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La variante Draghi

Politica

Danilo Breschi

Chiunque abbia introdotto la variante Draghi, o ne abbia comunque favorito l’introduzione all’interno del sistema politico italiano, ha sicuramente ottenuto quel che credo cercasse.

In ordine: l’implosione finale del Movimento 5 Stelle, la scomposizione della coalizione di centrodestra, la cui ricomposizione si renderà più ardua a mano a mano che il governo Draghi proseguirà nel suo cammino.

La Lega, in particolare, è sottoposta ad una pressione che potrebbe favorirne una prossima scissione, o meglio: il suo ritorno ad una dimensione macroregionale, partito espressione dei ceti produttivi del Nord, soprattutto Nord-Est, con debole o nullo radicamento al di sotto della pianura padana. I due terzi dei voti conseguiti alle elezioni europee del 2019 se ne sono già andati via.

Buona parte di essi accaparrati da Fratelli d’Italia, destinata a diventare l’opposizione di destra, contro cui probabilmente scatterà una conventio ad excludendum qualora dovesse crescere significativamente dal punto di vista elettorale, mentre la Lega ridimensionata è destinata a fagocitare una Forza Italia prossima al collasso finale, una volta che sarà scomparso il suo leader fondatore.

Il Pd, dal canto suo, si agita dentro una profonda crisi d’identità e, al momento, appare come l’appendice, nemmeno più mascherata, dell’establishment, a cui aggiunge soltanto alcune battaglie per estendere sul piano dei diritti legalmente riconosciuti dallo Stato le aspettative crescenti dei cosiddetti ceti medi riflessivi, borghesia medio-alta, liberal e cosmopolita.

È in atto, insomma, una riconfigurazione degli schieramenti partitici. Più in generale, la variante introdotta nel febbraio 2021 ha generato il commissariamento del sistema partitico italiano, che appare attualmente come congelato e relegato al ruolo subalterno di spettatore, commentatore e, al massimo, esecutore più o meno entusiasta delle direttive del Commissario.

Fino ad oggi non si era avuto esperienza analoga. Nemmeno con il governo Monti, rapidamente caduto nell’impopolarità, nonostante un arrivo ed un avvio ampiamente caldeggiati da establishment economico e media mainstream. L’Italia, forse l’intera Europa, sta facendo pian piano conoscenza del primo autentico governo tecnocratico. Certamente l’emergenza pandemica e la necessità di gestire con rapidità ed efficacia i 191 miliardi di euro del PNRR hanno posto le premesse perché ciò accadesse.

Come altre volte nella storia, l’Italia si rivela laboratorio d’avanguardia, in cui si sperimentano idee congegnate a tavolino e dunque si calano energicamente nella realtà. L’Europa farà bene ad osservare con molta attenzione quanto sta accadendo in Italia.

Stiamo assistendo alla trasformazione di fatto della nostra forma di governo, da parlamentare a presidenziale. La costituzione materiale è così distante da quella formale, che si è realizzato ciò che in oltre trent’anni non si è riusciti a fare tramite commissioni bicamerali o referendum costituzionali: la riforma della seconda parte della Carta del 1948. Tutto molto interessante, da un punto di vista storico e politologico. Interessante ed inquietante, per la via inconsueta che è stata percorsa ed un approdo ancora ignoto.

Attorno all’asse Mattarella-Draghi si è costruito il perno attorno al quale ruota l’azione del governo del Paese. Il combinato disposto tra le prerogative, ampie e ficcanti, della presidenza della Repubblica (specie in caso di partiti deboli) e un prolungato stato di emergenza ha indubbiamente favorito una correzione in senso presidenziale della forma di governo parlamentare, che così viene razionalizzata per vie surrettizie, dopo decenni di fallite riforme costituzionali.

Il meno “tecnico” dei governi tecnici finora avutisi in Italia è il più prossimo alla forma tecnocratica pura, forse proprio perché segnato dalla forte presenza di quasi tutti i partiti che, in nome dell’emergenza sanitaria e (conseguentemente) anche economica, sostanzialmente si allineano e sottoscrivono un’iniziativa politica che non nasce da loro, ma da Draghi e dalla componente tecnico-scientifica dell’esecutivo (pensiamo al ruolo del Cts del Ministero della Salute e di ministri come Franco, Cingolani e Colao).

Comunque vada a finire l’esperienza del governo Draghi, credo che costituirà un precedente storico con cui dovremo fare i conti nel prossimo futuro, tutt’altro che lontano da venire. I tempi stanno cambiando. La lunga e travagliata transizione post-1989 si è definitivamente conclusa.

Così pare, almeno. Nuove forme di organizzazione del potere e del consenso stanno prendendo più nitida e compiuta forma. L’imminente autunno-inverno 2021-2022 sarà decisivo. Prossima tappa fondamentale per l’esperimento in atto sarà infatti l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica agli inizi del 2022. Lì probabilmente capiremo se siamo davvero ad una svolta, e quale.      

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