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Verso un disastro ecologico nello Yemen?

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Una nave cisterna abbandonata alla deriva suscita preoccupazione nel Mar Rosso

Nello Yemen, una vecchia petroliera contenente 200 milioni di litri di petrolio è fonte di preoccupazione per le Nazioni Unite. La nave cisterna Safer non è manutentata da anni, il che potrebbe portare a un grave disastro ambientale. “È una bomba a orologeria”, ha detto Peter-Derrek Hof, l’ambasciatore olandese in Yemen. “Non sappiamo esattamente quanto tempo abbiamo”.

La nave cisterna si trova al largo del porto di Al-Hodeidah, nella parte occidentale del paese. A causa di una guerra civile, che imperversa da anni nello Yemen, poca attenzione è stata prestata alla manutenzione della petroliera. “Più a lungo aspetti, maggiore è il rischio che la nave possa perdere, esplodere o affondare”, afferma Hof. Già l’anno scorso la sala macchine della petroliera era allagata. In caso di problemi, quasi duecento milioni di litri di petrolio affluirebbero nel Mar Rosso, il che provocherebbe un disastro ecologico, ma anche umanitario. Le Nazioni Unite stimano che 30 milioni di persone che vivono in paesi che si affacciano sul Mar Rosso sarebbero colpite da una fuoriuscita di petrolio. Peter-Derrek Hof ha unito le forze con gli ambasciatori di altri paesi europei. Vuole trovare una soluzione temporanea il più rapidamente possibile. Nel frattempo l’Olanda ha stanziato 1,5 milioni di euro per la missione d’ispezione Onu, che costerà oltre 13 milioni di euro.

Questa missione dovrebbe consentire di determinare quali sono i punti deboli della petroliera e di effettuare eventuali operazioni di emergenza. L’obiettivo è anche determinare come risolvere il problema a lungo termine.”Il problema è chiaramente con gli Houthi”, il gruppo ribelle contrario al governo yemenita. “Le Nazioni Unite e gli Houthi devono raggiungere un accordo sul lavoro da fare, ma gli Houthi hanno il diritto di veto in questo settore. La nave si trova in un territorio che controllano”, dice Hof. In origine, la petroliera era di proprietà della Yemen Oil and Gas Corporation, di proprietà statale yemenita. Ma quando la guerra è iniziata nel 2015, è caduta nelle mani dei ribelli. Da allora questo gruppo sciita ha intrapreso una sanguinosa guerra contro la maggioranza sunnita del paese. I combattimenti sono stati aggravati dall’intervento diretto dell’Arabia Saudita e dell’Iran, che sostengono ampiamente i loro correligionari nel conflitto. L’Arabia Saudita sostiene i sunniti con la guerra aerea, mentre l’Iran fornisce armi agli houthi sciiti. Il potenziale disastro ambientale del Mar Rosso rischia di diventare una vera e proprio catastrofe. Il timore per Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, è quello di “Un enorme shock velenoso per il sistema”. Lo sversamento di petrolio in mare causerebbe la morte di pesci e uccelli, ma mette a repentaglio anche gli alberi e la barriera corallina. E per rimediare al danno “ci vorranno decenni”, ma potrebbe anche non bastare.

L’urgenza è dovuta al fatto che la petroliera potrebbe concretamente esplodere da un momento all’altro perché, senza manutenzione, le caldaie hanno smesso di produrre gas inerte. Il gas inerte, che contiene una minuscola quantità di ossigeno in modo da non consentire la combustione, viene utilizzato per riempire lo spazio al di sopra del petrolio nei serbatoi di stoccaggio, spiega il Conflict and Environment Observatory (Ceobs). Senza gas inerte, è probabile che all’interno dei serbatoi si siano accumulati gas potenzialmente esplosivi. Un’esplosione o anche un semplice cedimento strutturale potrebbe portare a uno sversamento di 1,14 milioni di barili di petrolio nel Mar Rosso, con conseguenze disastrose sull’ambiente ma anche sull’economia mondiale, e la marea nera potrebbe raggiungere a nord il Canale di Suez, in Egitto, e potenzialmente arrivare fino allo stretto di Hormuz, tra Emirati Arabi Uniti e Iran.

Il governo yemenita ha affermato che la catastrofe ambientale sarebbe quattro volte maggiore di quella provocata dalla fuoriuscita di petrolio di Exxon Valdez del 1989, in cui 260.000 barili di petrolio finirono nelle acque dell’Alaska, in quello che è considerato uno dei peggiori disastri ambientali della storia. Ma il disastro potrebbe avere un grave impatto anche sull’economia mondiale. In uno studio condotto dall’ente di ricerca italiano Srm si legge: “Il Canale di Suez si conferma uno snodo strategico per i traffici marittimi mondiali mercantili; oltre il 9 per cento del commercio internazionale del globo utilizza questa grande via di passaggio”.


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