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Il coronavirus e lo stalinismo di mercato cinese

Economia e Finanza

di Danilo Breschi

Lo aveva già chiarito Amartya Kumar Sen nel 1991. Sarebbe bastato, si fa per dire, avere intelligenze e competenze al governo, d’Italia, d’Europa, di buona parte dell’Occidente. Così non è stato, e i nodi vengono al pettine, oggi, anno 2020.

In questi giorni mi è tornata alla mente una lettura dei primi anni Novanta, ai tempi dell’università. All’inizio pensavo fosse Popper, poi, consultando la mia biblioteca, ho visto si trattava di Sen. Ho riletto quelle pagine riaffiorate alla mia memoria. Così rispondeva trent’anni fa il futuro premio Nobel per l’economia ad alcune domande di Giancarlo Bosetti sul tema della libertà, in particolare il rapporto tra società chiuse ad economia pianificata e società aperte ad economia di mercato:

Nelle economie dei sistemi socialisti ci può essere molta produzione e anche molto autoritarismo. Ma il punto essenziale è che gli errori non possono essere corretti.

Vediamo un esempio. Prendiamo un’economia come quella cinese. Ora i cinesi hanno raggiunto risultati considerevoli nella crescita delle aspettative di vita. Al tempo della rivoluzione erano intorno ai 40 anni. Adesso, anche prima delle riforme, intorno al 1979, erano giunte tra i 60 e i 70 anni. Questo è il risultato di quello che potremmo definire un progetto sociale di grande portata, servizi sanitari, istruzione, ecc. Ma nello stesso tempo, dal momento che i governi non rispondono all’influenza democratica del popolo, troviamo fenomeni davvero singolari. Per esempio in Cina c’è stata la più grande mortalità per fame tra il 1959 e il ’62, proprio nel periodo successivo a una grande carestia, quando la situazione del cibo era davvero cattiva. Il governo cinese decise di sostenere che non c’era mortalità per fame che ora è stimata vicino ai trenta milioni di persone, che rappresenta probabilmente la più grande carestia di cui si abbia memoria storica. E questo accadeva in un paese che, per altri aspetti, stava realizzando molte concrete riforme nel campo della salute e dell’educazione. Perché una politica disastrosa, per cui morivano tanti milioni di persone, ha potuto durare per tre anni senza che intervenissero cambiamenti? La ragione è, di nuovo, che non c’era modo in cui il popolo cinese potesse esercitare la sua volontà. Non c’era una discussione. I giornali non ne parleranno, non ci saranno richieste.

Sen aggiungeva, incalzato da un’altra domanda:

Non c’è correzione, non c’è discussione, non c’è contraddittorio. Io penso che il tema della libertà umana è importante non solo come fine ultimo. È estremamente importante anche come uno strumento aggiuntivo per prevenire gli errori di direzione politica quando non sono ancora stati commessi e per correggerli, dopo che sono stati fatti. […] per esempio in Cina abbiamo visto come hanno affrontato le riforme economiche dopo il 1979, giungendo a una vera espansione. Contemporaneamente però da quel momento il tasso di mortalità è aumentato. E questo perché i servizi sanitari nelle campagne sono stati drammaticamente sfasciati. Quei servizi, che erano il grande vanto della Cina, sono stati ridotti in disastrose condizioni per ragioni finanziarie. E tutto questo è stato possibile, dando un colpo tremendo alla popolazione rurale, senza alcun tipo di protesta, perché mentre il mercato veniva lasciato libero, l’opposizione politica non è stata permessa. Non c’è una forza, un partito che possa mettere in discussione il monopolio del potere del partito comunista cinese. Ecco come avvengono i grandi errori.

Sulla scia di Sen possiamo pertanto affermare che la pandemia da coronavirus è figlia del totalitarismo comunista cinese. Lo confermano i risultati di un’indagine epidemiologico-molecolare effettuata dagli scienziati dell’Università Statale di Milano su 52 genomi virali completi del patogeno, dalla quale è emersa una stima che porta a dire che «l’origine dell’epidemia da Sars-CoV-2 può essere collocata tra la seconda metà di ottobre e la prima metà di novembre 2019, quindi alcune settimane prima rispetto ai primi casi di polmonite identificati» (“la Repubblica”, 28 febbraio 2020). In altre parole: la censura totalitaria del regime cinese ha consentito l’escalation mortifera di migliaia di cittadini della Repubblica popolare cinese prima, e di migliaia di donne e uomini di moltissimi altri Paesi del mondo, Italia inclusa (e in misura massiccia).

Trent’anni sono passati, ma le considerazioni di Amartya Sen persistono in tutta la loro validità: «se si sostituisce un sistema autoritario senza mercato con un sistema autoritario con il mercato, non si realizza quel tipo di attenzione ai fini ultimi che si va cercando. Penso che il market-Stalinism, che è quello che c’è in Cina, non sia una soluzione del problema, anche se la gente spesso dimentica, quando mette l’accento sulla questione mercato, che esso può convivere con lo stalinismo» (La libertà positiva. Intervista a Amartya Kumar Sen, in G. Bosetti, Il legno storto e alte cinque idee per ripensare la sinistra, con una postfazione di N. Bobbio, Marsilio, Venezia 1991, pp. 80-82).

Bosetti cercava poche ma buone idee per «ripensare la sinistra». L’impressione, rileggendo quel libro di tre decenni fa, è che egli le aveva fors’anche trovate, ma la sinistra, senz’altro quella italiana, si è ben guardata dall’elaborarle per ripensarsi in modo adeguato ed efficace. Ha semplicemente dismesso l’abito precedente per indossare, probabilmente con altrettanto spirito acritico, quello nuovo di una globalizzazione eretta a panacea, senza distinguere tra i vari soggetti che entravano nel mercato globale, non distinguendo tra chi giocava dentro e chi fuori le regole, chi cresceva a spese della propria popolazione, schiavizzata, e chi lo faceva promuovendo benessere tra la cittadinanza. Nessuna reale ed intelligente pressione internazionale ha indotto la Cina a modificare il proprio assetto interno nel corso dell’ultimo trentennio. Nessuno in Europa e Stati Uniti ha tenuto a mente Tien an Men ed ora se ne pagano probabilmente le amare conseguenze.

Anche nel caso del coronavirus pare ormai evidente che le autorità nazionali di quasi tutti i Paesi hanno preso per buoni i dati ufficiali forniti da Pechino a cominciare dal mese di gennaio. Su quei dati i governi occidentali hanno basato l’elaborazione di scenari, misure di prevenzione e contrasto. Durante la conferenza stampa di aggiornamento quotidiano sull’emergenza del 25 febbraio, ore 18, Giovanni Rezza, direttore del Dipartimento di malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità, ha parlato, come se fosse ormai un dato acquisito, di «almeno un milione di persone infette a Wuhan», mentre il dato ufficiale in tutta la Cina non superava gli 80mila. Lo ha fatto notare Federico Punzi, il quale ha opportunamente ricordato che secondo molti articoli della stampa internazionale, tra cui “The Epoch Times”, documenti governativi trapelati rivelerebbero che dal 9 al 23 febbraio le autorità sanitarie della provincia cinese dello Shandong avrebbero riportato nei loro annunci pubblici un numero inferiore di contagi rispetto a quello calcolato dal centro di controllo locale, superiore da 1,36 a 52 volte quello ufficiale. Per esempio, il 25 febbraio sono stati dichiarati 755 contagi, mentre il 23 risultavano già 1.992 positivi.

Insomma, siamo ancora a quanto accadeva nella Cina degli anni Cinquanta e Sessanta e che Sen denunciava nel 1991. Pechino sapeva del coronavirus e della sua gravità già il 7 gennaio, ma solo dopo 13 giorni, il 20 gennaio, il presidente Xi Jinping si sarebbe deciso a parlare alla nazione e al mondo dichiarando l’emergenza. Da segnalare infine la sorte del giovane medico di Wuhan, Li Wenliang, che aveva lanciato l’allarme via chat: arrestato, poi morto e riabilitato. Fino al 20 gennaio non è comparsa una sola parola sull’epidemia in corso sugli organi di stampa ufficiali del Partito comunista cinese. Anche l’Iran, il Paese più colpito in Medio Oriente e con il maggior numero di morti dopo la Cina, ha fatto prevalere la censura sulla salute dei cittadini propri e del resto del mondo. Là vige un regime fra il teocratico e il totalitario.

Nemmeno l’Oms ha fatto le dovute pressioni e operato le necessarie controverifiche. Ancora il 23 gennaio non aveva deciso se dichiarare l’emergenza internazionale per l’epidemia di Wuhan di cui ufficialmente si aveva notizia già da fine dicembre. Non è bastato all’Oms l’annuncio del 20 gennaio da parte del celebre pneumologo Zhong Nanshan, il quale aveva svelato che il virus può trasmettersi anche da persona a persona, rendendo più concreto il rischio di una pandemia. Si è semplicemente fidato della dittatura totalitaria cinese, regime preoccupato soltanto per la tenuta della leadership di Xi e del suo partito unico.

C’è solo da sperare una cosa nel caos attuale: che questo virus allarghi la crepa nella Grande Muraglia del totalitarismo comunista cinese e metta a nudo, anzitutto in Europa, il fatto che una globalizzazione condivisa con mercatisti stalinisti inquina l’economia occidentale, l’ambiente e la salute di tutto il mondo. L’occidente è tutt’altro che esente da responsabilità, ma ha ben poco senso l’uso di una formula vacua come governance globale per il livello delle sfide poste dalla globalizzazione. Sinora abbiamo avuto solo accidia occidentale e rapacità asiatica. Sarà tempo di pensare al governo effettivo di Stati e alleanze di Stati liberaldemocratici, ricreare un ordine internazionale e porre qualche briglia intelligente, strategicamente pro-occidentale e pro-democrazia, al selvaggio mondo produttivo e finanziario del terzo millennio.    


One Reply to “Il coronavirus e lo stalinismo di mercato cinese”

  1. […] originariamente pubblicato su “Il Corriere Nazionale“, 1° marzo 2020. Si ringrazia il Direttore, dott. Antonio […]

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