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Piantare le tende

Giustizia

di Massimo Corrado Di Florio

Nel suo significato colloquiale, l’espressione rimanda ad una ipotesi di approfittamento. Chessò, un ospite inatteso e non del tutto gradito, una suocera petulante e poco amata. Non è un caso che l’azione successiva (sperata) richiami l’idea di una liberazione: il levar le tende. Finalmente, si direbbe. Ho come il fondato sospetto che le due espressioni rappresentino una ben chiara iniziativa militaresca. Un esercito che s’accampa e che, per l’appunto, pianta le tende, i padiglioni destinati ad ospitare le truppe e tutto ciò che è al seguito. Un esercito che smonta l’accampamento e, magari affaticato dalla resistenza degli abitanti del castello, abbandona definitivamente un assedio.

C’è da riflettere. Appena un po’. Qui da noi, nella totale assenza di seri interventi da parte dei nostri governanti, si piantano le tende poco lontano (forse nell’area cortilizia) dall’edificio che ospita (ospitava, rectius) gli uffici del <<Palagiustizia di via Nazariantz>>. Per intenderci, Procura e Uffici del GIP, del GUP, con tutti gli annessi e connessi, se così posso dire. Le tende, in virtù della loro stessa morfologia non potranno che essere una struttura precaria che s’affianca ad una ideata soluzione di emergenza colorata con quell’amara miscela cromatica di precarietà che, da decenni, affligge la <<giustizia>> in Italia. Non è una questione para-filosofica di giustizia giusta. Ennò, qui mica si parla di sottili costruzioni giuridiche intorno al <<ritorno>> del c.d. giusnaturalismo costituzionale. Macchè, qui si parla esclusivamente (passatemi il termine) di mura. Non quelle dell’ipotetico castello sotto assedio ma proprio quelle di un normale edificio, normalmente destinato ad ospitare uffici pubblici.

In realtà un assedio esiste e ci sta tutto. Certo, va chiarito il preciso ruolo da attribuire agli attori di questa annosa e sfiancante vicenda para-giudiziaria. Insomma, chi sono gli assedianti e chi gli assediati? Per la verità ce n’è per tutti i gusti e, pertanto, come le carte del poker, in questo apparente gioco d’azzardo, assediati e assedianti, sono perfettamente interscambiabili. In lontananza, al di fuori della linea prospettica tracciata dal profilo dei tendoni in allestimento, si staglia uno Stato assente, sordo. In fin dei conti, ma chi se ne frega se due tendoni possono creare un qualche disagio! La cosa importante è che la macchina (odioso dire <<la macchina della giustizia>>) non si fermi.

Siamo di fronte ad una bulimia di sistema e, perciò, voracemente, si ingurgita qualunque idea risolutiva. Non importa se, alla fine della fiera, le idee, esattamente come le tende, sono precarie. Mi verrebbe da dire, intimamente precarie poiché frutto di certa millanteria intellettuale. <<Da almeno quindici anni, se non di più>> come afferma il Procuratore Volpe in una sua nota, il Ministero della Giustizia sa e conosce. Tempo fa, così ricordo, un ospite internazionale piantò le tende nella capitale. Vabbè, poi è morto e la questione s’è chiusa lì con qualche danza del ventre. Le tende furono levate. Oggi, pur senza danze in programma, noi tutti balliamo un valzer con delle scarpe eternamente troppo strette.  Chi ha detto <<ahia>> ? fuori da qui! Da dove? Dalla tenda. Ah, ecco. A levar le tende son sempre le persone che non c’entrano nulla. Fine della storia. Come sempre.


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