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Intestino e Parkinson

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Una nuova speranza per tante persone

Da Riccardo Guglielmi

Giuseppe Santoro, medico e scrittore, nel suo libro autobiografico, afferma che il morbo di Parkinson è “L’ospite” che entra nel corpo e tenta d’impossessarlo.  Una nuova speranza giunge a chi ospita questa malattia da uno studio dell’Università del Lussemburgo, pubblicato su Movement Disorders, che dimostra come, studiando la flora intestinale si può arrivare a una diagnosi più precoce.  I ricercatori hanno osservato che negli stadi iniziali della malattia neurodegenerativa, i pazienti mostrano un’evidente alterazione del microbioma, la composizione batterica dell’intestino. Il risultato è emerso dall’analisi del microbioma di tre gruppi di persone, 76 con malattia di Parkinson, 78 in salute e 21 con una diagnosi di Rapid-Eye-Movement Sleep Behaviour Disorder (Rbd), un disturbo comportamentale del sonno che è associato al rischio di sviluppare la malattia di Parkinson.

Ebbene, nei tre casi la composizione del microbioma mostrava differenze sostanziali. Tanto che, dall’analisi dei batteri dell’intestino, gli scienziati erano in grado di distinguere in maniera affidabile le persone con la malattia degenerativa da quelle in salute. Inoltre, il microbioma dei pazienti con Parkinson mostrava caratteristiche simili a quello dei pazienti con Rbd.

Alcuni batteri rinvenuti nel gruppo dei malati di Parkinson hanno, infine, una riconosciuta associazione con la depressione, uno dei sintomi non motorii della malattia.

Lo studio dell’Università del Lussemburgo sembrerebbe fornire conferme a una delle ipotesi sull’origine del Parkinson, secondo la quale il grilletto che fa scattare la patologia si troverebbe nell’intestino: un patogeno finora sconosciuto introdottosi nel tratto intestinale innescherebbe un processo noto come misfolding, ripiegamento scorretto delle proteine. Nel caso specifico la proteina in questione è l’alfa-sinecluina, ritenuta responsabile della formazione dei «corpi di Lewy», gli aggregati proteici anomali che nei malati di Parkinson danneggiano i neuroni dopaminergici lasciandone intatto solo il 20%.

La ricerca è importante per la diagnosi precoce e futuri trattamenti.

redazione@corrierenazionale.net

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