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Covid-19 . La situazione attuale in un paesino del nord Italia

Cronaca

 

«Gentilissimo signor Renato la ringrazio per l’attenzione e per le sue domande che mi permettono di chiarire brevemente alcuni punti.

Io sto ancora lavorando perché, fortunatamente, per ora me la sento e perché faccio davvero fatica in questo momento di estremo bisogno ad assentarmi per cui sto cercando di tener duro: so di tanti colleghi ammalati anche pesantemente e so anche quanta fatica faccio a trovare il sostituto

Nel momento in cui non ce la dovesse più fare e dovessi dare forfait è chiaro che lascerei scoperto un posto, come ha potuto intuire dal mio diario, anche se i miei pazienti forse avrebbero la possibilità di avere un medico disponibile, il tutto, in ogni caso, con grande fatica.

Nella nostra zona ci sono tantissimi ammalati. Le ambulanze sono poche rispetto al fabbisogno, per cui quando anche ci fosse la necessità di chiamare il 112, c’è una lunga trafila: bisogna prima dare i dati al 112, poi si viene trasferiti al 118 e si è messi in attesa con la centrale operativa. Entro 2-4 ore (dipende dall’afflusso di chiamate) si viene contattati. Nonostante ciò nessuno di noi è in panico: sappiamo che l’ambulanza non arriverà con la rapidità con cui era solito arrivare nei momenti fuori dalla pandemia.

Abito in un paese. Ci conosciamo tutti. Quando suona la campana sappiamo per chi è.

I pazienti che si aggravano sono quelli più anziani o i pazienti pluri patologici. Questo significa che possono andare in insufficienza respiratoria, perché il Covid19 dà una pesante polmonite interstiziale, anche nel giro di 12/24 ore. Mi creda i quadri clinici sono davvero molto diversi fra loro.

Alcuni anziani non vogliono essere condotti in ospedale perché sanno l’attesa che si deve fare oggi al Pronto soccorso: inoltre c’è da tener presente che molto del personale sanitario lavora in emergenza facendo turni incredibili perché anche molti di loro sono ammalati e a casa. Nonostante questo, molti reparti dedicati ad altro sono stati convertiti in reparti dedicati ad accogliere tutti i malati con il coronavirus.

In ogni caso i ventilatori non ci sono per tutti: questo è un dato di fatto concreto.

Noi siamo stati tra i primi a vivere lo stato di emergenza: mi auguro che in altri luoghi questa situazione non si debba verificare. In questo senso molto importanti sono le precauzioni adottate dal RESTATE A CASA.

Che dire di più: certo che è dura, certo che fa soffrire ma mi creda c’è anche tanta solidarietà, vicinanza. C’è un volontariato che si sta organizzando a livelli municipali in modo molto pertinente per consegnare i farmaci a casa delle persone in quarantena piuttosto che per portare la spesa a domicilio.

Io ringrazio la tecnologia del cellulare, dei social, di WhatsApp perché ci fa sentire meno soli e perché ci fa raggiungere più persone contemporaneamente per dare consigli e vicinanza.

Io non ho sentito quella frase pronunciata dal sindaco Gori perché non ho il tempo per seguire le varie interviste.

Posso dire che in questo difficile momento per un anziano (e parlo di ultraottantenni compromessi ) forse è meglio morire a casa attorniati dall’affetto dei propri figli piuttosto che in una corsia di ospedale dove i figli non potrebbero stare perché verrebbero subito messi in quarantena.»

E’ la risposta della dottoressa M.B. che mi è giunta sul blog “Come Gesù”, a seguito di un mio breve articolo in cui scrivevo: «Il quadro che appare sembra peggiore di quello che ci viene presentato dai media. La dottoressa lavora con la malattia addosso, anche perché non trova un medico che possa sostituirla, alla dottoressa non fanno il tampone perché mancano i tamponi, anziani che muoiono in casa. Perché muoiono in casa alcuni anziani e non in ospedale? Non ci vogliono andare oppure non c’è posto per loro? “I pazienti che non possono essere trattati vengono lasciati morire”, ha detto il sindaco di Bergamo Giorgio Gori. Ha forse ragione?».

Renato Pierri


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