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Un “patto d’integrazione” per gestire la trasformazione multietnica e multiculturale della città di Roma. Intervista a Edmond Godo

Politica

di Daniela Piesco

Il 7 marzo del 1991 l’Italia scoprì di essere considerata “L’ America” del popolo albanese.

In Albania stava crollando il regime comunista di Enver Hoxha, di ispirazione marxista-leninista, che aveva condannato il Paese all’isolamento e alla povertà assoluta.

Spinti dalla promessa di benessere dei canali televisivi italiani, che ricevevano anche dall’altra sponda dell’Adriatico, furono in 25mila a tentarne la traversata.(https://www.progetto-radici.it/2020/11/10/un-ponte-con-lalbania/)

Tra loro vi era Edmond Godo.

Edmond Godo è il presidente della comunità albanese in Italia Besa Aps , è partito da Durazzo trent’anni fa, a Roma ha messo su famiglia, si è laureato in Sociologia alla Sapienza e ha già avuto una prima esperienza al III Municipio.

Oggi Edmond Godo firma la sua candidatura al Consiglio Comunale del Comune di Roma : Il 3-4 ottobre Godo si presenta nelle liste del Pd sostenendo il candidato sindaco  Roberto Gualtieri, ex ministro dell’Economia sostenuto da tutto il centrosinistra per la corsa al Campidoglio dopo la vittoria alle primarie dello scorso giugno.

Appare evidente che il Pd voglia rappresentare i volti di una Roma che è sempre più multietnica e intercettare i voti delle sempre più numerose second generation, i figli degli immigrati, con la cittadinanza italiana (e il diritto di voto).

Intervista a Edmond Godo

1) La prima domanda è d’obbligo : possiamo conoscerla meglio?


Mi chiamo Edmond Godo ed ho 54 anni. Sono arrivato in Italia nel marzo del 1991, all’indomani del mutamento radicale ma non violento intervenuto in Albania. A Roma ho formato la mia famiglia ed ho svolto diverse attività politiche e sociali accanto al mio lavoro. Da questo punto di vista io, come altri candidati di origine immigrata, appartengo alla generazione che ha vissuto la, purtroppo breve, possibilità di partecipare alla vita pubblica della comunità degli immigrati che la giunta Veltroni insieme alla sua delegata Eckert Coen avevano messo in piedi, in risposta alla chiusura della società occidentale dopo le Torri Gemelle. Appartengo a quella generazione che ha contribuito a fare il salto dalla politica dell’emergenza e dell’assistenza sociale alla politica dell’integrazione ovvero dell’accompagnamento della comunità romana alla trasformazione in società multietnica. La politica romana aveva capito questa sollecitazione prima di tutto culturale, tanto che il Consiglio Comunale, unico in Italia e senza voti contrari, aveva approvato la Deliberazione n. 66/2002: “Orientamenti e indirizzi per l’attuazione della politica riguardante la multietnicità nella città di Roma”. La storia della città, però, lo sappiamo, ha seguito un altro corso e si è nuovamente chiusa ripiegandosi sull’assistenza, abbandonando la spinta innovativa e di crescita della politica della multietnicità, la cui delibera, nonostante gli altri cambiamenti, è tutt’ora vigente.

2) Perché ha deciso di rimettersi in gioco ?


Oggi, a quasi vent’anni di distanza, mi rimetto in corsa per ricominciare da dove la generazione della partecipazione è stata costretta a fermarsi: la città è cambiata, è ora ancor più una città multietnica e multiculturale, però spontanea e abbandonata a sé stessa e continuerà a cambiare, stavolta fruttuosamente, se il governo della città guiderà e accompagnerà questo cambiamento. Guida e accompagnamento che non si possono fare in modo autoritario e con strumenti copiati dai libri ma ha assolutamente bisogno della partecipazione dei diretti interessati, i cittadini, siano essi italiani o di origine immigrata.

3) Cosa propone nello specifico Edmond?


Propongo di riprendere la delibera approvata dal Consiglio Comunale a partire proprio dalla sua impostazione: “il patto d’integrazione” attraverso la cittadinanza attiva e di rivitalizzare con l’esperienza degli ultimi vent’anni le sue indicazioni per la partecipazione;”il contratto con i cittadini stranieri: governance e multietnicità” che vuol dire trasparenza, comprensibilità e fiducia reciproca; “il contratto con la città: multietnicità e sviluppo” che vuol dire miglioramento dell’occupazione, internazionalizzazione della produzione, internazionalizzazione culturale; “il contratto con tutti i cittadini: vivibilità della città multietnica” che vuol dire visibilità, pari opportunità, non discriminazione, qualità dei servizi.

4) Roma è cambiata e come cambierà ancora ?


Roma è cambiata e cambierà ancora, perciò la politica deve anch’essa cambiare: lasciamo alle politiche sociali la loro doverosa preoccupazione per le emergenze e gli interventi d’inclusione e introduciamo finalmente la nuova politica dell’integrazione, che riconosce che nella comunità romana si sono aggiunti nuovi protagonisti che hanno la volontà e la capacità, se glielo si permette, di contribuire concretamente a fare di Roma una città migliore e produttiva.

5) Come innovare l’approccio alla multiculturalità?


Già il solo pensare di innovare l’approccio alla nuova condizione multietnica e multiculturale della città suggerisce strumenti d’applicazione della nuova politica altrettanto innovativi. I cittadini romani di origine immigrata o nati qui da famiglie immigrate sono cresciuti, sono istruiti e molti occupano anche posizioni sociali significative, perciò accompagnare la trasformazione in comunità multietnica e multiculturale significa anche accogliere in parità la conoscenza e le capacità di leadership che essi hanno acquisito vivendo in prima persona la nuova condizione cittadina. Mettere a disposizione dei cittadini il nuovo “Osservatorio del territorio multietnico e multiculturale della città di Roma”. Costituito a norma di Statuto, con la partecipazione comune di esperti in queste materie, di origine immigrata o nati qui da famiglie immigrate e italiani, permetterebbe di osservare la realtà vera del territorio romano, di individuare le effettive esigenze della popolazione dei territori e quindi di definire correttamente obiettivi e interventi davvero utili allo svolgersi del processo d’integrazione nel territorio stesso.

6) Di cosa dovrà occuparsi l’istituzione della Commissione permanente ‘Politiche della multietnicità e multiculturalità’ in seno all’Assemblea Capitolina?


Per fare una politica utile ai cittadini occorre conoscere per valutare, valutare per prevedere, prevedere per decidere; questa nuova fonte di conoscenza mirata a sostenere il processo d’integrazione territoriale correttamente inteso non può essere mortificata in una visione settoriale ma per produrre il proprio contributo ha bisogno di un luogo di elaborazione politica e amministrativa trasversale. L’istituzione della ‘Commissione permanente politiche della multietnicità e multiculturalità’ in seno all’Assemblea Capitolina può essere il luogo d’elezione dove trasformare la conoscenza acquisita in valore per la vita dei cittadini. Oggi la vita multiculturale dei territori è viva ma invisibile, nascosta dalla sovrapposizione della visione emergenziale, perciò i cittadini romani sono portati ad accorgersi e a valutare solo questi aspetti collegati alla presenza immigrata. Anche questo deve cambiare e lasciare spazio alla realtà e la Commissione, sulla base della conoscenza messa a disposizione dall’Osservatorio, può definire le linee di un programma interassessorile di comunicazione ai media e ai cittadini che descrive che cosa effettivamente sta succedendo nei territori romani, spiega la relazione tra questo e la nuova condizione multietnica e multiculturale e permette alla cittadinanza italiana e immigrata di avere una visione reale, condivisa e non conflittuale della convivenza reciproca.

7) Che ruolo ha in tutto questo il Piano d’azione della Commissione Europea per l’integrazione e l’inclusione 2021-2027?


L’Unione Europea ha recentemente approvato il proprio “Piano d’azione per l’integrazione e l’inclusione 2021-2027” che destina, insieme ad altre cose, specifici finanziamenti alle città proprio per aumentare il processo di partecipazione delle comunità immigrate alla gestione dei propri territori e per far diventare questa partecipazione davvero efficace. È dunque indice di serietà prevedere l’organizzazione di un momento strutturale di interazione tra le nuove leadership multietniche e multiculturali e l’Ufficio di progettazione europea dell’Amministrazione affinchè si possano attrarre nuovi finanziamenti per gestire l’approccio alla multietnicità e multiculturalità di Roma.

8) Quanto è importante da immigrato salvaguardare la lingua e la cultura albanese?


Nelle mie cose ci metto tanta passione e speranza, a tal proposito mi ritorna alla mente ciò che ricorda Madre Teresa Di Calcutta. “Ogni cosa che facciamo è come una goccia nell’oceano, ma se non la facessimo l’oceano avrebbe una goccia in meno”.
Senza la lingua non c’è identità. Siamo al quarto anno della scuola di lingua albanese a Roma organizzata dalla associazione Besa-Aps e i suoi volontari. Nel 1912, l’anno dell’indipendenza i padri fondatori albanesi come elemento di unificazione hanno scelto proprio la lingua oltre al territorio e la popolazione, ecco perche alla mia comunità dico di impegnarsi di più.
Esempio eccellente di questo esperimento riuscito sono gli Albanesi d’italia, presenti in Italia già dal XV secolo all’epoca dell’eroe nazionale albanese Scanderbeg e conservano ancora oggi la lingua albanese. L’ arbëresh è una lingua viva parlata in più di trenta Comunità, dove vengono pubblicate delle riviste in questa lingua e opere in prosa e in poesia. La letteratura colta albanese nasce nelle colonie albanesi d’italia, con grandi poeti come Giulio Variboba e Geronimo de Rada. Anche oggi esiste una comunità di scrittori e poeti che mantengono la tradizione letteraria. Un ambasciatore albanese in Italia qualche anno fa ha affermato: “i veri albanesi siete voi, gli arbëresh , perche da più di 500 anni e mantenete ancora viva la lingua .”
Inoltre, con la legge 482/99 che reca norme a favore delle minoranze linguistiche, l’albanese é riconosciuta dalla Repubblica italiana, viene insegnata nelle scuole e può essere utilizzata anche negli organi collegiali, nella toponomastica e nelle relazioni con le autorità.
Questa parte della diaspora albanese, costituisce tutt’oggi comunità importanti nel sud d’Italia, per la precisione in Puglia, Calabria, Sicilia, Basilicata, Campania, Molise e Abruzzo.
In fuga dalle loro terre dagli occupatori ottomani pur con grandi difficoltà gli Arbëresh,ebbero la possibilità di costruire case e luoghi di culto. La storia di questa comunità nel nostro Paese è paradigmatica perché riguarda comunità che, pur integratasi nel tessuto sociale e culturale dello Stato, ha conservato nei secoli la loro lingua e cultura.
La convivenza realizzata nel tempo fra maggioranza e minoranza nel nostro Paese può costituire un modello per gestire al meglio anche l’integrazione degli immigrati e potrebbe essere un esempio per il patto d’integrazione di cui ho parlato e che ho proposto.


9) Quale futuro auspica ai suoi figli? O meglio quale è, se lo conosce , il desiderio dei suoi figli?


I miei figli sono nati e cresciuti in Italia da genitori albanesi ed auguro a loro di vivere una vita lontano dai pregiudizi, ma questo dipende da noi. Il loro desiderio è di continuare a vivere qui.
Io ci ho messo 30 anni per riuscire a candidarmi in un partito importante e strutturato come il PD e sono felice di dare il mio contributo in queste elezioni perché ho un sogno da perseguire: vorrei che un giorno uno dei miei figli possa correre per diventare sindaco di Roma.


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