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Una (quasi) ragazza-prodigio del violino

Arte, Cultura & Società

di Pierfranco Moliterni

BARI – Non si smette mai di sorprendersi, al giorno d’oggi, rispetto alla diffusione del violinismo d’alta classe, oggi molto più capillare rispetto a quello da noi conosciuto sino ad una trentina d’anni fa. Infatti, sino al 1990 incluso, i nomi di violinisti-concertisti di fama internazionale si potevano contare sulle dita di un mano, mentre ora essi sbucano da ogni dove e abbracciano nazionalità le più diverse, inconcepibili a quel tempo e ora invece sulla cresta dell’onda. Se i violinisti della scuola russa, poi israeliano-americana la facevano da padrone, oggi non si contano più coreani, tedeschi, francesi, giapponesi, rumeni, etc.

Qualche nome? A tal fine possiamo scorrere l’albo d’oro del prestigioso premio Paganini che conta, dal 1991, solo il nome di un italiano (il leccese Massimo Quarta, allievo per altro della barese Bice Antonioni!) e di una tedesca (Isabelle Faust), mentre c’è una caterva di nazionalità extraeuropee esemplate da vincitori come Bin Huang, Feng Ning, Sayaka Shoji, Dmitri Berlisnky, Ilya Gringolts, Mengla Huang, Iulia Krasko, Natalia Lomeiko.

Ecco perchè nell’ultimo concerto della Fondazione Petruzzelli, proprio nio, con quel ‘sopracciò’ da buoni violinisti (mancati) come ci sentiamo di essere, siamo sprofondati nella poltroncina del bel teatro barese attirati dallo charme femminile di una violinista appena ventinovenne, la tedesca di Monaco Veronika Eberle, noi molto incuriositi dalla fama che già ella si porta dietro, tra l’altro imbracciando un violino Stradivari del 1700 strepitoso per conservazione e per grandezza/qualità di suono. La Eberle, accompagnata dal direttore stabile dell’orchestra petruzzelliana, Giampaolo Bisanti, presentava un concerto poco amato perché diseguale e un po’ ‘abborracciato’ nella forma romantico-sonatistica: il Concerto in re min. di Schumann.

Alla distanza però, ci siamo dovuti ricredere in grazia della musicalità e della padronanza tecnica ed espressiva della giovane solista alle prese con le immancabili difficoltà tecniche da noi ravvisabili in questo Concerto del 1853 suggerite al pianista Robert dall’amico violinista Joachim (colui che, più tardi, starà parimenti dietro al Concerto per violino di Brahms…). Della Eberle sentiremo parlare a lungo, ci scommettiamo, vista la sua età e la sua bravura extra-ordinaria. Magari la aspettiamo in qualche prova solistica più vicina a noi, come ad esempio il Concerto di Alban Berg (mai ascoltato a Bari, da sempre), oppure e ancora meglio il Concerto per violino di Aram Khacaturjan veramente trascinante proprio perché concepito in piena era staliniana. Il programma di questo concerto della stagione sinfonica, purtroppo  (colpevolmente) ancora poco seguito dal pubblico barese come invece ci aspetteremmo vista la bontà assoluta delle proposte, era infiorettato da due brani sinfonici ultra noti e ‘nordici’: la Moldava di Smetana e le suites dal Peer Gynt di Grieg.

Qui dobbiamo sospendere il giudizio per il direttore Bisanti che aspettiamo in altre prove, mentre non possiamo non sottolineare la spiccata (per qualità) presenza, nella giovane compagine orchestrale del Petruzelli, di tre ‘grazie’, tre musiciste, tre flautiste che riempiono l’organico flautistico di bella lena: Annalisa Pisanu, Elena Sedini e Silvia Lupino.

Pierfranco Moliterni

 


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