fbpx

Una vita degna di essere vissuta

Attualità & Cronaca

La vita è degna d’esser vissuta quando ci sfida, non quando ci blandisce.
Roberto Gervaso

Di Daniela Piesco Vice Direttore Radici

L’ Articolo 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani sancisce il diritto per tutti di vivere dignitosamente.E’ un articolo che riassume e ricapitola tutti gli altri nel segno della dignità integrale della persona. Il contenuto di questa norma internazionale è come la carezza amorevole che il Diritto internazionale dei diritti umani fa alla persona.

L’Articolo parla infatti di un tenore di vita che produca e alimenti il benessere integrale della persona e della sua famiglia, cioè dell’essere umano fatto di anima e di corpo, di spirito e di materia.

In questo contesto il concetto di salute è quello definito dalla Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: “una condizione di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non meramente l’assenza di malattia“. Precisa questa stessa Costituzione che “il godimento del più alto conseguibile livello di salute costituisce uno dei diritti fondamentali di ogni essere umano senza distinzione di razza, di religione, di fede politica, di condizione economica o sociale” e che “la salute di tutti i popoli è fondamentale ai fini del conseguimento della pace e della sicurezza ed è dipendente dalla più piena collaborazione degli individui e degli stati“.

Pochi mettono in relazione l’Articolo 25 con l’Articolo 1 della Dichiarazione universale

Ma bisogna farlo. Coloro che “nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”, coloro cioè che sono la legge fondamentale, hanno diritto a vivere, non a sopravvivere, fortunosamente o a morire di stenti. Morendo prematuramente o stentando a sopravvivere è lo stesso “diritto umano sussistente” (Antonio Rosmini) che entra in crisi, è lo stesso ordinamento giuridico che perde di sostanza precettiva

È notorio che in Italia non esiste ancora per tutti, il Diritto ad una Vita Dignitosa, senza il quale l’accesso ad una morte Dignitosa, non è più libera scelta nel rispetto di un Diritto riconosciuto.

Fuga dalla sofferenza della vita

La morte dignitosa altro non è che  la fuga da una sofferenza non più tollerabile, oltretutto nell’indifferenza di una Società che finge di non recepire questo problema come presupposto di un sentimento di coesione sociale.

Ma se non esiste il diritto ad una  vita dignitosa, quando non sono garantite vitali necessità assistenziali,la scelta del suicidio assistito, potrebbe non essere una libera scelta.Sarebbe  indotta,di fatto,dalla sofferenza. 

Credo che,dunque, siano due gli spunti importanti sui quali soffermarsi : la tecnologia, che raggiunge vette sempre più alte, che permette quindi di allungare la vita e di curare malattie prima incurabili, e la “vita degna di essere vissuta”, perché è della dignità dell’uomo che stiamo parlando, quasi andando a riprendere un antico valore come l’humanitas latina.

Ridefinire questi concetti è la vera sfida di oggi, non solo ovviamente in campo medico: si tratta di capire quand’è che la vita non è più vita, ma diventa qualcos’altro, causando la spersonalizzazione del paziente in mero caso clinico, degradandolo così a essere rappresentato solo dalla sua malattia.

È utile leggere a tal proposito un passo di Corrado Manni (Direttore emerito di Anestesia e Rianimazione del Policlinico “A. Gemelli” di Roma):

L’obiettivo del medico deve essere quello di difendere la vita dell’uomo rispettando la sua complessità psicosomatica e spirituale. Il rischio è quello di un tecnicismo che assoggetta l’uomo e lo riduce a mera espressione del proprio potere. Di fatto, la possibilità di ritardare con ogni mezzo e ad ogni costo il momento della morte può facilmente determinare un atteggiamento di accanimento terapeutico; così come il desiderio di interrompere le sofferenze che inevitabilmente accompagnano le fasi terminali della vita può indurre ad una richiesta di astensionismo terapeutico. Ciò ci lascia intravvedere la estrema complessità del problema e la difficoltà anche per il medico più esperto a fornire risposte esaurienti e soprattutto a proporre modelli operativi sufficienti per evitare in ogni caso scelte terapeutiche errate. Perché sia l’accanimento che l’abbandono terapeutico contrastano con gli indirizzi del codice di deontologia medica e con i fondamentali valori etici. “(Corrado Manni, Accanimento terapeutico, cit.)

L’eutanasia letteralmente significa “buona morte”, consiste nel procurare intenzionalmente la morte di un individuo, la cui vita sia condizionata da una malattia.

Con il tema dell’eutanasia, siamo di fronte all’insondabile mistero della vita e della morte. È uno di quegli argomenti in cui è facile cadere vittime di pressappochismi e pregiudizi, almeno finché se ne parla in generale, come se in fondo questo argomento fosse solo un problema della giurisprudenza e non ci toccasse davvero da vicino.

Che sia necessaria una regolamentazione pare cosa quasi ovvia, ma non lo è per tutti e non allo stesso modo. L’eutanasia, è un argomento di grande attualità in un momento in cui la nostra cultura sembra rifiutare qualsiasi incontro con il mistero della morte; a questa si oppone un concetto simmetrico, l’accanimento terapeutico, che ugualmente pone degli interrogativi di liceità. Scrive sempre il prof. Corrado Manni (Direttore emerito di Anestesia e Rianimazione del Policlinico “A. Gemelli” di Roma):

Non è raro trovare medici che ritengono che la morte dei propri pazienti sia espressione di un insuccesso terapeutico. Questa convinzione determina più o meno coscientemente un comportamento finalizzato a ritardare con tutti i mezzi possibili il momento del decesso. Ciò si verifica quando la morte è ritenuta a torto la complicanza finale di una patologia e non il naturale termine della vita. Oggi più che mai si sente il bisogno di ricuperare il significato vero della morte, un significato nascosto da modelli di vita eccessivamente materialistici ed edonistici. Il rifiuto della morte non appartiene soltanto al medico, ma a tutti i cittadini. Oggi si assiste ad una eccessiva medicalizzazione delle fasi terminali della vita. Il morente viene quasi sempre ospedalizzato, abbandonato dal suo ambite e dai suoi affetti familiari. Il motivo apparente è quello di favorire le cure atte a salvare la vita; il motivo reale è in molti casi quello di evitare di rimanere coinvolti in un momento così doloroso. E’ evidente che il rifiuto della morte può indurre all’accanimento terapeutico, così come il rifiuto della sofferenza può favorire una scelta di eutanasia.”

Le persone che non vivono la malattia possono decidere che l’individuo malato deve soffrire fino alla fine dei suoi giorni?

Alcune persone ritengono che l’eutanasia volontaria sia una scelta giusta e libera, perché ritengono che vivendo in democrazia, ogni uomo abbia diritto di scegliere la propria sorte. Inoltre il dolore che si prova durante la malattia è incomprensibile ad un’altro individuo che non vive quella stessa situazione, pertanto è inconcepibile che proprio le persone che non vivono la malattia debbano scegliere e decidere che l’individuo malato deve soffrire fino alla fine dei suoi giorni. Ed infine la convinzione del malato di stare per morire lo spinge a credere di essere un peso per la propria famiglia che deve combattere anch’essa con la malattia.

Un accenno doveroso a Piergiorgio Welby e Eluana Englaro

Tre dei casi più famosi di Eutanasia sono stati quello di Piergiorgio Welby e di Eluana Englaro . Nel primo caso l’uomo era affetto da distrofia muscolare e rivendicò per molti anni i suoi diritti, di uomo libero, fino alla fine quando ci riuscì. Il caso Englaro invece vide come protagonista una giovane che, dopo un incidente stradale, fu costretta a rimanere per 17 anni in coma. Nell’arco di questo tempo la famiglia combatteva per far terminare le cure.

A questo proposito, la risposta della fede religiosa diventa decisiva per molti ed è focalizzata sull’esperienza del dolore che nel mondo cristiano in particolare diventa espressione misteriosa dell’amore di Dio, mentre per un laico il dolore può non avere particolare rilievo, se non quello di essere un impedimento alla propria realizzazione.

Il discorso tocca delle corde molto intime, perché niente è più intimo delle convinzioni di vita di ciascuno. Purtroppo manca una regolamentazione e questa mancanza ha il suo peso perché favorisce la clandestinità del fenomeno.

L’arretratezza dell’Italia

Nel mondo tutti gli Stati hanno affrontato questo problema o lo stanno affrontando con (come l’ Olanda) una legislazione in merito. L’arretratezza dell’Italia viene quasi automaticamente attribuita alla vicinanza del Vaticano, poiché la Chiesa Cattolica è fermamente contraria all’interruzione volontaria della vita di un malato terminale (la vita è dono di Dio). Questa posizione così netta certo non favorisce alcun dialogo. Ma forse il problema, almeno giudicando da quanti Stati ancora considerano omicidio l’eutanasia, è certamente più complesso.

Una questione alla deriva : gli oppositori dell’eutanasia sostengono infatti che, una volta legalizzata, si rischi di scivolare verso situazioni via via incontrollabili proprio per l’impossibilità detta sopra di determinare sempre e in ogni caso univocamente il decorso della malattia. C’è poi il caso delle persone che non sono coscienti o di cui non è possibile stabilire la coscienza: come ci si dovrebbe comportare? Quindi occorre una legge che eviti di trovarsi di fronte a casi limite in cui i confini siano troppo sfumati, tali da non capire come sia meglio procedere.

La lettera di Welby

Io amo la vita, Presidente. Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico che ti delude. Io non sono né un malinconico né un maniaco depresso – morire mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita – è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche. Il mio corpo non è più mio … è lì, squadernato davanti a medici, assistenti, parenti. Montanelli mi capirebbe. Se fossi svizzero, belga o olandese potrei sottrarmi a questo oltraggio estremo ma sono italiano e qui non c’è pietà.» (…) «La morte non può essere “dignitosa”; dignitosa, ovvero decorosa, dovrebbe essere la vita, in special modo quando si va affievolendo a causa della vecchiaia o delle malattie incurabili e inguaribili. La morte è altro. Definire la morte per eutanasia “dignitosa” è un modo di negare la tragicità del morire. È un continuare a muoversi nel solco dell’occultamento o del travisamento della morte che, scacciata dalle case, nascosta da un paravento negli ospedali, negletta nella solitudine dei gerontocomi, appare essere ciò che non è. Cos’è la morte? La morte è una condizione indispensabile per la vita. Ha scritto Eschilo: “Ostico, lottare. Sfacelo m’assale, gonfia fiumana. Oceano cieco, pozzo nero di pena m’accerchia senza spiragli. Non esiste approdo

A Welby è stato staccato il respiratore artificiale. La Chiesa non concesse la celebrazione del rito religioso a Welby.

L’eutanasia e l’accanimento terapeutico:in fondo l’altro lato della medaglia

L’eutanasia attiva consiste nel causare o accelerare la morte mediante l’intervento diretto del medico tramite l’utilizzo di farmaci letali. La scelta può essere direttamente presa dal paziente o dai suoi famigliari (magari avvalendosi di una sorta di “testamento biologico”, non ancora del tutto riconosciuto dalla legislazione italiana).


Il suicidio assistito è invece l’atto mediante il quale un malato, per sua precisa volontà, assistito dal medico, si procura una rapida morte. Il medico ha così il compito di prescrivere i farmaci necessari al suicidio e lo consiglia riguardo alle modalità di assunzione. Manca, dunque, l’atto diretto del medico che somministra in vena i farmaci al malato.
Il termine eutanasia passiva indica la morte del malato determinata dalla sospensione del trattamento farmacologico, o dall’astensione del medico dal compiere degli interventi che potrebbero prolungare la vita stessa. Questo processo è strettamente legato concetto di “astensione terapeutica”.

L’accanimento terapeutico può essere definito in questo modo, tramite un documento del Comitato Nazionale per la Bioetica (Questioni bioetiche relative alla fine della vita umana, Roma 1996) dove si legge: «Trattamento di documentata inefficacia in relazione all’obiettivo, a cui si aggiunga la presenza di un rischio elevato e/o una particolare gravosità per il paziente con un’ulteriore sofferenza, in cui l’eccezionalità dei mezzi adoperati risulti chiaramente sproporzionata agli obiettivi della condizione specifica»

Possiamo però immaginare che nella forma in cui la conosciamo oggi, cioè chiedere di farsi uccidere, per non soffrire (eutanasia attiva), o lasciar morire una persona che non ha speranza di guarigione, anche senza il suo consenso, perché magari non è neanche più lucida (eutanasia passiva), siano accadute molte volte lontano dai riflettori, senza sbandieramenti, perché si era in un territorio estraneo alla legge: un caso valga per tutti, quello di dj fabo .

al centro dj Fabo 


Si può togliere la vita a una persona con il suo consenso?

È una domanda quasi paradossale poiché contraria all’istinto di conservazione proprio di ogni uomo. Ma l’eutanasia c’è, si applica sottobanco, questo è certo; si applica anche di frequente, visto che le mozioni per legalizzare l’eutanasia sono state molte in Italia, senza risultato, così come in molti altri paesi, su tutti bastino Belgio, Olanda e Svizzera, dove è legale già da diverso tempo. Definito il campo, occorre capire come muoversi in questo sentiero scosceso, perché, come sostiene Manni, «La medicina consente, oggi, di modificare profondamente la naturale evoluzione della fase terminale della vita. In particolare, la rianimazione ha conseguito risultati tali da indurre ad una ridefinizione dello stesso concetto di morte aprendo nuove speranze per il recupero di molti pazienti in condizioni critiche ad una vita degna di essere vissuta

L’ultimo caso

L’ultimo caso invece, successo da poco e balzato agli onori della cronaca vede come protagonista un paziente marchigiano di 43 anni, immobilizzato da 10,che ottiene dall’azienda ospedaliera la possibilità di porre fine alle sue sofferenze

Mentre l’approvazione del disegno di legge che dovrebbe regolare il suicidio assistito viene allontanata con un rinvio dopo l’altro, in Italia arriva il primo sì del Comitato etico per l’accesso legale al suicidio assistito. Anche se l’ultima parola, come precisa la Regione Marche, spetta al Tribuale di Ancona. La condizione di Mario, nome di fantasia, rispetta le condizioni fissate dalla Corte costituzionale (sentenza 242/2019), per accedere alla morte “medicalmente assistita”: il paziente, 43 anni, marchigiano tetraplegico immobilizzato da 10 anni, in seguito ad un incidente stradale, ha chiesto da oltre un anno all’azienda ospedaliera locale che fossero verificate le sue condizioni di salute per mettere fine alle sofferenze. Un primo passo, per muoversi nel rispetto di quanto stabilito dalla Consulta, per la non punibilità, in caso di suicidio assistito.

Imprigionati nel proprio corpo, senza sapere se e quanto si è coscienti, se non intuendolo dallo sguardo. È una vita degna di essere vissuta?

Che la vita è misteriosa lo si sa tanto è vero da non lasciarsi intrappolare da nessuna giurisprudenza. Forse aveva ragione Kant a mettere in relazione la legge morale dentro di noi e il cielo stellato sopra di noi, sottolineando quanto intimamente apparteniamo al grande mistero dell’esistenza. Questo dovrebbe sempre incantarci e guidarci nel nostro percorso accidentato, giocando bene la nostra partita.

La vita e la morte sono due concetti complementari, ma strettamente legati tra loro. Tanto distanti quanto facenti parte di una stessa regola che ordina tutto il nostro universo.

E in fondo ciò che dà un senso alla vita, lo dà anche alla morte.

ph : Daniela Piesco

Redazione Corriere Nazionale





Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Hai apprezzato i nostri contenuti? Aiutaci a condividerli.

RSS
Facebook
YOUTUBE