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Tornano gli scontri in Irlanda del Nord

Mondo

di Claudio Gentile

 

È stata una Pasqua di scontri e di fuoco quella che è stata vissuta a Belfast. Disordini che si sono poi ripetuti tutte le sere nei giorni a seguire. Era dal 1998, anno della firma degli “Accordi di pace del Venerdì Santo” che pose fine alle lotte in Irlanda del Nord, che non si vedevano più simili immagini.

La capitale dell’Ulster è tornata a vivere nei giorni scorsi alcune scene drammatiche che si pensavano dimenticate: un autobus sequestrato e poi dato alle fiamme, pneumatici incendiati, lanci di bottiglie, mattoni, sassi e molotov contro gli autoblindo della polizia, scontri davanti ai Peace Wall, i muri della pace, che ancora dividono con barriere in metallo, cemento e filo spinato i quartieri protestanti unionisti da quelli cattolici nazionalisti.

Condanne sono state subito pronunciate sia dal premier britannico Boris Johnson, che ha definito “inaccettabili” le violenze e ha invitato al dialogo, sia dai vertici del governo nordirlandese, la presidentessa unionista Arlene Foster e la vicepresidente repubblicana Michelle O’Neill. Anche il premier irlandese, Micheàl Martin, la Casa Bianca e l’UE si sono detti preoccupati per la situazione. Il portavoce della Commissione Europea Eric Mamer ha chiesto a “tutte le parti di astenersi immediatamente da questi atti di violenza”.

A far scoppiare la miccia di questa guerriglia urbana pare sia stata la mancata sanzione di 24 membri dello Sinn Féin, rei di aver partecipato il 30 giugno scorso ai funerali di una storica figura dell’IRA (Irish Republican Army), Bobby Storey, violando così le norme anti-Covid. I lealisti britannici e gli stessi vertici del DUP, il partito unionista al potere, hanno condannato la decisione di non perseguire i partecipanti al funerale ed hanno chiesto le dimissioni del capo della polizia, Simon Byrne, accusata di stare dalla parte dei nazionalisti irlandesi. Secondo la stampa a sobillare gli animi sono state delle milizie paramilitari filobritanniche, mai smantellate, che arruolano giovanissimi, che non hanno mai vissuto per ragioni anagrafiche i Troubles, gli scontri degli anni Settanta-Ottanta e le bombe dell’IRA, nella retorica della guerra dei padri.

Questi adolescenti vengono aizzati dai più anziani (già protagonisti dei Troubles) a lanciare sassi e molotov contro la polizia o i loro “rivali” repubblicani e poi a scappare, ben consapevoli della immunità data loro dalla minore età.

Secondo la BBC, durante la guerriglia avvenuta nei giorni scorsi nei quartieri unionisti di Sandy Row e Newtownabbey di Belfast, poi ampliatasi a Derry e alla cittadina di Carrickfergus, sono stati finora feriti 55 agenti di polizia e sono stati effettuati 10 arresti, tra cui minori di 13 e 14 anni.

Un altro motivo di scontro sembrerebbe essere stato l’arresto, qualche giorno prima, di alcuni membri dell’Ulster Defence Association (Uda), un gruppo paramiliare implicato in traffici di droga.

In realtà la cenere cova da tempo e si è recentemente riaccesa a causa della Brexit. Infatti, gli unionisti si sentono traditi dalla Gran Bretagna a causa della barriera commerciale innalzata tra l’Irlanda del Nord ed il resto del Regno Unito. Con il protocollo firmato dal governo inglese con l’UE, anche per rispettare gli “Accordi del Venerdì Santo” e non prevedere di nuovo una frontiera fisica tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord, si è di fatto creato un confine marittimo, con l’istituzione di dogane e controlli, che ora divide l’isola di Smeraldo dal Regno Unito. Ciò comporta pratiche conseguenze: le merci in arrivo dall’UK sono costrette a bloccarsi nei porti ed a subire controlli doganali con consequenziali difficoltà burocratiche e problemi di approvvigionamento. Inoltre, si contesta che in questa maniera l’inglese Irlanda del Nord, rimanendo nel mercato unico europeo, si allontana da Londra e si avvicina sempre più a Dublino. I sudditi leali alla corona inglese, però, dimenticano che nel referendum del 2016 loro avevano appoggiamo la Brexit, anche se poi il Remain aveva vinto nell’Ulster con il 55% dei voti.

La Brexit, quindi, ha risvegliato gli animi e gli equilibri raggiunti con difficoltà sono saltati. Il 10 aprile 1998, il venerdì santo di quell’anno (da qui il nome), venne firmato tra UK e Irlanda un Accordo che dettava una serie di norme di convivenza e poneva fine alle discriminazioni ed ai violenti scontri nell’Irlanda del Nord, che avevano causato oltre tremila vittime e danni incalcolabili. Da allora, anche con l’eliminazione della frontiera tra le sei contee inglesi ed il resto dell’isola, sembrava che le cose stessero migliorando, anche se in realtà le due comunità hanno sempre continuano a vivere separate ed a odiarsi.

I rapporti tra il DUP ed il repubblicano Sinn Fein, legato all’IRA, pur governando insieme dal 1998 è sempre in bilico.

Gli unionisti stanno perdendo terreno e l’anno prossimo, quando si conosceranno i risultati definitivi del censimento tenutosi lo scorso 23 marzo, si teme che i rapporti di forza si sovvertano con i cattolici repubblicani che possono raggiungere la maggioranza degli abitanti dopo trecento anni, vincere le successive elezioni e quindi, giunti al governo per la prima volta dal 1922, chiedere un nuovo referendum per staccarsi dalla Gran Bretagna e unirsi all’Irlanda e giungere così a quella unificazione tanto desiderata.


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