Interviste & Opinioni

Quando morì Falcone, tutti sapevano che sarebbe toccato a Borsellino

Di Pietro: “Ho avuto la percezione plastica che personaggi scomodi non solo venivano lasciati da parte, ma tutto sommato allo Stato interessava poco. Quando morì Falcone, tutti sapevano che sarebbe toccato a Borsellino. Il giorno del funerale di Falcone, io mi recai da Borsellino e lui mi disse: Antò, dobbiamo fare presto perché manca pocoNel mio caso, la mia famiglia fu trasferita all’estero, avevo la mia casa controllata 24 ore su 24. Per Borsellino perché non l’hanno fatto? E’ una cosa che non ha senso e non ha logica, se non quella di pensare: speriamo che non succeda, o magari: speriamo che succeda. Agenda rossa? Di aspetti specifici ho parlato già coi servizi di sicurezza, nelle sedi giudiziarie opportune. Quel che posso dire è che a mio avviso quel che è successo lì sta in quel rapporto mafia-politica che aveva coinvolto tutta l’Italia. A Milano hanno cercato di fermare chi indagava con la delegittimazione, a Palermo con l’omicidio”

Antonio Di Pietro è intervenuto ai microfoni della trasmissione “L’Italia s’è desta” condotta dal direttore Gianluca Fabi, Matteo Torrioli e Daniel Moretti su Radio Cusano Campus 

Sugli audio desecretati di Borsellino. “Io ho vissuto, non solo da magistrato, questa mancanza di mezzi, risorse e strutture. Quando si comincia  a dire ‘i processi si devono fare subito’, nessuno riflette sul fatto che tra i processi che si devono fare e i magistrati che devono farli ci sono mille, millecinquecento fascicoli. Se li devi fare tutti velocemente fai come il notaio, metti una firma e via. Se vuoi farli bene serve tempo. Questo è il primo problema che esiste dai tempi dei primi computer di cui parlava Borsellino. Io ho avuto alcuni incontri di lavoro con Borsellino per quell’insieme d’inchieste sul sistema politica-mafia-affari. Ho avuto la percezione plastica che personaggi scomodi non solo venivano lasciati da parte, ma tutto sommato allo Stato interessava poco. Tutti giustamente adesso stiamo esaltando Borsellino, ma lui, come Falcone e come me abbiamo avuto solo bastoni tra le ruote quando eravamo in attività, poi ora ci fanno i film. Quando c’è scappato il morto fanno il bel funerale di Stato. Ricordo un fatto concreto riguardo Borsellino. Quando morì Falcone, tutti sapevano che sarebbe toccato a Borsellino. Lo diceva lui stesso. Ci furono anche relazioni dei Ros. Nel mio caso, la mia famiglia fu trasferita all’estero, avevo la mia casa controllata 24 ore su 24. Per Borsellino perché non l’hanno fatto? E’ una cosa che non ha senso e non ha logica, se non quella di pensare: speriamo che non succeda, o magari: speriamo che succeda. Fino a che punto si tratta di ignavia e superficialità e fino a che punto invece scatta il pensiero: liberiamocene? Il giorno del funerale di Falcone, io mi recai da Borsellino e lui mi disse: Antò, dobbiamo fare presto perché manca poco”. 

Mani pulite incrocia le indagini antimafia. “Mafiopoli e Tangentopoli sono due inchieste parallele che hanno lo stesso obiettivo. Hanno iniziato prima loro a Palermo. A Palermo hanno cercato di capire chi sono quei mafiosi che sono riusciti a mettere d’accordo politica e affari per organizzare quel travaso di denaro tra pubblico e privato all’insegna degli affari. Nel momento in cui l’inchiesta tra politica e affari porta alla luce il fatto che era entrata anche la mafia, hanno iniziato a volerla fermare. Roma in quel momento dormiva. A quel punto Falcone, che era andato a Roma per cambiare alcune regole, tornò a Palermo e con Borsellino cercò attraverso i pentiti per capire come si svolgeva questa triangolazione. L’inchiesta arrivò a un momento caldissimo. Ma loro avrebbero dovuto essere protetti 24 ore su 24. Quando è successo a me, io fino a quando ho indagato quelli che interrogavo mi dicevano: io parlo, ma solo fino al Rubicone, dal Rubicone in poi no perché quei fatti non te li posso dire”.

Sull’agenda rossa di Borsellino. “Di aspetti specifici ho parlato già coi servizi di sicurezza, nelle sedi giudiziarie opportune. Quel che posso dire è che a mio avviso quel che è successo lì sta in quel rapporto mafia-politica che aveva coinvolto tutta l’Italia. A Milano hanno cercato di fermare chi indagava con la delegittimazione, a Palermo con l’omicid


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