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Discriminazioni sul lavoro: a Bari boicottato transessuale

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Transessuale barese riceve il risarcimento dopo un trattamento discriminatorio riservatogli nel locale pubblico in cui lavorava

L’alto tasso di disoccupazione che imperversa nel sud Italia è agli onori della cronaca e rappresenta una piaga per tali aree del Paese. Ogni tipologia di persona anche la più istruita deve fare i conti con tale realtà sociale ed economica, ma quando a cercare lavoro è una persona versante in uno stato di “diversità” (per i benpensanti) individuale diventa addirittura impossibile reperire un qualsiasi lavoro, anche il più umile. La vicenda di un ragazzo, oggi diventato una ragazza, di 23 anni, residente nella provincia barese, nel paese di Bitonto, testimonia la tesi dell’esclusione sociale e che i pregiudizi sociali sono il metro per valutare l’attendibilità e la capacità lavorativa di una persona. 

Alessia (nome di fantasia) aveva trovato un lavoro nella mansione di lavapiatti presso un locale sala ricevimenti, tutto proseguiva nell’ordinarietà sino a quando sono iniziati a circolare i commenti altamente offensivi diretti contro la sua persona. I problemi sono sorti quando Alessia ha avviato il suo processo di transizione per cambiare le sue fattezze fisiche, da uomo tramutarsi in donna, un’inclinazione innata a cui non si può assolutamente rinunciare né reprimere. Gli epiteti e gli insulti meschini si susseguivano quotidianamente: “Questa è diventata la sala dei ricchioni”, alternato a: “Quando sei entrato a lavorare eri maschio, qui dentro devi essere un maschio. Fuori fai quello che vuoi”. La situazione è degenerata quando Alessia si è presentata sul posto di lavoro con lo smalto esibito sulle mani, pur cercando di occultarlo con i guanti da lavoro. Allora il datore e i colleghi senza alcuna remora hanno infierito su di lei: “Copriti quelle mani”, sfociando in dileggi veri e propri, “ma come ti vesti, tanto sappiamo quello che fai”, additandola indirettamente come prostituta.

L’ambiente di lavoro era diventato ostile, poiché il capo e tutti i colleghi anche quelli all’apparenza solidali, le hanno mostrato il loro disprezzo per la scelta fatta, e adottando contro Alessia un atteggiamento discriminatorio, che l’hanno condotta all’allontanamento dal lavoro. Alessia non si aspettava un trattamento cosi brutale, privo di sensibilità umana. Captando tale tensione attorno, mesi addietro ha tentato un approccio diretto per affrontare la questione e cercare una possibile soluzione, ma la risposta ricevuta dal datore di lavoro e dai colleghi, sia uomini che donne, anche dai coetanei, è stata di chiusura categorica. “Non ti presentare più qui” le intimano, e con spintoni ed insulti la cacciano fuori dal locale.   

Malgrado la forte delusione, Alessia con spirito di coraggio cerca un altro lavoro, e riesce a farsi assumere in un locale. Incontrando l’ex capo, viene nuovamente posta sotto ricatto a causa dei consueti pregiudizi: “So dove stai ora, il proprietario è un mio amico, adesso non lavorerai nemmeno lì”. La minaccia, infatti, è andata a segno, ed Alessia ha perso quest’ulteriore opportunità di lavoro. 

Dopo tutta la serie di vicissitudini, Alessia decide di rivolgersi all’associazione Arcigay di Bari per far valere i suoi diritti. Una delle responsabili di Arcigay Bari, Daniela Marcotriggiani, ha dichiarato in merito alla triste vicenda di Alessia: “In quel momento ci ha contattati, aveva bisogno di aiuto. E voleva lanciare un messaggio di coraggio a persone come lei e all’intera comunità LGBTQI”. Grazie all’opera di supporto dell’avvocato Maria Teresa Carvutto, ha avviato un procedimento civile per ricevere un risarcimento danni, concluso positivamente tramite un accordo condiviso tra le parti. Alessia, difatti, ha ottenuto il riconoscimento dei suoi diritti lesi, ricevendo il risarcimento per danni morali dal suo ex datore di lavoro. 

Arcigay ci tiene a ribadire: “Questa storia dimostra la necessità della legge contro l’omobitransfobia che prevede anche la parità di accesso al lavoro. In Puglia è stata scritta, ma è ferma da due anni. Il lavoro è un diritto che appartiene a tutti e a tutte”.

 

Monica Montanaro

 

 

 


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