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Perché le madri uccidono i propri figli. Chi sono queste donne?

Stalking, Bullismo & Cyber bullismo

Quante volte abbiamo letto articoli che raccontano di bambini uccisi da chi ha dato loro la vita, impensabile, ma è la dolorosa realtà. Le statistiche dimostrano che nel novanta per cento dei casi di infanticidio, la mano assassina è quella della madre. Con il DPR 396/2000, art.30, comma 2, la legge consente alla madre di non riconoscere il bambino e di lasciarlo nell’ospedale in cui è nato affinché sia assicurata l’assistenza e anche la sua tutela giuridica. Nonostante alla donna venga garantito per legge il diritto di partorire in anonimato, le indagini sugli infanticidi affermano che a togliere la vita al proprio figlio è colei che gliel’ha data.

Alcuni casi sono ancora vivi nella nostra memoria, come il delitto di Cogne, che ha suscitato tanto clamore mediatico. Il piccolo Samuele Lorenzi, 3 anni, è stato ucciso nel febbraio del 2001 mentre dormiva nel lettone dei suoi genitori, accusata dell’omicidio la mamma, Annamaria Franzoni, che ha sempre negato di aver assassinato il suo bimbo. Secondo gli inquirenti la Franzoni ha fracassato il cranio di Samuele con un oggetto non identificato e mai trovato, dopo aver compiuto l’atto violento, ha chiamato i soccorsi. Il piccolo è arrivato in ospedale in condizioni gravissime, è morto poco dopo il suo arrivo in clinica.

Nel 2002 un’altra bambina viene privata della vita dalla sua mamma, è accaduto in Valtellina. La madre mette la figlioletta nella lavatrice e aziona l’elettrodomestico. È il padre a fare la macabra scoperta.

Nel 2004 a Vieste, in provincia di Foggia, una 33enne ha soffocato i suoi figli di 5 e 2 anni con del nastro adesivo prima di togliersi la vita con la stessa modalità.

Ripercorrendo la tragica storia degli infanticidi fino ad arrivare ai nostri giorni, e le madri continuano ad uccidere.

Perché? Cosa le spinge ad agire mortalmente contro la propria creatura?

I motivi possono essere diversi, fattori culturali, personali e psicopatologici. La donna può soffrire di una depressione, avere un rifiuto della maternità, o anche essere stata vittima di un abuso sessuale in giovane età.  Le madri sfinite dalla depressione spesso non vedono altra via di uscita se non quella di porre fine alla propria vita, e in alcuni casi decidono di portare con sé l’essere che hanno generato. Poi ci sono le donne che agiscono come Medea, figura mitologica greca, che ha ucciso i propri figli per vendetta nei confronti del suo grande amore Giasone, il quale l’ha abbandonata per sposare un’altra donna. In queste madri si attua un processo di scissione, l’atto della vendetta, l’emozione negativa della rabbia prevalgono sul sentimento di amore, protezione e cura della propria creatura.

E dopo cosa resta?

 La negazione, il rifiuto. È difficile solo immaginare di aver compiuto un gesto così terribile. Ancora più terribile quando arriva il momento per queste mamme di confrontarsi con la realtà e il sistema giudiziario, che ogni attimo della giornata fanno rivivere il proprio agito. Allora arriva la consapevolezza di quello che si è fatto, del crimine più orrendo di cui queste madri si sono macchiate, la loro disperazione è tale che nella loro anima regna solo il senso di vuoto e un dolore inesprimibile. Niente sarà più come prima.

F.Moretti


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