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Oltre la violenza: quel doppio ricatto sui figli

Basilicata

di Ambra Sansolini

Introduzione

C’è una minaccia ricorrente, fatta dall’uomo maltrattante verso la donna: è quella di toglierle i figli. Se chiediamo alle vittime di violenza domestica, che hanno minori in comune con l’aguzzino, tutte potrebbero confermarci la frase: «Se te ne vai, ti faccio levare i figli». Di solito a questa, si accompagnano quasi sempre altri ricatti di tipo economico. Qualora la donna non abbia un lavoro, viene minacciata di essere lasciata senza il necessario per vivere; se invece svolge una professione, allora il carnefice intimorisce dicendo che la farà licenziare e perderà tutto. A causa di queste intimidazioni, molto spesso la vittima, impaurita, non denuncia. Cosa ancora peggiore, se trova il coraggio di farlo, quelle minacce troppo spesso diventano la realtà con la quale sarà costretta a combattere. Tutto ciò avviene grazie a uno Stato complice dell’abusante e incapace di difendere chi subisce violenza.

Dalle parole alla realtà

Nel caso in cui ci siano figli in comune tra la vittima e l’aguzzino, la denuncia per maltrattamenti in famiglia (art.572 c.p.p.), apre un campo di combattimento per la custodia dei minori. I bambini diventano il mezzo usato dall’ex compagno o marito, per continuare a fare violenza sulla donna. In ogni caso, quella che era una semplice frase minatoria, diventa parte integrante della vita di colei che ha deciso di denunciare gli abusi. Quale modo migliore per fare male a una madre, se non quello di sottrarle i figli? Si può morire d’amore, soprattutto d’amore per la propria creatura. Questo diventa a tutti gli effetti un omicidio, ma senza spargimento di sangue e alcuna colpevolezza da parte di chi l’abbia provocato. Un modo per annientare la donna, senza neppure finire in carcere. Ma come si concretizza il piano diabolico del carnefice?

Le faglie della Legge italiana

Come abbiamo già accennato, l’abusante si muove scaltramente tra i buchi della nostra Magistratura e burocrazia. La macabra idea di sottrarre la madre ai bambini, è stata facilitata dall’introduzione in Italia del principio della bigenitorialità,con la legge 54/2006 sull’affidamento condiviso, per cui «i figli hanno diritto a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, di ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale». Si è abbandonato così definitivamente il concetto di affidamento esclusivo, che a lungo ha predominato nel nostro Paese, penalizzando spesso i padri a vantaggio della figura materna. Pertanto negli ultimi anni, da una situazione sfavorevole, l’uomo si è visto riconoscere maggiori diritti nella paternità; ma allo stesso tempo, attraverso un vittimismo dilagante, ha usato ad hoc le ormai passate agevolazioni della donna in fatto di figli, per continuare a recitare la parte della vittima. Il risultato è che, per far valere i diritti dei padri separati o divorziati, molto spesso vengono sottovalutati i segnali di alcuni soggetti patologici, la cui paternità andrebbe limitata o comunque sottoposta al vaglio dei professionisti del campo. Chi analizza il profilo di questi uomini e la loro capacità genitoriale? Le Assistenti Sociali e gli Psicologi della Asl, troppo spesso complici di un sistema e interessati a togliere i figli alle coppie in difficoltà , per rinchiuderli in una casa famiglia. E allora qual è la soluzione? Al momento sembra non esserci, perché a pagare sono sempre le donne e i bambini.

Vedi intervista-testimonianza 

Bigenitorialità e femminicidio

Dobbiamo sottolineare che molte volte, il tragico epilogo dell’uccisione della donna, avviene proprio durante i brevi incontri tra gli ex partner, per la gestione dei figli in comune. Ricordiamo il caso di Stefania Cancelliere,la 39enne di Legnano, in provincia di Milano, uccisa dall’ex compagno con svariati colpi dati con un mattarello da cucina. La donna aveva con il carnefice due figli in comune e dovette sopportare il calvario dell’affidamento e della gestione dei minori; costretta dunque a restare in contatto con un uomo che aveva scoperto essere il contrario del galantuomo conosciuto agli inizi della relazione, aveva addirittura scritto un testamento olografo per tutelare i suoi tre bambini (il più grande avuto da una precedente relazione). Un crescendo di violenza che le stava rendendo impossibile la vita, tanto che lo aveva denunciato per stalking e aveva deciso di comunicare con l’ex, solamente mediante gli Avvocati. A quanto pare, il giorno del femminicidio, l’uomo era andato proprio per parlare delle vacanza da fare con i due figli: iniziò a massacrarla con il mattarello, nel momento in cui la donna, lo aveva liquidato velocemente e invitato ad accordarsi con i suoi legali. Ci sono stati casi in cui la vittima, per facilitare gli incontri padre-figlia, abbia permesso l’ingresso dell’ex compagno nella sua casa, dove poi è stata uccisa dallo stesso. Altre volte invece qualcuna è arrivata persino a lasciare il proprio ex partner, libero di entrare ed uscire dall’abitazione familiare, sempre per osannare la paternità. Sono state tutte vittime di un sistema malato e di un Paese ipocrita, legato all’idea della “famiglia a tutti i costi”. Hanno accantonato il loro grave disagio, dovuto alle violenze perpetrate dall’aguzzino, in virtù di una bigenitorialità che sembra essere diventata più importante della vita stessa. Molte ci hanno rimesso la pelle, per paura di passare da cattive madri, pressate dalle Assistenti Sociali e dalla facile recita del papà-vittima. Il diritto di un figlio ad avere due genitori è sacro e santo. Ma che per garantire questo, alla fine si arrivi ad avere solamente orfani, con una madre uccisa e un padre in galera, non ci sembra un bene per i minori.

Leggi i numeri della violenza 

Affidamento condiviso: la subdola arma dell’uomo violento

Cosa significa per un uomo patologico, condividere un figlio con la donna che vuole distruggere? In TV e sui giornali, apprendiamo spesso notizie di femminicidi che vengono presentati come un amore divenuto ossessione: nulla di più sbagliato. Sarebbe più giusto parlare di ossessione e basta. In effetti, trattandosi quasi sempre di un soggetto con un disturbo di personalità ( che sia il narcisismo perverso o altro e nei casi peggiori, la psicopatia), nel momento in cui viene lasciato dalla compagna o moglie, non riesce ad accettare il fallimento relazionale e lo vive allo stesso modo di un grave lutto. Nasce così tutto l’accanimento che porta poi a gesti violenti e talvolta irreparabili. Il recente principio della bigenitorialità, ha ampiamente favorito la mania di controllo dell’aguzzino sulla vittima. I contatti obbligati dalla condivisione di uno o più figli in comune, permettono al carnefice di mantenere sempre un legame con la preda. I minori vengo così usati come arma di rivendicazione e dominio sulla donna. In virtù di quella paternità riconosciuta di diritto, arriva a impedire alla ex compagna o moglie, di cambiare abitazione; mostra un falso e ossessivo interesse per i figli, con il solo intento di avere notizie sulla madre e farla sentire sorvegliata; con varie scuse, verrà meno a qualsiasi accordo, boicottando progetti e vacanze dell’altro genitore. Solitamente si fa autore di telefonate continue, con la scusa di avere notizie sui minori, soffocando e impedendo la normale quotidianità della controparte. Allo stesso tempo però, se gli viene chiesto di fare qualcosa per la prole, si tirerà sempre indietro, relegando tutti i doveri di assistenza medica, istruzione e altro, alla figura materna. Che tipo di premura, è allora questa mostrata dall’uomo violento? Si tratta della sua ennesima maschera e finzione, un modo conferitogli dalla Legge per continuare a vessare la vittima. Ricordiamo che all’interno dell’affidamento condiviso, sono previsti anche una serie di doveri genitoriali, che il carnefice invece ritiene non essere di sua competenza: come farebbe un soggetto privo di responsabilità, senso morale e che si sente superiore a qualsiasi regola sociale, a portare il peso degli obblighi paterni? Tutto questo avviene in maniera silente, con la complicità delle Assistenti Sociali e di uno Stato che arriva sempre dopo, ad esprimere il rammarico, limitandosi a dire davanti al corpo della donna oltraggiato per lungo tempo e poi ucciso, “ah, poverina!”

Familismo amorale

Il familismo amorale è un concetto sociologico formulato da Edward C. Banfield, nel suo libro “The Moral Basis of a Backward Society” del 1958 (“Le basi morali di una società arretrata). Tale pensiero nacque dalla necessità di capire il motivo per cui alcune società siano socialmente ed economicamente arretrate. Secondo lo studioso, questo è riconducibile a ragioni culturali, per le quali esiste una concezione estremizzata dei legami familiari, che danneggia l’interesse comune e la capacità di associarsi. Il termine “familismo” deriva dal fatto che l’individuo tenderebbe a perseguire solamente l’interesse della propria famiglia nucleare e non quello della comunità, alla cui base invece ci sarebbe unione e cooperazione tra i non consanguinei. In questo modo vengono applicate le categorie di bene e male solo tra i familiari e non verso gli altri individui della comunità, da qui l’aggettivo “a-morale” (senza morale). Il tutto venne ipotizzato analizzando la società di Montegrano, un paesino della Basilicata in provincia di Potenza.

Conclusioni

Per mettere fine alla violenza sulle donne, bisogna innanzitutto uscire da alcuni pregiudizi, primo tra tutti quello della famiglia perfetta. Il nostro Paese, retrogrado e bigotto, è ancora fortemente attaccato a un ideale di nucleo familiare, come base della società. Ciò non solo fa rimanere nascosti abusi e sopraffazioni all’interno delle mura domestiche, ma secondo la teoria del familismo amorale, spinge le persone ad andare le une contro le altre, perdendo di vista il bene comune e sminuendo il potere del popolo, cioè la democrazia. Anche nelle pubblicità siamo continuamente bombardati da un modello di famiglia integra e quasi esemplare, con i membri che si svegliano tutti sorridenti, hanno tempo di fare colazione e scambiarsi delle battute. Nella realtà però esistono le coppie separate, le donne che crescono i figli da sole; in molti ancora non hanno un’occupazione e anziché svegliarsi con il sorriso, fanno i conti per arrivare a fine mese.

Mettiamoci poi, che sopra a quella tavola imbandita per il pasto mattutino, come la spada di Damocle, c’è la possibilità che quei bambini diventino proprietà dello Stato, qualora qualcosa non vada secondo i canoni della famiglia perfetta e soprattutto esca da quella campana di vetro. E sì, perché in fondo in un nucleo familiare può avvenire di tutto, purché si salvi l’apparenza e non esca dalle mura di casa. Quindi l’unico vero problema diventano i genitori separati o divorziati, i soli, secondo il nostro Stato, a poter cagionare uno stato di sofferenza sui figli. Pertanto ci chiediamo: esistono davvero famiglie completamente sane? E tutte le violenze che avvengono senza che nessuno sappia, vanno bene? Ecco che a pagare sono sempre le donne che denunciano l’uomo maltrattante e lo lasciano, mettendo su un piatto d’argento alle Assistenti Sociali, i propri figli, che nel momento in cui con coraggio si fanno venire alla luce certi abusi, diventano a tutti gli effetti proprietà dello Stato. Perché invece, non aiutare quelle stesse vittime a crescere serenamente i loro bambini? Perché non usare i soldi pubblici dati alle case famiglia, per sostenere i nuclei familiari che vivono una situazione d’indigenza economica? La verità è che in Italia per fare i figli, devi avere la famiglia apparentemente perfetta: lavori, case e falsa unione. Che poi in quel benessere ci sia un mostro a danneggiare tutti gli altri membri, a nessuno interessa. Basta che stai in silenzio. In fondo un vecchio proverbio recita che «i panni sporchi si lavano in famiglia». Ma lo sporco della “famiglia a tutti i costi”, diventa il marcio di uno Stato che abusa del suo potere, dividendoci gli uni dagli altri, in virtù di un ideale che ci chiude dentro le dorate mura di casa. Anche fossero pareti auree, sempre di una gabbia si tratterebbe…


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