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La Morte e la Vita di un’“Ape Bianca”

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Morte e Vita sono le facce della stessa moneta. La prima si intreccia con la seconda generando un rapporto inedito che genera emozioni indefinite ed infinite di cui nemmeno si conosce l’entità. Ce lo racconta la giovane scrittrice romana Valentina Villani nel suo interessante romanzo psicologico. “Ape Bianca” edito da Adiaphora Edizioni. Il romanzo si compone di due volumi: uno narrativo e l’altro fotografico.

Ape Bianca” parla della perdita precoce di un genitore e della nascita di un figlio, due eventi opposti che creano un’atmosfera onirica all’interno della narrazione fatta di ricordi, frammenti di vita e fotografie. Quella di “Ape Bianca” è una lettura intimistica, un “viaggio” attraverso la rielaborazione del lutto, della rabbia e del dolore più intensi. È una riflessione sul vuoto incolmabile che comprime le nostre esistenze dopo che coloro che abbiamo amato ci hanno lasciato. La scrittrice romana attraverso questo romanzo ci induce a sperare in una rinascita grazie al ruolo terapeutico e creativo dell’arte nelle nostre esistenze.

In questa interessante intervista organizzata in collaborazione con l’editor Prisca Turazzi di Adiaphora Edizioni, Valentina Villani, psicoterapeuta, scrittrice e fotografa ci parla del suo romanzo, del ruolo terapeutico dell’arte e della sua passione innata per la fotografia.

Com’è nata l’idea di scrivere questo romanzo psicologico?

L’idea è nata dopo aver partecipato come autrice alla pubblicazione di un volume in cui venivano raccontate storie attraverso le immagini e un breve testo di accompagnamento. Unire due grandi passioni come la fotografia e la scrittura è stato per me assolutamente stimolante e mi ha dato la spinta a proseguire in un progetto simile ma molto più impegnativo. E poi in quel periodo sentivo un bisogno che aveva a che fare con il mettere a posto, riordinare un’esperienza e quindi entrare in contatto con quel dolore che usciva fuori senza regole in frammenti indisciplinati e imprevedibili, come pensieri in cerca di una mente per pensarli. È stato poi un atto di coraggio prendere quei pensieri e cercare di dargli degli argini, una forma pensabile e quindi traducibile in parole e immagini, senza però avere la pretesa di domarli. 

Come mai il titolo “Ape Bianca”?

“Ape bianca, ebbra di miele, ronzi nella mia anima e ti torci in lente spirali di fumo…” comincia così una splendida poesia di Pablo Neruda legata proprio a una perdita importante. Chiamavo così mia madre prima ancora di conoscere questa poesia, un fatto sorprendente visto che l’immagine di un’ape bianca non è poi così ordinaria, un’immagine proveniente dall’inconscio collettivo avrebbe detto Jung.      

Il tuo romanzo insegna che morte e vita sono le due facce della stessa moneta. C’è un modo privilegiato per metabolizzare la morte?

È molto importante per me chiarire che questo libro non dà soluzioni o consigli del tipo: “come si fa a superare un lutto in 10 passi”, ma offre un punto di vista attraverso il racconto di un’esperienza, che è una delle tante possibili. Ogni persona vive ed elabora il lutto a modo suo, non esistono metodi privilegiati, così come non esistono tempi giusti per farlo, credo sia importante non scappare, non sostituire con altro, non tentare di riempire un vuoto che in ogni caso rimarrà lì per un po’, finché non si comincerà ad accettarlo. Parlando delle due facce della stessa moneta, nel libro ho raccontato quella condizione quasi schizofrenica nel senso letterale del termine (dal greco, schizo, diviso; phren, cervello) in cui vita e morte si guardano in faccia, si intrecciano pericolosamente generando potenti emozioni. La nascita di un figlio e la perdita di un genitore nello stesso momento, un pieno e un vuoto, una nuova presenza e una devastante assenza, un legame viscerale e il più grande degli abbandoni.

Per la protagonista del tuo romanzo l’arte diventa un appiglio, un ponte che le consente di recuperare il legame con la madre defunta. Quanto può essere terapeutica l’arte?

L’arte ci consente come prima cosa di uscire dalla banalità del quotidiano e non è poco. Poi ci costringe a fermarci e direi che è già un ottimo traguardo. In ultimo ci porta a fare delle riflessioni e a quel punto diventa un dialogo tra l’artista e colui che usufruisce della sua opera. E il dialogo è crescita. L’arte è sempre stata il collante tra me e mia madre; la condivisione, il dialogo e l’accettazione che ne derivavano hanno svolto e continuano a svolgere anche dopo la sua morte, una funzione terapeutica.

Rapporti conflittuali tra madre e figlia come quello narrato nel tuo romanzo sono molto diffusi. Come si può convivere al meglio con un rapporto di questo tipo?

Rispondere in poche righe non è semplice, si rischia di minimizzare o peggio ancora di banalizzare, quindi teniamo presente che non è questa la sede per lunghe e dettagliate esposizioni. Per rispondere comunque alla tua domanda, posso dirti che, premesso che ogni caso è specifico e unico, credo che all’interno di un rapporto conflittuale, basato quindi su sentimenti di amore-odio, sia importante fare un’operazione di integrazione: non vedere l’altro come tutto buono o tutto cattivo, ma prenderne in considerazione l’interezza, gli aspetti positivi e negativi contemporaneamente. In sostanza, l’altro è quello che a volte mi ferisce ma è anche quello che altre volte sa amarmi e comprendermi.    

Quanto di Valentina Villani c’è in “Ape Bianca”?

Direi tutto.

Nel tuo romanzo il potere dei ricordi consente alla protagonista di accettare la realtà e di andare avanti. Che rapporto hai con i ricordi e il passato?

I ricordi sono una parte preziosa della nostra esistenza, compongono la nostra struttura portante, la nostra storia e ci rendono quello che siamo oggi. All’interno di una condizione di lutto i ricordi possono diventare come coltelli infilati nella carne, soprattutto in una fase iniziale. Per lungo tempo possono riaffiorare alla memoria con un’imprevedibilità e una potenza dalle quali è difficile difendersi. Man mano che si procede verso un’accettazione di quello che è successo, i ricordi vengono integrati e perdono gradualmente il loro potere distruttivo per diventare momenti preziosi da utilizzare come una risorsa.    

Il tuo romanzo si compone di un volume fotografico. Quando è nata questa passione per la fotografia?

Ho sempre amato la fotografia, fin da quando ero piccola, vedendo mio padre che si stampava le foto da solo in un piccolo stanzino a casa adibito a camera oscura. Mi diceva: “Non entrare lì dentro perché le foto non devono prendere luce!” E la curiosità era tantissima. Probabilmente questi episodi hanno accresciuto il mio interesse. In seguito ho lavorato per anni in uno studio fotografico e successivamente ho iniziato a partecipare a concorsi fotografici per poi arrivare a esporre in diverse mostre fotografiche. Mi sono accorta che quello che volevo comunicare con la fotografia era soprattutto l’emozione, che poteva essere ritrovata in un ritratto o dentro un particolare, in un tema sociale o in qualche taglio particolare di luce. Lo stile che utilizzo normalmente mantiene sempre una certa essenzialità e semplicità nelle linee senza caricare l’immagine di elementi ridondanti, lasciando sempre ampio spazio all’espressione emotiva del contenuto.   

 

Perché il lettore de IlCorriereNazionale.net dovrebbe leggere “Ape Bianca”?

Per curiosità. Ogni libro ha qualcosa da dire, nei casi migliori, da dare. Il lettore è fondamentalmente un curioso, uno con i bagagli sempre pronti, un esploratore, uno scienziato, un viaggiatore.

Progetti futuri di Valentina Villani…

Continuare ad avere sogni e progetti futuri.

Mariangela Cutrone

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