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Tita e Lela ritrovano il mare, le due tartarughe sono state liberate

Attualità & Cronaca

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alle ore: 05:00

I due esemplari di Caretta caretta di 44 e 37 chili, erano stati trovati feriti. Una aveva ingerito plastica, l’altra aveva gli arti anteriori bloccati da una fune. Il ritorno alla libertà nell’area protetta di Portofino dopo le cure all’Acquario di Genova.

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AGI – Un piccolo viaggio a bordo di un gommone, in appositi contenitori costantemente bagnati, destinazione: il mare aperto, finalmente. E’ ricominciata oggi, a largo del promontorio di Portofino, la seconda vita di Tita e Lela, due tartarughe della specie Caretta caretta nel centro di recupero dell’Acquario di Genova. Il rilascio è avvenuto questa mattina.

Tita era stata individuata in difficoltà il 2 ottobre scorso da un diportista nelle acque antistanti l’Area Marina Protetta di Portofino. È stata poi portata all’Acquario grazie al coinvolgimento della Guardia Costiera di Santa Margherita Ligure che ne aveva curato il trasferimento.

Al suo arrivo l’animale pesava 36 chili.

Lo staff medico-scientifico dell’Acquario, dopo i controlli di routine – esami del sangue, tamponi, radiografie ed ecografia – aveva riscontrato a livello gastroenterico una parziale ostruzione, dovuta all’ingestione di materiale plastico.

Lela invece proviene dalla Toscana, dove era stata trovata in fin di vita: rinvenuta il 29 novembre 2019 sulla spiaggia di Rimigliano, in seguito ad una mareggiata, risultava con entrambi gli arti anteriori e la gola intrappolati da una fune a cui erano legate numerose bottiglie di plastica vuote (probabilmente erano i galleggianti di un palangaro).

Liberata da alcuni volontari del WWF era stata trasferita grazie alla Capitaneria di Porto di Piombino all’Acquario di Livorno, dove lo staff medico-veterinario aveva riscontrato delle profonde lacerazioni su ambo le articolazioni scapolo omerali. Presentava anche una cicatrice all’occhio destro che le occludeva completamente il bulbo oculare: una volta rimossa ha riacquistato completamente la vista bilaterale.

Nei mesi di ricovero è stata trasferita a Genova dove, dopo una lunga degenza, è stata completamente recuperata grazie anche ad una fisioterapia riabilitativa che le ha permesso di riacquistare completamente l’uso degli arti.

Una volta riacquistato e consolidato il buono stato di salute e verificata la loro idoneità al rilascio, gli esemplari di Caretta caretta sono stati misurati e pesati – Lela ha raggiunto i 44 kg di peso (ne pesava circa 20 al momento del ricovero) e Tita i 37 kg – ed è stato inserito un microchip che permetterà di identificarli in caso di eventuali altri ritrovamenti.

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L’operazione di rilascio è stata eseguita dallo staff acquariologico e medico veterinario dell’Acquario di Genova in accordo con i Carabinieri, servizio C.I.T.E.S., che coordinano a livello nazionale l’applicazione della Convenzione di Washington che tutela questi animali, e in collaborazione con la Guardia Costiera, nell’ambito delle attività previste dal Protocollo d’intesa vigente tra la Direzione Marittima e l’Acquario che ha l’obiettivo di definire e gestire i principi di intervento in caso di segnalazione, avvistamento o ritrovamento di esemplari di fauna marina feriti o in difficoltà, oltre che nel comune intento di rilanciare, in ogni favorevole occasione, un messaggio di massima sensibilità ambientale per stimolare l’utente del mare ad un radicale cambiamento culturale proteso al massimo rispetto dell’ambiente marino.

L’Acquario di Genova interviene sulle tartarughe marine in difficoltà dal 1994 e dal 2009 è referente istituzionale per la Regione Liguria per l’ospedalizzazione delle Caretta caretta. Nel 2017, ha ricevuto, insieme all’Acquario di Livorno, anch’esso gestito da Costa Edutainment, il riconoscimento nazionale come centro di recupero e lunga degenza delle tartarughe marine dal Ministero della transizione ecologica.

Diverse sono le cause che portano al ricovero degli animali. Tra le principali: interferenze con le attività di pesca, principalmente dovute ai palamiti (è frequente la presenza di ami nella cavità boccale o nel tratto digerente, spesso evidenziato dal filo di nylon che fuoriesce ai margini della bocca) o alle reti (possono causare ferite, mutilazioni e, nel peggiore dei casi, il soffocamento degli animali); ingestione di corpi estranei, quali ad esempio sacchetti di plastica scambiati per meduse che fanno parte della dieta naturale di questi rettili; impatto con imbarcazioni a motore, che arrecano traumi e ferite sul carapace o sul capo, a volte letali; patologie debilitanti che provocano lo spiaggiamento dell’animale; sversamenti o presenza di petrolio. Più decisa Lela, più titubante Tita, una volta in mare aperto hanno ripreso a nuotare, ancora una volta nella propria casa.

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