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Francesco: “L’Europa mostri solidarietà per tornare al centro della Storia””

Mondo

Messaggio del Pontefice da Bratislava. Lo sguardo cristiano non vede nei più fragili un peso o un problema, ma fratelli e sorelle da accompagnare e custodire” 

© AGI – Papa Francesco in Slovenia, settembre 2021

AGI – Urge fraternità “per promuovere un’integrazione sempre più necessaria”, in un momento nel quale, “dopo durissimi mesi di pandemia, si prospetta, insieme a molte difficoltà, una sospirata ripartenza economica”.v

 

Papa Francesco nel suo secondo giorno in Slovacchia, “terra di mezzo”, chiamata a essere “un messaggio di pace nel cuore dell’Europa”, fa appello al Vecchio Continente affinché mostri “una solidarietà che, valicandone i confini, possa riportarla al centro della storia”.

Dopo l’incontro ieri mattina con il premier ungherese Viktor Orban oggi il Pontefice – che appare in forma e sorridente e scherza con i giornalisti (“Come sto? Ancora vivo”) – incontra la presidente della Repubblica slovacca Zuzana Caputova, europeista convinta.

È la seconda volta che accade durante questo 34esimo viaggio apostolico: la 48enne presidente, dopo aver accolto il Papa all’aeroporto della capitale slovacca, si era intrattenuta brevemente con lui in una sala dello scalo. “La Slovacchia è una poesia”, dice Francesco che nell’incontro con le autorità politiche e religiose, i rappresentanti della società civile e i membri del Corpo diplomatico esorta il Paese a riaffermare “il suo messaggio di integrazione”, “mentre su vari fronti continuano lotte per la supremazia”.

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© AGI
Papa Francesco in Slovenia, settembre 2021
 

Riprendendo le espressioni tipiche dell’accoglienza slava, che ai visitatori offre il pane e il sale, Francesco ricorda che nel Vangelo il pane “viene sempre spezzato”. Un messaggio forte che “evoca la fragilità”, “invita in particolare a prendersi cura dei più deboli. Nessuno venga stigmatizzato o discriminato. Lo sguardo cristiano non vede nei più fragili un peso o un problema, ma fratelli e sorelle da accompagnare e custodire”.

Ma il pane richiama anche l’importanza della giustizia, “che non sia mai in vendita” e che “non rimanga un’idea astratta, ma sia concreta” per intraprendere “una seria lotta alla corruzione” e richiama anche il lavoro, in assenza del quale, “non c’è dignita’” e nessuno deve sentirsi emarginato.

E a dare più sapore al pane, vi è il sale, “la solidarietà”, “la generosità gratuita di chi si spende per gli altri”, l’ingrediente mancante per motivare i giovani “perché si sentano protagonisti del futuro”. “Tanti, troppi in Europa – avverte – si trascinano nella stanchezza e nella frustrazione, stressati da ritmi di vita frenetici e senza trovare dove attingere motivazioni e speranza”.

Ma “non c’è rinnovamento senza i giovani, spesso illusi da uno spirito consumistico che sbiadisce l’esistenza”. L’augurio del Papa è di non permettere che le migliori tradizioni siano guastate “dalla superficialità dei consumi e dei guadagni materiali” e dalle “colonizzazioni ideologiche” e di “un pensiero unico” che preclude alla libertà. La pandemia “è la prova del nostro tempo”, scandisce il Papa.

“Quanto è facile, pur nella stessa situazione, disgregarsi e pensare solo a sé stessi. Ripartiamo invece dal riconoscimento che siamo tutti fragili e bisognosi degli altri. Nessuno può isolarsi, come singoli e come nazioni” perché “non serve recriminare sul passato, occorre rimboccarsi le maniche per costruire insieme il futuro”.

Serve quindi una Chiesa umile, che cammini insieme, “che non si separa dal mondo e non guarda con distacco la vita, ma la abita dentro”, sottolinea Papa Francesco nel successivo incontro nella Cattedrale di San Martino con i vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i seminaristi e i catechisti.

“La Chiesa non è una fortezza, non è un potentato, un castello situato in alto che guarda il mondo con distanza e sufficienza”, scandisce. Occorre “condividere, camminare insieme, accogliere le domande e le attese della gente. Questo ci aiuta a uscire dall’autoreferenzialità: il centro della Chiesa… Chi è il centro della Chiesa? Non è la Chiesa!”.

E invita i vescovi a prendersi il “rischio” della libertà perché “una Chiesa che non lascia spazio all’avventura della libertà, anche nella vita spirituale, rischia di diventare un luogo rigido e chiuso“. Parlando delle figure dei Santi Cirillo e Metodio, che arrivarono a inventare un nuovo alfabeto per la traduzione della Bibbia, dei testi liturgici e della dottrina cristiana, esorta a trovare nuovi “alfabeti” per annunciare la fede, “dinanzi allo smarrimento del senso di Dio”.

“Non giova lamentarsi, trincerarsi in un cattolicesimo difensivo, giudicare e accusare il mondo cattivo, no, serve la creatività del Vangelo”, ribadisce raccomandando ai presenti di rivedere il proprio modo di predicazione, le omelie. “Pensiamo ai fedeli, che devono sentire omelie di 40 minuti, 50 minuti, su argomenti che non capiscono, che non li toccano… Per favore, sacerdoti e vescovi, pensate bene come preparare l’omelia“, che di solito “non deve andare oltre i dieci minuti, perché la gente dopo otto minuti perde l’attenzione, a patto che sia molto interessante”.

Parte l’applauso e il Papa continua scherzando: “Mi permetto una malignità: l’applauso lo hanno incominciato le suore, che sono vittime delle nostre omelie!”.

La Chiesa dunque sia in dialogo con il mondo anche con chi non crede. “È una Chiesa che, sull’esempio di Cirillo e Metodio, unisce e tiene insieme l’Oriente e l’Occidente, tradizioni e sensibilità diverse”, che “fa germogliare la comunione, l’amicizia e il dialogo tra i credenti, tra le diverse confessioni cristiane e tra i popoli”.

“L’unità, la comunione e il dialogo sono sempre fragili, specialmente quando alle spalle c’è una storia di dolore che ha lasciato delle cicatrici – conclude il Pontefice – Il ricordo delle ferite può far scivolare nel risentimento, nella sfiducia, perfino nel disprezzo, invogliando a innalzare steccati davanti a chi è diverso da noi. Le ferite, però, possono essere varchi, aperture”.


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