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Sull’abitudine

Arte, Cultura & Società

Sull’abitudine – In principio c’era solo l’alienazione marxiana, intesa in duplice senso: il lavoratore non partecipa all’intero ciclo produttivo e allo stesso tempo ripete continuamente gesti ripetitivi, parcellizzati.

L’alienazione era solo lavorativa ed ai tempi di Marx il lavoro era tutto

Ma molti oggi anche nel tempo libero sono schiavi dei soliti gesti, sono alienati dalle solite azioni e dai soliti comportamenti. Freud dal punto di vista psichico parlava di coazione a ripetere.

Secondo la Treccani la coazione a ripetere è una “tendenza incoercibile, del tutto inconscia, a porsi in situazioni penose o dolorose, senza rendersi conto di averle attivamente determinate, né del fatto che si tratta della ripetizione di vecchie esperienze”. Per Freud la coazione a ripetere era un grande rovello. Era chiaro che non era governata dal principio di piacere e così Freud aveva teorizzato che fosse causata da Thanatos.

Alcuni sono come degli automi che ripetono le solite azioni in un loop infinito. Un tempo si diceva che fosse l’istinto. Oggi questo termine per gli esseri umani risulta inappropriato e si usa invece il termine “pulsione”.

Ma non c’è solo questo. Molti, quasi tutti, sono determinati dalle cosiddette dinamiche psicologiche.

Quasi tutti si tende a ripetere i soliti schemi di comportamento; siamo soggetti a pensare gli stessi pensieri, a visualizzare le stesse immagini, ad avere gli stessi desideri, a compiere le stesse identiche azioni.

Insomma siamo in preda a degli automatismi. Per la psicanalisi tutto ciò dipende dalle relazioni parentali dei primi anni di infanzia.

Per l’analisi transazionale tendiamo a rapportarci con gli altri con un identico atteggiamento (genitore, adulto, bambino). È la classica forza dell’abitudine? Alcune ragazze si innamorano sempre di uomini più grandi perché sono alla ricerca del padre che non hanno avuto. Altre donne si innamorano sempre del bello e dannato. Ci sono uomini che non si sposano fino a quando non trovano la donna che non va bene alla madre. La casistica delle dinamiche psicologiche è infinita. Ma cosa sono in fondo queste dinamiche psicologiche?

La definizione più semplice, quasi tautologica, ma anche più calzante è che sono le spiegazioni psicologiche più plausibili che diamo a dei comportamenti osservati.

Oltre alla dipendenza fisica da una sostanza ad esempio esiste una dipendenza psicologica. Ci sono inoltre relazioni sentimentali che sono davvero tossiche e che sono determinate da una dipendenza affettiva.

Il problema cruciale spesso non è spezzare la catena, ovvero il legame con quella persona, ma annullare o rendere innocua la dinamica psicologica che porta ad instaurare sempre lo stesso tipo di relazione tossica.

Ci sono molte persone che si legano da sole sempre alla stessa catena

Non è una questione di logica. A livello razionale si può imparare dagli errori, ma a livello psicologico c’è spesso qualcosa di più forte di noi, che ci porta a ripeterli.

Ogni persona ha le sue fissazioni, le sue ossessioni, le sue manie, grandi o piccole che siano. Ognuno ha i suoi tarli, le sue debolezze, le sue catene, ma solo pochi riescono ad esserne consapevoli.

Spesso tutto ciò è inconscio per chi lo vive. Noi vediamo sempre le catene altrui, ma molto raramente riusciamo a vedere le nostre.

C’è chi è succube della propria consorte e che le perdona qualsiasi cosa e qualsiasi mancanza di rispetto nei suoi confronti.

C’è chi è schiavo della sigaretta, chi dell’alcol, chi della buona tavola

Ci sono tante forme di dipendenza. In ambito sentimentale la stragrande maggioranza delle persone ha un archetipo definito, dei gusti definiti che portano a scegliere spesso la stessa tipologia di partner. Si usa dire che chi si somiglia si piglia.

Ma non c’è una regola certa. A volte si possono scegliere persone complementari, mentre a volte si attraggono le persone totalmente opposte, completamente agli antipodi.

Sapere poi perché siamo esseri così abitudinari è difficile a dirlo. Perché i nostri comportamenti sono incasellati sempre in pochi pattern, in poche categorie?

Perché fanno parte della nostra identità e della nostra personalità di base che è sempre così stabilita e predeterminata? Siamo davvero degli esseri così prevedibili?

In fondo siamo ciò che pensiamo e siamo ciò che facciamo e inoltre facciamo sempre ciò che pensiamo? I nostri desideri agiscono per noi? Siamo agiti dalle nostre subpersonalità?

Siamo come automi già programmati con schemi sia innati che appresi? Gli studiosi della mente cercano di dare risposte, ma c’è poco di certo.

Tutti concordano nel dire che il cervello umano è “schematico” per adattarsi meglio all’ambiente, per essere coerenti con noi stessi (dato che siamo ricercatori di coerenza e stabilità), per mettere ordine al disordine, per interpretare più efficacemente il mondo.

Tutti siamo soggetti a schemi cognitivi, costituiti da modelli e rappresentazioni mentali, da convinzioni radicate nell’animo.

Il problema è che alcuni hanno degli schemi “disfunzionali” e finiscono per imbattersi sempre nelle solite situazioni, nei soliti episodi.

È però anche vero che quando ci imbattiamo in una situazione viene attivata la memoria ed in essa vengono cercate delle reazioni e dei comportamenti a situazioni simili che abbiamo già vissuto.

È molto difficile cambiare, comportarsi in modo completamente nuovo ed originale.

Alcune domande sorgono spontanee. In che modo viene generato un modello di comportamento? Fino a che età si può cambiare schemi di comportamento?

Una persona poi può cambiare i suoi schemi di comportamento senza snaturarsi totalmente? Una cosa è certa: molte persone sono molto conservatrici, hanno così paura del nuovo, dell’ignoto, del cambiamento, che preferiscono stare malissimo pur di rimanere tali e quali.

Una persona, come si suol dire, è inutile che viaggi per il mondo e cambi mille città diverse se porta con sé nel cuore e nella mente il suo vecchio paese, con le sue esperienze spiacevoli.

Volenti o nolenti i nostri schemi di comportamento sono delle generalizzazioni che ci permettono di interagire con gli altri nel modo che a noi sembra più efficace e più veritiero possibile.

Il problema principale, croce e delizia al tempo stesso, è che la nostra esperienza è sempre troppo limitata per fare delle inferenze efficaci per il futuro.

Davide Morelli

Redazione Corriere Nazionale

Redazione Corriere di Puglia e Lucania

 


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