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L’Indipendenza Usa, Garibaldi, Uribe: gli anniversari geopolitici del 4 luglio

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Carta di Laura Canali

La dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti, la nascita di Giuseppe Garibaldi, la morte di Thomas Jefferson. Gli avvenimenti e i personaggi che hanno fatto la storia il 4 luglio.
a cura di Lorenzo Noto

1776 – Il Secondo Congresso Continentale dei tredici Stati Uniti d’America (organo collegiale dei rappresentanti delle colonie) adotta la dichiarazione d’indipendenza.
A occuparsi della stesura della dichiarazione fu la cosiddetta Commissione dei Cinque (Committee of Five) composta da Thomas Jefferson (futuro terzo presidente degli Stati Uniti), John Adams (futuro secondo presidente degli Stati Uniti), Benjamin Franklin (futuro ambasciatore americano in Francia), Robert Livingston (futuro primo Cancelliere dello Stato di New York) e Roger Sherman (futuro membro del Senato del Connecticut). I firmatari della dichiarazione d’indipendenza, insieme a quelli della Costituzione del 1787, sono conosciuti come i Padri Fondatori degli Stati Uniti. L’unico a partecipare ad entrambi gli eventi fu Benjamin Franklin.

Qui l’incipit della dichiarazione:

When in the Course of human events it becomes necessary for one people to dissolve the political bands which have connected them with another and to assume among the powers of the earth, the separate and equal station to which the Laws of Nature and of Nature’s God entitle them, a decent respect to the opinions of mankind requires that they should declare the causes which impel them to the separation.
We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness.

Qui un articolo dal nostro archivio:

Nelle intenzioni originarie, l’America non doveva essere una democrazia – la parola non appare mai negli articoli della costituzione – ma una repubblica. Non solo per il fascino irresistibile dell’Antica Roma. Il termine greco demokratía richiamava «la diretta e pericolosa» incarnazione del governo da parte del popolo.
Gli Stati Uniti invece sarebbero stati guidati da un gruppo di elitisti illuminati che, prestati solo temporaneamente alla politica, avrebbero amministrato la cosa pubblica senza lasciarsi traviare dalle passioni. E avrebbero perduto la libertà solo se la popolazione avesse imposto la propria volontà alla classe dirigente, alterando l’architettura istituzionale. La politica doveva essere appannaggio di pochissimi letterati, selezionati per censo quale elettorato attivo e passivo.
Il feticcio della rappresentatività era il diaframma da inserire tra il lucido perseguimento dell’interesse pubblico e la cieca umoralità delle masse. Il presidente sarebbe stato scelto indirettamente, da un collegio elettorale che si riuniva in semiclandestinità. La stessa idea di indire elezioni esclusivamente di martedì, il giorno che precedeva il mercato, doveva scoraggiare la cittadinanza dall’interessarsi alle questioni pubbliche.
Un distacco che avrebbe reso immune la nazione dalla violenza che sconvolgeva l’Europa.

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1776, Benjamin Franklin (sinistra), Thomas Jefferson (1743 – 1826), John Adams (1735 – 1826), Roger Sherman e Robert R. Livingston durante la stesura della dichiarazione d’indipendenza (Immagine: Rischgitz/Getty Images).

1807 – Nasce a Nizza l’Eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi.

L’appellativo gli fu affibbiato per la sua partecipazione alle rivolte in Sud America, da prima in Brasile al fianco dei separatisti della Repubblica Riograndese contro l’Impero del Brasile, poi nella guerra civile uruguayana, fino alle guerre d’indipendenza italiane in Europa.

Le azioni di Garibaldi e dei suoi discendenti dal 1870 al 1914 sono appunto contrassegnate da questo valore, in particolare quando, nei due anni riportati, vi fu l’intervento di una Legione Garibaldina a favore della Francia in gravissime difficoltà militari di fronte al dilagare delle armate Prussiane prima e dell’Impero Germanico poi. In entrambi i casi nulla rendeva tale intervento un salire sul carro del vincitore, tutt’altro. Specialmente nel 1870 la situazione era disastrosa per i francesi sotto tutti gli aspetti e Garibaldi si era espresso con la consueta violenza verbale nei confronti del referendum imperiale di Napoleone III.

Ma il nostro eroe corse in aiuto della Francia: quando verrà nominato senatore di Francia – carica che gli fu poi tolta – Victor Hugo lo definirà “l’unico generale che ha battuto i prussiani”.

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Giuseppe Garibaldi (1807-1882). Immagine: Hulton Archive/Getty Images.

1826 – Muore a Monticello, in Virginia, il padre costituente e terzo presidente degli Stati Uniti d’America Thomas Jefferson.

Noi siamo fermamente convinti che, come nazione e come individui, i nostri interessi, sebbene scrupolosamente oppesati, non siano in nessun caso scindibili dai nostri obblighi morali; ed è in base a tale convinzione che agiamo.

Thomas Jefferson, Secondo discorso d’insediamento, 4/3/1805.


Quando, nel 1800, la Francia si impossessò della Louisiana – che al tempo si estendeva per buona parte degli attuali Stati Uniti centrali – sottraendola alla Spagna, un allarmato presidente Jefferson si trovò costretto a riconsiderare la relazione tra commercio e politica estera, tra le libertà politiche dei cittadini statunitensi e le loro libertà economiche. La città di New Orleans, caduta in mani francesi con tutta la sua popolazione, rappresentava infatti un terminale commerciale assolutamente strategico.

Fermamente deciso ad evitare che la disputa degenerasse in una guerra dagli esiti incerti, Jefferson inviò James Monroe a Parigi per negoziare con i francesi la vendita di New Orleans; i negoziati andarono a buon fine, e il 30 aprile del 1803 un trattato internazionale sanciva l’acquisto da parte degli Usa non solo della città, ma dell’immensa Louisiana, per la modesta cifra di 15 milioni di dollari.

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946 – Gli Stati Uniti concedono la sovranità alle Filippine.

«C’è nell’aria il sentimento che questa nazione abbia raggiunto, o almeno stia avvicinando, una grande crisi nella sua storia». Così John William Burgess, pioniere della scienza politica statunitense plasmato nei seminari neohegeliani dell’accademia tedesca, commentava a caldo la presa delle Filippine, sancita dal Trattato di Parigi che il 10 dicembre 1898 terminava la guerra ispano-americana.

Atto che per Burgess e molti altri dopo di luicertificava la nascita dell’impero americano: «Le Isole Filippinenon hanno alcuna relazione con noi. Il principio di espansione che abbiamo seguito finora è nazionale. L’espansione insita nell’occupazione delle Filippine è espansione da impero mondiale».

Burgess segnalava il pericolo che la formalizzazione di possedimenti coloniali (le Filippine furono ammesse all’indipendenza solo nel 1946) minasse la democrazia americana, fomentasse il militarismo e obbligasse gli Stati Uniti a reggere con la forza popolazioni ostili, come già anticipato dalla Lega anti-imperialista fondata a Boston nel novembre 1898. E poneva la questione cruciale: «Può il governo degli Stati Uniti governare questo territorio a suo piacimento, oppure sotto la Costituzione degli Stati Uniti?». La sua risposta era affermativa. […]

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1952 – Nasce a Medellìn Álvaro Uribe, presidente della Colombia dal 2002 al 2010.

Uribe […] quando era presidente non ha mai cercato la via del dialogo con i guerriglieri e si è contraddistinto per aver prediletto la soluzione militare.
Da candidato indipendente aveva promesso “sicurezza democratica” e pugno di ferro contro lotta armata, narcotraffico e corruzione; con la pronta promulgazione dello stato d’assedio, diede vita a un governo che si sarebbe rivelato il più fedele alleato degli Stati Uniti nel subcontinente.
Rieletto nel 2006 grazie a una modifica della costituzione, Uribe mise in atto la strategia della “terra bruciata”, sostenuta dal consistente aumento delle forze dell’ordine e dei gruppi paramilitari, determinando un clima di ulteriore accentuazione della violenza.

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L'ex presidente colombiano Alvaro Uribe durante un summit a Miami, maggio 2016 (Foto: Leigh Vogel/Getty Images for Concordia).

L’ex presidente colombiano Alvaro Uribe durante un summit a Miami, maggio 2016 (Foto: Leigh Vogel/Getty Images for Concordia).

2006 – Il Venezuela avvia l’iter per l’ingresso come quinto membro del Mercosur, processo che si concluderà solo sei anni dopo (2012).

L’integrazione latino-americana, malgrado i segni di stanchezza recenti, non si ferma; è alimentata dal boom economico degli ultimi anni e contempla soluzioni a sorpresa, come lo spettacolare avvicinamento tra il presidente del Venezuela Hugo Chávez e i governi di sinistra moderata che in questa rubrica erano stati definiti “lulisti”.

Un avvicinamento sancito dall’adesione del Venezuela al Mercosur, stabilita al vertice di Brasilia del 31 luglio. La sospensione del Paraguay in seguito alla rimozione di Lugo ha tolto di mezzo l’ultimo ostacolo rappresentato dalla mancata ratifica del Senato di Asunción all’ingresso di Caracas nell’organizzazione. Il successo è in particolare per Chávez, che al risultato diplomatico unisce un rientro personale nella scena internazionale con cui vuole segnalare di aver definitivamente superato il cancro.

Qualcuno ha suggerito che il vertice del Mercosur sarebbe anche servito a far fare al presidente venezuelano un controllo da parte di medici brasiliani: da tempo circolano voci sul fatto che Cuba sarebbe stata preferita al Brasile come sede delle cure per il fatto che avrebbe potuto assicurare una maggior riservatezza, ma che poi i medici cubani si sarebbero rivelati al di sotto delle aspettative, aggravando i problemi di salute di Chávez.

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