Politica

Lo scisma di Renzi diventa un sisma sui gruppi parlamentari, non solo su quello Pd

Primi ‘traslochi’ a Italia viva. Sarebbero addirittura una ventina i deputati e quasi altrettanti i senatori che starebbero riflettendo sulla possibilità imitare Renzi e costituire gruppi autonomi per sganciarsi dalla Lega

 

L’effetto Renzi sui gruppi parlamentari non si è fatto attendere e non ha investito solo i dem. Su Forza Italia, ad esempio, la nascita della nuova casa politica renziana ha prodotto fibrillazioni che rischiano di travolgere il partito di Berlusconi che fa registrare le prime defezioni con la senatrice Donatella Conzatti che annuncia il passaggio a Italia viva. Non solo: sarebbero una ventina i deputati e quasi altrettanti i senatori che starebbero riflettendo sulla possibilità imitare Renzi e costituire gruppi autonomi per sganciarsi definitamente dalla Lega.

I fari sono puntati soprattutto a Palazzo Madama, dove un gruppo di senatori guarda con sempre maggiore interesse alle mosse dell’ex segretario dem. “Forza Italia rischia di dover competere nell’area dei moderati con un soggetto politico guidato da un leader di grande visibilità e proveniente da una tradizione diversa”, è l’allarme lanciato solo poche ore fa da Mara Carfagna che martedì sera ha riunito in un ristorante di Roma una parte dei parlamentari, sottolineando che non si tratta di una mossa contro il coordinamento nazionale, che non c’è alcuna intenzione di costituire una corrente.

Silvio Berlusconi, riferisce più di un fedelissimo, avrebbe rimarcato come in questo momento non bisogna alimentare le spinte correntizie, che non occorre procedere con strappi o aprire contenziosi. Da qui la sua irritazione per il fatto che qualcuno sul serio guarda all’operazione Italia viva. L’epicentro del sisma politico rimane, tuttavia, il Partito Democratico. Le ragioni addotte da Renzi per spiegare l’addio sono ritenute “del tutto insufficienti” dallo stato maggiore dem e, anzi, contribuiscono ad alimentare i sospetti su chi rimane. “Sono stato considerato un intruso, un estraneo”, accusa Renzi: “Dopo sette anni, ci provi e ci provi e ci provi a tenere tutti insieme, ma poi è meglio lasciarsi senza polemiche, vale per le storie d’amore e vale anche per noi. L’importante è che adesso si sostenga il governo, va bene così. Adesso basta, quello che è stato è stato”.

A Renzi risponde direttamente il vice segretario vicario del Pd, Andrea Orlando che afferma di non capire le regioni della scissione e non crede alla teoria del rafforzamento del governo: “Non ho ancora capito le ragioni di questa scissione. Si dice che rafforzerà la maggioranza. Ma una coalizione con quattro forze politiche è più difficile da gestire di una coalizione fatta da tre”.

Tra i parlamentari fedeli al segretario Zingaretti si diffonde il timore che anche in seno a Base Riformista, i cosiddetti ‘renziani responsabili’, stia covando la voglia di rompere. Tra i deputati non manca nemmeno chi crede che la manovra di Renzi contempli un’avanguardia di parlamentari incaricata di seguire il leader fin dall’inizio (i deputati di Sempre Avanti che hanno aderito a Italia Viva) e delle retrovie pronte a scattare ad un cenno di Renzi (i renziani rimasti per ora in Base Riformista).

Ipotesi, sospetti, non suffragati da segnali concreti in questo senso. Al momento a seguire Renzi dovrebbero essere 25 deputati e 15 senatori, stando a quanto detto dallo stesso ex premier. Della partita non fa parte il capogruppo a Palazzo Madama, Andrea Marcucci, che ha messo a disposizione il suo mandato per dimostrare di non rimanere nel Pd per la ‘poltrona’. È in questo scenario che cade, come una bomba, il voto alla Camera sulla richiesta di autorizzazione a procedere a carico di Diego Sozzani, deputato di Forza Italia.

L’indicazione del Pd è di votare per il via libera e, quindi, per l’arresto del deputato. E così anche il Movimento 5 Stelle. Ma alla fine della votazione il boato dell’Aula segnala il colpo a sorpresa: Sozzani non sarà arrestato in virtù del voto contrario di 309 deputati, tra cui 49 franchi tiratori. Gli sguardi si rivolgono immediatamente ai renziani presenti in Aula. Tutti, nessuno escluso. A spiegare l’accaduto interviene Graziano Delrio, capogruppo dem a Montecitorio: “Le indicazioni erano chiare da parte nostra, tanto è vero che prima abbiamo votato in maniera difforme sull’ammissione delle intercettazioni. Può succedere che i deputati facciano valutazioni difformi rispetto a quelle della Commissione, questo fa parte del voto di coscienza. Non mancano assolutamente 20 voti del Pd”.

Il Movimento 5 Stelle assicura che quanto accaduto in Aula non avrà ripercussioni sul patto di governo con i dem. Osservatori interessati dei movimenti tellurici nei partiti sono, naturalmente, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il premier Giuseppe Conte. Il primo riceve il presidente francese Emmanuel Macron al Quirinale (ieri è stata la volta del presidente maltese George Wlliam Vella).

Dal Colle si segue da lontano l’evolversi della situazione che, secondo molti osservatori, non darà maggiore stabilità alla maggioranza. Nulla, tuttavia, trapela sul pensiero del Presidente della Repubblica in queste ore. Il secondo, mentre nei palazzi infuria la ‘tempesta Renzi’, si getta su due dossier di enorme delicatezza per gli interessi italiani come la manovra economica (ricevendo le parti sociali a Palazzo Chigi) e la stabilizzazione della Libia (vedendo il premier libico Fayez Al Serraj).


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