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L’imbuto di mezzanotte

Arte, Cultura & Società

Desideri e frustrazioni tendono ad accumularsi nella «strettoia» mentale di fine anno, ma stappare lo champagne è più facile che affrontare l’ingorgo.

di Ermanno Cavazzoni (da Il Sole 24 Ore del 31/12/2017)

Capita che la fine dell’anno, la notte del 31 dicembre, per il modo in cui trascorre, ci dia un segnale sull’anno che arriva e un monito per la vita futura, soprattutto se ci si è imbarcati in una vita sbagliata. Posso citare me come esempio, di come sono stato avvisato a non intraprendere la carriera politica. Se mi fossi ostinato anche ai minimi gradi, sarei stato un infelice. Quando mi sono avvicinato al partito comunista avevo diciannove anni. Ero comunista per modo di dire, ma pensavo di poterlo imparare. Perciò mi ero messo ad usare parole come struttura e sovrastruttura; le buttavo lì quando mi sembrava opportuno e osservavo la reazione. In genere era tiepida, forse sbagliavo momento, forse erano tutti guardinghi sul significato di simili termini. Allora mi sono messo a leggere un libro intitolato Storia e coscienza di classe, di un tale György Lukács, che dicevano fondamentale per capire il comunismo e anche cosa si intendesse per struttura e sovrastruttura. Mi ricordo bene la copertina bianca, lucida, sottolineavo tutte le righe, ma devo dire che non ci capivo niente, e mi ostinavo. In genere da un libro, anche di meccanica quantistica, di biologia molecolare, qualcosa se ne cava, spesso qualcosa di molto interessante. Beh, da quello niente, ma niente di niente, neppure capivo di che argomento parlava. Compariva ogni tanto la parola sovrastruttura, e io mi allertavo, ma imbrogliata in mezzo a frasi inspiegabili. Credo fosse la mia fisiologia che mi chiudeva completamente la mente, faceva barriera. E questo è stato il primo segnale, avrei dovuto seguirlo. Invece ho insistito. Ce n’erano altri di comunisti che non erano adatti e insistevano, ad esempio leggendo le Opere complete di Lenin in 45 volumi; qualcuno perfino le Opere scelte in due volumi di Kim Il-sung, perché le davano gratis, mentre Lenin lo si pagava a rate, ma nessuno mai ne è stato illuminato, e questo mi confortava, cioè mi manteneva chiuso nella mia cecità. Forse avrei dovuto leggere le Opere in sei volumi di Togliatti, chissà che non fossero più avvincenti.

Nonostante ciò, ho accettato sconsideratamente nella primavera 1968 di parlare a un comizio, dovevo parlare in quanto giovane studente, era la campagna elettorale, il comizio era tenuto da Ingrao, Pietro Ingrao, allora dirigente nazionale di spicco, dovevo dire dal palco che gli studenti erano in lotta, e che la loro lotta era vicina al partito, tre minuti avevo. Prima ha parlato il sindaco, poi il segretario provinciale, poi chi era in fase di lotta, cioè un’operaia, poi me. Ventimila persone in piazza, il palco fitto di autorità. Ero abbastanza tranquillo perché il mio intervento l’avevo scritto e concordato, anche se doveva apparire spontaneo, suggerito dall’impeto rivoluzionario che mi portavo dietro; i comizi erano concepiti in crescendo, prima i politici indigeni, poi il comiziante titolare, che sull’onda montante saliva di tono e entusiasmava la folla. Tutto è iniziato bene, il sindaco, il segretario provinciale, l’operaia piena di rabbia, il clima era già surriscaldato, poi è toccato a me, ho letto qualche parola e sono svenuto, così, semplicemente svenuto, a metà della prima frase ho visto i fosfeni nell’aria, poi tutto bianco, ho fatto in tempo a sentire le mie parole tornare indietro dagli altoparlanti lontani in fondo alla piazza come parole di un altro, e mi sono sentito mancare; c’era talmente tanta gente sul palco che non sono caduto, silenzio generale dalla folla in attesa, mi hanno messo una sedia sotto, la folla non capiva, se mi avevano sparato da un tetto, se mi ero pentito improvvisamente della carriera politica, se era un sabotaggio democristiano; comunque è calato il gelo, e il crescendo precedente si è tutto smontato. Altro che lotta per un futuro radioso! Ero evidentemente un poveretto timido e impaurito. E l’onorevole Ingrao (come poi mi ha detto) si è trovato impreparato, voleva annunciare la imminente vittoria, ma non poteva più; avevo dimostrato la debolezza non solo mia, ma di tutto il proletariato, e quindi il comizio ha fatto fatica a risalire; ha fatto perdere voti? non lo so, ma è da qui che (ne sono convinto) è partita la crepa che poi è arrivata fino al muro di Berlino e lo ha fatto cadere. Per quanto mi riguarda è stato un segno forte, che non ero adatto, che non ero un incitatore di folle, anzi, che non era il mio mestiere. Si noti che non c’era motivo di svenire, il foglietto era chiaro, sapevo leggere, non ero astigmatico, non avevo patito sevizie o costrizioni, ed essere lì era un onore, da cui poteva partire una carriera, e invece chi mi protegge, forse un angelo custode, forse l’equivalente, forse mia nonna dal cielo, mi hanno mandato un chiaro segnale, di non ostinarmi.

Credete che abbia smesso? no, anche se il mio credito come politico è calato, si è riso alle mie spalle, da noi si ride, in Russia sarei finito in Siberia, qui da noi c’era già una certa approssimazione negli ideali e nella prassi, nel senso che venivano tollerate le debolezze umane. Per cui ho continuato, mi hanno lasciato continuare.

Così sono arrivato alla notte di fine anno di quello stesso anno. Ho avuto la fortuna di essere invitato a casa del segretario provinciale del partito. Se non ci fosse stata quella notte forse avrei insistito nella carriera politica, sarei diventato un professionista rotto a tutto; forse no, oggi penso che non sarei andato in ogni caso lontano, ma magari mi rovinavo la gioventù, magari con ripetuti svenimenti, magari diventava di moda svenire, come oggi è di moda gridare, chissà; a volte mi chiedo se non fosse il momento storico di fondare un partito di svenimenti, tutto fatto di deboli e di emotivi, chissà. Ci voleva il capodanno per dissuadermi.

A casa del segretario si giocava a poker, anche se il poker è una redistribuzione della ricchezza non in linea col programma marxista, cioè Marx non ne parla come di un ideale, Engels neppure, nella società futura da costruire si parla di pesca, pittura, ma non di gioco d’azzardo, il che è da intendere come leggera riprovazione, perché si configura come accumulo primario di capitale. Tuttavia il segretario aveva l’abitudine di giocare coi funzionari suoi subalterni, vinceva sempre, mi avevano detto, lasciando tutti ammirati, perché dimostrava di meritarsi la carica, di essere abile a poker come lo era in politica, poker e politica nella loro mentalità si somigliavano; era una deformazione del marxismo ortodosso, la via italiana, influenzata probabilmente da Machiavelli. E quella sera mi sono messo a giocare anch’io, per mia fortuna: il capodanno ha questa funzione, che mostra a che punto è la tua vita, se è ad un punto morto, se è su una china pericolosa, e fino a quel punto né la lettura di Storia e coscienza di classe, né lo svenimento al comizio mi avevano fatto ricredere, insistevo nella carriera politica. Mao Tsetung ai suoi tempi nuotava ogni tanto per dimostrare la sua fibra di capo; lì si usava il poker per dimostrare la preminenza. Ebbene, dopo il brindisi e gli abbracci consueti di mezzanotte, mi sono accorto già dopo qualche mano che il segretario barava. Non volevo credere ai miei occhi; ma in modo elementare e anche maldestro barava, non capivo come gli altri non se ne accorgessero, usava il classico trucco di infilare una carta sotto il piano del tavolo, dopo averla nascosta col palmo, l’impalmaggio si dice tecnicamente, chi è abituato a barare mi capirà, ho avuto la fortuna di vederlo subito e distintamente, forse per aiuto soprannaturale, forse perché in classe al liceo ci esercitavamo a barare, così, per divertimento, avevo l’occhio allenato; mi sono anche chiesto se ero il pollo designato, se per caso erano tutti d’accordo, e fossi stato invitato in funzione di pollo; per un po’ ho osservato, mi fossi per caso sbagliato; ma pareva che anche gli altri fossero polli che venivano spennati, anzi, regolarmente spennati. Era parte della carriera politica? erano le direttive di Mosca? Queste le meditazioni filosofiche mentre giocavo e non potevo accusarlo, il segretario, chi mi avrebbe creduto? Eppure lo statuto del partito, pur senza alludere al poker, imponeva di essere franchi e leali con i compagni. Una carta nascosta a un certo punto è caduta (per dire anche la negligenza), beh, nessuno ci ha fatto caso, il segretario l’ha raccolta sbadatamente e l’ha rimessa in mezzo agli scarti. Dopo un po’ mi sono ritirato dal gioco, ho pensato che anche il mazzo fosse segnato, il tavolo truccato, anche se non posso dirlo, ma a posteriori penso di sì; e che anche la moglie che si aggirava con un vassoio fosse sua complice. E penso che i funzionari non l’avessero capito, infatti erano ancora al minimo della carriera. Per me questo segnale di capodanno è stato decisivo, una chiara lezione, non ero adatto per mentalità deficitaria.

E se mi fossi avvicinato a un’altra sponda politica? Beh, sono sicuro che mi sarebbe stato somministrato un fine anno diverso, ma altrettanto esemplare e repellente.

Chi è che dispensa i fine anno? Questo non lo so. Ritengo però che il fine anno sia come un imbuto, anzi, come il buco di scarico di un lavandino: tutta l’acqua dell’anno con la sua sporcizia, i capelli, il sapone da barba, i peli, si mette a girare in vortice e più si avvicina al buco più il vortice ruota e si stringe, e tutte le schifezze si addensano in un bolo indigeribile. Verso mezzanotte il gorgo è così stretto che l’acqua coi residui dell’anno passa a fatica; al momento del brindisi ci si guarda intorno: dove siamo ha un significato, con chi altrettanto, e altrettanto chi c’è e chi non c’è, e poi l’allegria forzata, lo stato d’animo; stessa cosa se uno è solo, sente i botti di fuori, tutto converge ugualmente nell’imbuto mentale, e a mezzanotte se c’è troppa schifezza accumulata si forma una specie di tappo, il lavello dell’anno in corso si ingorga e straripa; bisognerà sturare e cambiare vita e speranze. Per ciò è uso stappare le bottiglie, è un simbolo molto evidente di buon augurio, si potrebbe stappare un lavello, sarebbe ancora più evidente, ma sarebbe scomodo, quindi ci si è accontentati per tradizione della bottiglia; sarebbe più didascalica l’acqua sporca con residui di sapone e cibi indigesti, si è ripiegato sul vino spumante, che simbolicamente sta per l’idraulico liquido o l’acido muriatico, l’uomo vive di simboli.

E così ringrazio quel fine anno lontano, che ha concluso la mia carriera politica, una carriera rapida, però istruttiva, ho imparato tanto, un po’ meno ho imparato Storia e coscienza di classe, una boiata, lo dico adesso a scatola chiusa, perché di fatto non l’ho mai letto, anche se l’avevo tutto sottolineato.


One Reply to “L’imbuto di mezzanotte”

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