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Clelia Sguera intervista Bruno Canino

Clelia Sguera, musicista. docente e musicologa del Conservatorio Piccinni intervista il grande pianista Bruno Canino.

Cultura & Società

La notizia è delle migliori, l’inaugurazione di una nuova Sala da Concerto a Ruvo di Puglia, voluta e realizzata dall’Associazione Corale polifonica“M. Cantatore”, dal suo presidente M° Angelo Anselmi e dal Direttivo della stessa Associazione lo scorso 31 marzo 2019.

A una già così bella notizia se ne associa subito un’altra, poiché l’amicizia e la stima antica con un illustre cittadino ruvese come Antonio Amenduni, affermato flautista in campo internazionale, ha portato a Ruvo, per l’occasione, uno dei nomi più prestigiosi del pianismo internazionale, Bruno Canino, avviando una serie di attività che ripartiranno proprio con una Stagione Concertistica dall’ormai prossimo ottobre 2019.

Abbiamo colto l’occasione e conversato con il maestro Bruno Canino alla fine di un recital riservato a pochi fortunati ospiti, che hanno potuto gustare la raffinata eleganza del maestro Canino in una serata che resterà nel cuore dei presenti.

Alla fine del concerto esito un po’ e poi chiedo al maestro qualche minuto per un’intervista, richiesta che il maestro generosamente accoglie nonostante non ci fosse stato preavviso.

“Buonasera maestro, intanto grazie, per il suo tempo e per la sua musica”….

”Grazie a lei”, sono queste le prime parole che il maestro mi rivolge ricambiando il mio saluto mentre mi preparo a rivolgergli qualche domanda “a caldo”…

Domanda: “Maestro, le confesso che avevo preparato una serie di domande ma dopo aver letto il programma che ha scelto di eseguire e dopo averla ascoltata devo rivederne tante!

Nel programma eseguito si evidenziano: di D. Scarlatti, 3 SonateL.M. Gottschalk, Le Bananier, Union! (parafrasi su temi patriottici americani), quindi A. Copland, Four Piano Blues, C. Corea, 9 Brani da Children’s Song.

La prima parola che mi viene in mente è “freschezza”, quindi “delicatezza” e, contemporaneamente, “forza”, qual è il segreto?”

Il maestro, quasi sorpreso da questa mia impressione, mi ringrazia con un delicato “….se lo dice lei!!!”, e poi comincia a raccontare…: “Non so quale sia il segreto, io mi considero una persona fortunata perché nonostante (il far musica, n.d.r.) sia un mestiere duro, l’ho potuto esercitare e ancora continuo a “schiacciare i tasti “; da un altro punto di vista noi siamo un tramite tra il musicista e il pubblico e dobbiamo cercare di mantenere vivo questo rapporto e io ho grande rispetto per il pubblico.

D.: Maestro, accanto agli studi pianistici, nel suo percorso ha dedicato tanto alla sua formazione di compositore, in che modo i suoi studi di composizione hanno influito sulla sua carriera di interprete, se hanno influito naturalmente?

C.: La composizione ormai è diventata una specie di hobby per me, io ancora compongo sporadicamente per un fatto mio personale, ma non pretendo che il pubblico le conosca.

D.: E nella sua carriera d’interprete, che ruolo hanno avuto questi studi di composizione? Ritiene che abbiano avuto un ruolo importante, considerando che ha dato vita a tante “prime esecuzioni”?

C.: Sì sì certamente… adesso (la musica contemporanea, n.d.r.) è una musica che viene considerata “ostica” ma io penso che ci siano stati dei grandi capolavori… ho avuto come compagni di scuola musicisti come Luciano Berio, ho studiato con Bruno Bettinelli, uno straordinario maestro… ho avuto dei magnifici maestri devo dire, anche di materie complementari.

D.: Oggi secondo lei si possono proporre questi autori nei programmi da concerto, mi riferisco prevalentemente all’inserimento della musica contemporanea in serate rivolte prevalentemente a un pubblico medio?

C.: Sì, ma a piccole dosi, non si deve fare del terrorismo culturale, né proporre un approccio troppo polemico, anche questi compositori con cui ho lavorato, sia Boulez, che Stockhausen, che Berio, man mano hanno ammorbidito nel tempo le loro dissonanze e contemporaneamente hanno portato molta vivacità, che poi é quello che ci vuole, non bisogna mai stagnare, né andare a finire nell’accademia, si capisce quando un linguaggio è esaurito e c’è bisogno di qualcosa di nuovo, e oggi c’è bisogno di qualche cosa di diverso certamente.

D.: Questa scelta di Chick Corea va in questa direzione?

Non lo so, oramai è musica scritta 50 anni fa. Certamente si capisce quando all’udito c’è bisogno di qualche cosa di nuovo, oggi c’è bisogno di qualche cosa di nuovo, di diverso certamente. A me piace molto e comunque penso anche che gli steccati tra i vari tipi di musica: musica popolare, etnica, jazz, vadano assolutamente abbattuti, poi ognuno ha la sua competenza, la sua specificità.

D.: Maestro, esecuzione e didattica, che relazione c’è secondo lei tra queste dimensioni?

C.: S’impara molto insegnando, ma “insegnare sul serio”, io l’ho fatto, ho insegnato per ventiquattro anni in Conservatorio a Milano, è difficile soprattutto in presenza di talentiperché oggigiorno gli spazi sono pochi ed “Avari”.

D.: Che parola particolare ha scelto maestro, cosa intende esattamente per “Avari”? E’ una parola pesante e significativa!

C.: E sì, purtroppo i mezzi di comunicazione di massa e la televisione non aiutano certamente e anche certa politica di grandezza come quella del Teatro alla Scala sicuramente non aiuta!

D.: Che ne pensa di questa situazione che ha trovato qui a Ruvo, ben lontana dai grandi spazi teatrali e molto più vicina alla forma dell’“Accademia”? Realtà di questo tipo sono importanti secondo lei?

C.: Ritengo che questo (tipo di situazione, n.d.r.) sia magnifico!

D.: Mi sembra che ci sia una tendenza in questo senso a recuperare atmosfere da “salotto”, da “Schubertiadi”, condivide questa impressione?

C.: Si sì, questo è magnifico, magnifico!!! Mi ha fatto moltissimo piacere suonare qui.

D.: Maestro nel pomeriggio ha tenuto una Masterclass qui a Ruvo, qual è stata la sua impressione riguardo i giovani che ha incontrato? Come vede lo studio della musica per le nuove generazioni?

C.: Ci sono allievi pianisti, specie qui nelle Puglie, di primissimo ordine, ripeto, studiare il  pianoforte è un lavoro che richiede molta pazienza e metodo, pazienza nell’attesa che vengano occasioni che non è detto che siano i concorsi, spesso ci sono i casi della vita…

D.: Ma oggi per un ragazzino è ancora possibile scegliere di fare il musicista?

C.: Certamente sì, anche se io devo dire che non l’ho scelto io, l’ha scelto la mia famiglia per me, ma oggi come oggi per un ragazzo in età universitaria o pre-universitaria le illusioni sono cadute, e tuttavia non devono cadere del tutto. Uno non deve avere troppe ambizioni, ma neanche zero ambizioni, deve sperare di realizzarsi e di poter avere la fortuna di vivere della propria musica.

D.: La riforma dei Conservatori con il superamento del vecchio ordinamento e l’introduzione dei livelli, ha radicalmente cambiato la formazione musicale in Italia, secondo lei ha aiutato?

C.: Francamente non la conosco perché sono andato in pensione prima, devo dire che in Conservatorio trovo sempre sia insegnanti che allievi interessanti, ma pensi che certamente quando io ho cominciato ad insegnare eravamo cinque insegnanti al Conservatorio di Milano e i Conservatori erano sedici in tutto, quindi può ben capire…questa moltiplicazione, “benvenuta”, ma certamente ha diluito un po’ (i talenti e le possibilità, n.d.r.).

D.: Le nuove tecnologie, la digitalizzazione , dai CD ai concerti di videomapping, l’utilizzo dell’elettronica… che idea si è fatto di queste commistioni?

C.: Veramente non saprei, io sono proprio un inetto con la tecnologia, ci sono tanti colleghi più giovani che leggono addirittura la musica sull’ipad , ma per esempio You Tube o la possibilità di ascoltare un numero infinito di esecuzioni secondo me è pericoloso perché uno sente molte esecuzioni di un pezzo e poi cosa fa? Una media (degli ascolti, n.d.r.)? Oppure copia?… E poi la musica va rispettata, una cosa orrenda è lo zapping… cioè uno sente l’inizio poi interrompe e sente altro, ecco questo secondo me non si può, la musica èun fatto sintetico e formativo.

D.: Maestro la mia penultima domanda, lei ha suonato dappertutto, con grandissimimusicisti, eppure ascoltando “tanta freschezza” nella sua musica io la sento pronta non per centuno altri concerti ma almeno per cento infiniti altri concerti, e allora c’è un posto dove le piacerebbe suonare in cui ancora non c’è stato?

C.: Ma io ho suonato un pò dappertutto, poi per me non esistono concerti di Serie A o

Serie B, ecco tra quindici giorni andrò per la prima volta in Georgia, a Tbilisi, e questo mi

fa piacere, in Italia le sale le conosco e suono molto volentieri.

D.: Qualcosa che vorrebbe le chiedessi che mi è sfuggita?

C.: Mi ha chiesto davvero tanto, la ringrazio molto…

D.: Grazie a lei maestro.

Questo momento era un mio desiderio insperato, quando venendo al concerto ho chiesto se sarebbe stato possibile certamente non immaginavo potesse esserlo davvero. La carriera, lo studio, ma anche le politiche culturali in Italia, i giovani, la tecnologia… il maestro Canino ci ha davvero regalato tanti spunti di riflessione importanti, oltre alla ricchezza della sua musica e alla sua straordinaria umiltà.

Per me non è stato solo l’incontro con un Mito, ma sopratutto con l’uomo oltre che con l’artista, proprio per queste ragioni ho deciso di riportare l’intervista nella sua forma integrale con minime limature.

Saluto il maestro mentre si allontana, elegante e discreto nel suo impermeabile beige e io gelosamente chiudo il mio registratore e con gioia e orgoglio rinomino il file.

Clelia Sguera


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