ma che siano le capacità e gli sforzi a fare la differenza e a determinare il successo o l’insuccesso.

Si è sempre cattivi giudici in questi casi. C’è chi pensa che tizio o caio abbia avuto successo perché ha avuto fortuna, oppure perché è stato determinato o perché è intelligente. È sempre difficile valutare.

Spesso ci si imbatte in una combinazione di fattori, in una mix di concause. In India pensano che dipenda dal karma. Per i protestanti c’è la predestinazione. Per i cattolici è questione di libero arbitrio.

Per gli antichi greci c’era il Fato. Ogni cultura ha la sua spiegazione e naturalmente le teorie psicologiche subiscono l’influsso della cultura di appartenenza. Ma questo non c’è scritto nei manuali di psicologia e non perché viene considerato pacifico, sottinteso o scontato.

Bisognerebbe comunque valutare sempre ogni caso: non si può generalizzare.

Non ci sono delle regole ferree. Sono molte le variabili in gioco. Di una cosa sono certo: non prendersi sul serio può salvare da un disastro imminente e dal ridicolo. Nella vita è difficile autorealizzarsi e fare della propria passione un lavoro retribuito.

Ma l’umanesimo può essere un salvagente a cui aggrapparsi quando si fallisce secondo la mentalità comune. È grazie alla lettura di libri e alla coltivazione di una passione che si può evitare di diventare “uomini ad una dimensione”. Bisognerebbe salvaguardare un aspetto di noi stessi da nascondere ai più perché non vale la pena ostentarlo.

Purtroppo la maggioranza considera ciò tutto inutile, ma le letture private possono essere fonte di arricchimento interiore e possono essere ad ogni età formative.

Come diceva Manzi “non è mai troppo tardi”.

Basta pensare alla biblioterapia e all’arteterapia.

Le letture aprono la mente e aiutano a prendere con filosofia ed ironia i problemi della vita: di questo ne sono assolutamente certo.

Davide Morelli


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