Interviste & Opinioni

Il PD? Forse è perdente sia con Renzi, sia senza Renzi

Ci sono dei momenti, in politica, in cui è necessario cambiare tutto. E forse questo è il momento che sta vivendo la sinistra italiana che, con tutta la buona volontà, non può più essere rappresentata da Renzi, ma nemmeno da chi è stato accanto a lui e dalla sigla- il PD – che, piaccia o no, simboleggia una stagione di sconfitte

Quello che colpisce della crisi della sinistra italiana e, in particolare del PD non sono i magri risultati elettorali, ma la ‘leggerezza’ con la quale vengono archiviati – senza nemmeno un dibattito per analizzarli e commentarli – e, soprattutto, l’insistenza, da parte di alcuni dirigenti della sinistra (o presunta tale, sarebbe il caso di dire…) nel perseguire una linea politica perdente.

Attenzione: non parliamo di linea politica sbagliata (anche se il dubbio ci assale), ma perdente, visto che il partito che, piaccia o no, rappresenta la sinistra italiana, anche per una questione di percentuali, è ancora il Partito Democratico.

Se analizziamo i dati, dalle elezioni europee del 2014 in poi, il PD ha sempre perso. Ha vinto le elezioni europee di cinque anni fa, raggiungendo il 40% dei consensi. Ed è per questo che è stato scelto dai liberisti che ancora oggi governano l’Europa come partito di riferimento: perché per distruggere i lavoratori non c’è miglior partito che si proclama partito dei lavoratori…

Ma l’esperimento non è riuscito.

Tre gli appuntamenti elettorali che hanno determinato il crollo del Partito Democratico.

Il primo è costituito dal referendum sulle riforme costituzionali del dicembre 2016. Se ci riflettiamo, Renzi perde il referendum mentre ha tra le mani il massimo del potere: la RAI, l’Unione europea dell’euro che gli stende tappeti e, in generale, tutti i poteri forti. E ha quasi tutto il PD con sé. Tutto il partito viene mobilitato per il referendum. Ma perde.

Come dimenticare, ad esempio, quanto avvenuto qui in Sicilia? Nell’autunno del 2016 Renzi piomberà un paio di volte nella nostra Isola: a Palermo verrà accolto dal sindaco, Leoluca Orlando, e da quasi tutti i ‘capi’ del PD dell’Isola. Ma gli servirà a poco, perché la Sicilia gli volterà le spalle più di altre Regioni italiane.

Proprio in Sicilia Renzi e Leoluca Orlando, alle elezioni regionali siciliane del novembre 2017 ‘confezioneranno’ la candidatura del rettore dell’università di Palermo, Fabrizio Micari.

“Con Micari si vince”, diceva il sindaco Orlando nel presentare il ‘suo’ candidato alla presidenza della Regione siciliana per conto di un centrosinistra del quale il sindaco di Palermo era diventato ‘leader’. Ma Micari – che affronta la campagna elettorale da rettore, senza dimettersi – farà un grande flop. Ma oltre che il flop di Micari, la sconfitta secca, senza attenuanti, del rettore dell’università di Palermo è anche la sconfitta di Renzi e, soprattutto, di Leoluca Orlando, che ha imposto questo candidato-piuma.

Per la cronaca, la sconfitta alle elezioni regionali siciliane del PD è una ‘botta’ pesante per Renzi: lo è perché la Sicilia, piaccia o no, è, storicamente, una Regione strategica sotto il profilo politico; ed è pesante perché il PD affronta le elezioni regionali – cosa mai accaduta nella storia dell’Autonomia siciliana – controllando tutta la Sicilia politica e amministrativa: il Governo regionale, le Province (tutte commissariate), la stragrande maggioranza dei Comuni dell’Isola, tutto il sottogoverno regionale e provinciale, quasi tutto il sottogoverno nei Comuni e con un Governo nazionale ‘amico’.

Eppure  la sconfitta del PD alle elezioni regionali siciliane del novembre 2017 è senza appello!

E sono due.

La terza sconfitta – la più pesante per Renzi – arriva con le elezioni politiche del marzo 2018. Sottobanco (anche se lo sanno tutti), il segretario del PD ha stretto un accordo con Berlusconi. Renzi non pensa di scendere sotto il 30%, mentre l’ex Cavaliere è convinto di sfiorare il 20%. Il Governo dell’inciucio, sotto il segno del ‘Patto del Nazareno’- sembra a portata di mano.

Sono gli elettori che scombinano i giochi. Il PD sprofonda al 18% mentre Forza Italia si ferma al 12%. Messi insieme, Berlusconi e Renzi hanno preso il 20% circa in meno dei voti che si aspettavano. Una sconfitta senza attenuanti.

La cosa incredibile è che, dopo tre pesanti sconfitte consecutive, i dirigenti del PD responsabili delle scelte politiche che hanno portato al disastro questo partito non hanno cambiato linea politica.

Il primo a non aver cambiato linea politica è Renzi: è lui che ha spostato il PD su posizioni neo-liberiste: smantellamento delle tutele dei lavoratori (incredibile l’attacco all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori!), Jobs Act e via continuando con l’agenda politica dettata dall’Europa dell’euro.

E’ di Renzi l’idea di chiamare al Ministero dello Sviluppo economico Carlo Calenda, già dirigente di Confindustria. E Calenda, oggi, è ancora presente: non tanto nel dibattito per le primarie del partito, quando animatore di un gruppo neo-liberista che fiancheggia il Partito Democratico sempre su posizioni neo-liberiste.

E che dire di Maurizio Martina? Anche lui con Renzi, con Calenda e con tanti altri schierati in favore della TAV, l’Alta velocità ferroviaria per il Nord, pur sapendo che di questa storia le cose che contano non sono i treni veloci tra Torino e Lione, ma gli appalti che ci stanno dietro…

Insomma in quella parte del PD che ha portato a questo partito solo sconfitte, una dietro all’altra, non è cambiato nulla: la linea politica è rimasta la stessa, infarcita di una sorta di ‘odio politico’ verso i grillini che Renzi e compagni, considerano – e forse questa è una delle poche cose giuste che intuiscono – i responsabili della loro sconfitta.

Quello che non si capisce è che cosa abbiano in comune i renziani e i suoi accoliti – che con il passare del tempo vanno diminuendo, ma non troppo – con chi sta provando a riportare a sinistra l’asse sbrindellato di questo partito. Non si capisce perché i renziani e, in generale, i liberisti che, insieme con Renzi, si sono impossessati del PD nel 2014, debbano restare ancora dentro il PD che, con la probabile vittoria di Nicola Zingaretti alle elezioni primarie, dovrà per forza di cose ‘sterzare’ a sinistra.

Forse rimangono nel PD per mandare all’aria la ‘sterzata’ a sinistra? Ma questo indebolisce solo il futuro del PD. Che è comunque condannato all’indebolimento, sia nel caso in cui Renzi e i renziani resteranno nel PD, sia nel caso in cui decideranno di percorrere un’altra strada.

Forse il futuro della sinistra italiana non sta più nel PD, ma in un nuovo soggetto che tarda a vedere la luce. In politica ci sono momenti in cui bisogna cambiare. Renzi e il renzismo sono stati deleteri. Ma chi gli è stato accanto non è stato migliore di lui. Piaccia o no, ma ormai nell’immaginario collettivo il PD simboleggia il negativo della politica e la sconfitta. E’ tempo di cambiare: simboli, metodi e facce.

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