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Mindfuck

Scienza&Tecnologia

(l’altra faccia della Democrazia Digitale)

Le recenti dichiarazioni rilasciate da Davide Casaleggio al Washington Post lasciano alquanto perplessi e dovrebbero inquietare tutti coloro che credono nella Democrazia e si battono per essa.

Casaleggio, aspirante Nostradamus, sostiene che la vecchia Democrazia Rappresentativa sarà sostituita dalla Democrazia Digitale, ovvero la partecipazione “diretta” tramite il voto online dei cittadini. E sfacciatamente aggiunge: “Ogni singolo voto ci è costato 8 centesimi di euro. Un costo sostenuto da microdonazioni arrivate da migliaia e migliaia di cittadini”.

Al Signor Casaleggio vorrei chiedere quanto segue:

Può dirsi democratico un sistema di voto basato su una Piattaforma Digitale di proprietà privata?

Quando anche la tecnologia per attuare la Democrazia Digitale fosse di proprietà dello Stato, CHI controlla il corretto utilizzo dei dati? CHI dovrebbe garantire che le votazioni non siano a rischio “manipolazione”? CHI può e deve controllare la trasparenza e la sicurezza del sistema?

CHI controlla il controllore?

Inoltre, se ogni voto alla Casaleggio è costato 8 centesimi, qual è stato il suo  margine di profitto? Gli iscritti, infatti, hanno sostenuto il costo del voto online, ma i profitti sono tutti verosimilmente della società privata che gestisce il sistema. E questi profitti privati, quale costo comporterebbero alla Comunità Intera in termini di conflitto di interessi? A tali domande non ci è dato ottenere risposte.

Lo scandalo di Cambridge Analytica che recentemente ha coinvolto Facebook  ci dimostra che la gestione dei dati e delle informazioni personali in rete si presta a manipolazioni pericolose per la Democrazia, poiché  il consenso può essere opportunamente canalizzato con il condizionamento delle opinioni, il cosiddetto “mindfuck” (letteralmente fottere la mente) in cui sono specializzate le moderne agenzie di comunicazione. E cosa è in realtà la Casaleggio Associati se non un’azienda che si occupa, “per profitto”, di comunicazione?

Oltre al problema etico del conflitto di interessi evidenziato, si pone anche la questione del rapporto  “reale-virtuale”.

La partecipazione “online” del cittadino non rischia forse di alienarlo dalla partecipazione reale alla vita del Paese, e quindi dalla reale percezione della propria condizione sociale ed economica oltre che della nazione di cui fa parte? Il rischio che la politica di svuoti dei suoi contenuti reali per riempirsi di slogan a uso e consumo degli elettori, sta trasformando i partiti da associazioni di cittadini in imprese del “brand”.  A parere di chi scrive la diretta conseguenza di un simile approccio implicherebbe che il mito della Democrazia Diretta Digitale celi in realtà il Totalitarismo del Mercato nella sua forma più estrema con la Politica degradata a prodotto usa e getta e i cittadini trasformati in consumatori, esautorati da ogni diritto reale se non quello di un illusorio click. Illusorio perché non frutto di una libera scelta o della conoscenza ma di una manipolazione costruita a tavolino con abili strategie psicologiche e di marketing e quindi predeterminato a tutti gli effetti.

Ecco a voi servito il “mindfuck”.

Lungi da me demonizzare l’uso della tecnologia nei sistemi di voto, ma credo che il tema sia di una delicatezza estrema, che le semplificazioni siano fuorvianti e che sia legittimo porsi tali interrogativi e molti altri ancora, per capire quali siano le implicazioni e le minacce alla Democrazia Reale. Il rischio concreto potrebbe essere quello di finire nel peggiore degli incubi orwelliani.

Brigitta D’Aulisa

Funzionario Agenzia Governativa

 


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