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Addio a Borrelli, direttore dell’orchestra di Mani Pulite

L’ex procuratore capo di Milano è morto a 89 anni. Suo lo slogan “resistere, resistere, resistere”

Manuela D’Alessandro 

E’ morto a Milano a 89 anni Francesco Saverio Borrelli, l’ex capo del pool di Mani Pulite quando era Procuratore della Repubblica di Milano.

Napoletano è stato fra i grandi protagonisti delle inchieste di Tangentopoli che guidò dal 1992 al 1999,  si e’ spento nell’hospice dell’Istituto dei Tumori di Milano, dove era ricoverato.

Qualche giorno fa, con un post su Facebook, la figlia Federica aveva annunciato la gravità delle sue condizioni di salute: “Ti tengo la mano e insieme alle lacrime che non ho il pudore di nascondere, scorrono i mille ricordi di quanto vissuto con te”.

Nato a Napoli il 12 aprile del 1930, entro’ in magistratura nel 1956. La quasi totalità della sua carriera giudiziaria si è svolta nel Palazzo di Giustizia di Milano. Dal 1999 e fino al 2002, quando andò in pensione, è stato procuratore generale della Corte d’Appello milanese.

Fu lui a pronunciare la famosa frase ‘Resistere, resistere, resistere’, come sulla linea del Piave nel corso della cerimonia d’inaugurazione dell’anno giudiziario del 2002. Parole rivolte alla politica che, a suo dire, metteva in pericolo l’indipendenza della magistratura.

Nel maggio del 2006 venne nominato capo dell’ufficio indagini della Figc (Federazione italiana Gioco Calcio), incarico che ricoprì per un solo anno. Nel 2012 è stato insignito del titolo di Cavaliere della Repubblica.

‘Francesco Saverio Borrelli direttore d’orchestra’ è il titolo di una biografia scritta dalla giornalista Marcella Andreoli che il magistrato apprezzò molto, non solo perché appassionato di musica e melomane. Di quella squadra che mise a soqquadro la ‘Prima Repubblica’ negli anni Novanta, riconosceva di avere la responsabilità del ritmo, di decidere quando e come mandare all’attacco l”ariete’ Antonio Di Pietro sulla scorta dei consigli della ‘mente giuridica’ del gruppo, Piercamillo Davigo, dell’esperto Gerardo D’Ambrosio e dell”intellettuale’ Gherardo Colombo, che, a clamori spenti, è stato l’unico a mettere in discussione i metodi di quella stagione e ora predica nelle scuole l’inutilità del carcere come strumento di cambiamento della società.

Negli anni Novanta, la folla in strada gridava “Borrelli facci sognare” e lanciava le monetine a Bettino Craxi all’hotel Rapahel, assegnando a quegli uomini l’aura di eroi in grado di ribaltare l’Italia raffigurata come ‘ladrona’.

Erede di una dinastia di magistrati (figlio e nipote), Borrelli diceva: “Quando avevo tre anni, sognavo già di fare il magistrato. Da bambino non potevo fare chiasso perché papà scriveva le sentenze. A quel tempo il lavoro di magistrato, specie se civilista, si svolgeva a casa. Forse da allora mi venne la passione per le sentenze. Anche per la tesi di laurea, incoraggiato da Piero Calamandrei, scelsi come tema ‘Sentimento e sentenza’”.

A 25 anni aveva già indosso la toga. Rapida e versatile la sua ascesa: pretore, giudice civile, presidente di sezione del Tribunale, giudice di Corte d’Appello, presidente di Corte d’Assise e procuratore aggiunto dal 1983. Giudice e accusatore, come allora era possibile fare, si occupò anche di processi alla colonna milanese delle Brigate Rosse.

Nel 1988 diventò capo della Procura e ci restò per 11 anni, di cui 7 come leader del pool. In quegli anni fu tra anche i fondatori di ‘Magistratura democratica‘, la corrente di sinistra da cui in seguito uscì. Nel primo periodo del suo mandato, non si registrano indagini di particolare rilievo sulla pubblica amministrazione, poi, il 17 febbraio 1992, arriva l’arresto diMario Chiesa al Pio Albergo Trivulzio e parte la valanga di avvisi di garanzia (25.400), arresti (oltre 4.500) e anche suicidi(32) attribuiti da chi criticava il pool a un uso distorto della custodia cautelare.

Tutte le forze politiche sono coinvolte, dalla Dc di Arnaldo Forlani al Psi di Bettino Craxi che viene disintegrato a suon di provvedimenti del pool col segretario che sceglie la via dell’esilio in Tunisia. 

Quando il ministro della Giustizia Giovanni Conso, il 6 marzo 1993, propone una soluzione politica per Tangentopoli con la depenalizzazione del finanziamento illecito ai partiti, Borrelli non approva. Alla fine dello stesso anno, poco prima delle elezioni che avrebbero portato Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi, rilascia una delle dichiarazioni rimaste più celebri: “Chi sa di avere scheletri nell’armadio, vergogne del passato, apra l’armadio e si tiri da parte. Tiratevi da parte prima che arriviamo noi. Quelli che si vogliono candidare, si guardino dentro”.

Un mese dopo chiede e ottiene l’arresto di Paolo Berlusconi, fratello di Silvio, e scattano le ordinanze di custodia cautelare per sei manager di Publitalia, società controllata dal Cavaliere, tra cui Marcello Dell’Utri. L’apice dello scontro tra magistratura e politica si raggiunge il 11 novembre 1994 quando il pool spedisce all’allora premier Silvio Berlusconiun avviso di garanzia mentre presiede a Napoli un vertice sulla criminalità.

‘Mani Pulite’ di fatto finisce nel 1999 quando Borrelli viene nominato, su sua richiesta, procuratore generale di Milano, un ruolo di grande rilievo ma di minore visibilità. Il 12 gennaio del 2002, al passo d’addio prima della pensione a 72 anni, Borrelli chiude la sua relazione inaugurale dell’anno giudiziario con queste parole: “Ai guasti di un pericoloso sgretolamento della volontà generale, al naufragio della coscienza civica nella perdita del senso del diritto, ultimo estremo baluardo della questione morale è dovere della collettività ‘resistere, resistere, resistere’ come su un’irrinunciabile linea del Piave'”.

In un’intervista del 2011, Borrelli disse: “Chiedo scusa per il disastro seguito a Mani Pulite, non valeva la pena buttare all’aria il mondo precedente con quello attuale”. Nel 2006, dopo lo scandalo che coinvolse il calcio italiano, era stato messo a capo dell’ufficio indagini della Figc (Federazione Italiana Gioco Calcio) che lasciò l’anno successivo per essere poi nominato Presidente del Conservatorio di Milano.

Finché le forze l’hanno sostenuto, prima della malattia che l’ha costretto a vita privata, non ha mai perso una ‘prima’ alla Scala con commenti sempre sagaci sulla qualità delle rappresentazioni. Lascia la moglie e due figli, Federica e Andrea, che prosegue la tradizione in toga della famiglia come giudice civile a Milano. 


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