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Le Asl italiane reggeranno all’urto della Fase 2?

Cronaca

Ne parliamo con Gianni Rezza, direttore del dipartimento malattie infettive dell’Istituto Superiore di Sanità.

coronavirus tamponi contagi asl

© Agf –

“Quando vediamo le immagini che arrivano dalla Corea vediamo medici che si muovono sul territorio attrezzatissimi e con il supporto di ogni tecnologia. Non penso che in tutte le Asl italiane ci sia quel livello. Dobbiamo arrivarci”. Lo ha spiegato all’AGI, Gianni Rezza, direttore del dipartimento malattie infettive dell’Istituto Superiore di Sanità.

I timori di Rezza, sono basati sulla constatazione che, negli ultimi anni, il sistema delle Aziende sanitarie italiane, o comunque si chiamino ora nelle diverse Regioni e Province Autonome, è profondamente cambiato e con esso anche l’organizzazione dei Dipartimenti di Prevenzione, che sono gli uffici chiamati a svolgere compiti di primaria importanza proprio sul fronte della lotta al coronavirus.

Quante sono le Asl in Italia

Dal 2014 ad oggi il numero di queste strutture si è ridotto del 40 per cento e se nel 2000 c’erano 197 Asl in tutta Italia, oggi sono solo 99. Se nel 2005 ogni singola Asl in media doveva pensare alla salute di 321.601 abitanti, oggi lo stesso ufficio, deve controllare lo stato di salute di un numero quasi doppio di cittadini. Sono numeri che destano preoccupazione soprattutto in vista del carico di lavoro che si riverserà sui Dipartimenti di Prevenzione delle singole Asl italiane nella prospettiva della prossima uscita dalla quarantena.

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© AGF
Il direttore delle malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità, Giovanni Rezza

Spetterà a loro, prima di tutto, mantenere in piena efficienza il sistema sanitario mettendo al riparo ospedali e centri di cura (ambulatori, case di riposo, medici di famiglia) che sono i luoghi – lo abbiamo visto in questi giorni – più esposti al virus. Poi dovranno fare in modo e provvedere che tutte le conoscenze acquisite sulle modalità di trasmissione del virus e le dovranno tradurre in provvedimenti e misure (che ancora non sono state scritte e nemmeno definite) da tagliare su misura delle singole attività che riapriranno con le loro specificità e che dovranno garantire nuovi standard di sicurezza per i lavoratori e anche per i clienti.

Basta pensare anche solo alle polemiche di questi giorni sulle proposte di fruizione degli stabilimenti balneari: plexiglass o no, sarà un dirigente di qualche dipartimento di prevenzione a stabilire i nuovi standard di sicurezza e sarà sempre lui a doverlo far rispettare.

Tutto questo mentre altri suoi colleghi dello stesso dipartimento dovranno organizzare il monitoraggio vero e proprio dello stato di diffusione del virus nella popolazione. In altre parole spetterà a loro organizzare una rete capillare che sia in grado non solo di effettuare test e tamponi, in modo da scoprire chi è immune e chi no, chi è infetto e chi non ancora (tenuto conto di tutte le questioni associate ai diversi test) e di garantire così la scoperta di eventuali nuovi focolai. Che ci saranno e che dovranno essere aggrediti con tempestività mettendo in campo anche una ulteriore capacità di intelligence per rintracciare i contatti e chiudere velocemente le catene di trasmissione.

Un potenziamento cruciale

Si tratta di un lavoro enorme, che però sarà necessario implementare fin da ora se vogliamo dare retta ai criteri che, in questi giorni, ha diffuso l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e che vedono proprio in queste attività la chiave di un pur timido ritorno alla normalità. Se però nella prima fase emergenziale l’aumento dei letti di terapia intensiva era stato sostenuto e finanziato dal governo centrale e anche dalle donazioni di molti privati, stavolta per il potenziamento di queste strutture così cruciali, non è ancora stato destinato nessun investimento diretto.

I numeri che AGI ha raccolto mostrano infatti che questo settore così strategico nella lotta al Covid-19 non è del tutto attrezzato ad affrontare gli impegni che si rendono necessari per affrontare con un buon margine di sicurezza. “Molti parlano e citano il caso della Corea – dice Rezza – pensando che siano riusciti a contenere l’infezione grazie alle app, alla tecnologia. Ma non è così. O meglio, non è solo questo. I coreani hanno un servizio sanitario organizzatissimo sul territorio ed estremamente efficiente” che è stato in grado di organizzare un contenimento capillare (quartiere per quartiere, arrivando a isolare anche un solo condomino o isolato) e a effettuare una campagna di tamponi a tappeto che ora dovremo organizzare anche in Italia.

Il ridimensionamento degli ultimi anni

“Su questo aspetto – aggiunge Rezza – c’è molto da lavorare”. L’organizzazione della sanità e quindi, dei servizi di prevenzione sul territorio nazionale sono stati molto ridimensionati negli ultimi anni. I dipartimenti di Prevenzione sono strutture che devono far par parte di ciascuna Asl. Ed è proprio guardando a come sono state riorganizzate le Asl sul territorio delle diverse Regioni che si capisce come questi servizi sono diventati sempre più rarefatti.

Se infatti nel 2014 in Italia c’erano 140 Aziende Sanitarie locali (nel 2000 erano 197), nel 2017 erano scese a 101 per arrivare nel 2020, secondo i dati della Banca dati del ministero della Salute, a 99. Nel 2017, ultimo dato di dettaglio disponibile (Annuario Statistico del Sistema Sanitario) c’erano infatti solo 99 dipartimenti di Prevenzione attivi in Italia. Questa riduzione di numero ha implicato anche una riorganizzazione dei servizi, che sono stati ridisegnati per un numero maggiore di persone. 

Nel 2014 la dimensione media di una Asl era di 434.254 abitanti, (Elaborazione Ires Veneto su dati Formez e Istat)  mentre nel 2020 è salita a 612.393. Si tratta di un incremento considerevole pari a oltre il 41 per cento.

Gli aumenti più considerevoli in termini di variazione del bacino di utenza di ogni singola Asl si sono visti in Toscana, dove il numero delle Asl è passato da 12 nel 2014 a 3 nel 2020 per una popolazione che, nel complesso conta quasi 3,8 milioni di abitanti, nel Veneto, che comunque ha un numero di abitanti per Asl inferiore alla media nazionale e meno della metà di quella della Lombardia, in Friuli, Sardegna e in Lombardia, dove si è passati, con la riforma del 2015 da 15 ASL del 2014 a solo 8 ATS (Agenzia di Tutela della Salute) con una utenza media ciascuna di oltre 1.250.000 abitanti, poco meno degli abitanti dell’intero Comune di Milano.

Il caso della Sardegna

Il record però spetta alla Sardegna che ha accorpato i suoi servizi sanitari in una sola Asl che copre tutta la popolazione regionale, ovvero 1,6 milioni di abitanti. La rarefazione dei servizi sul territorio è stata invece più contenuta in Emilia Romagna, Liguria, Umbria, Marche e in tutto il Sud dove il numero delle Asl e quindi dei dipartimenti di prevenzione, è rimasto invariato negli ultimi sei anni. Questo non vuol dire però che i livelli di efficienza dei diversi sistemi siano ovunque omogenei.

Lo abbiamo visto in questi ultimi due mesi, da quando cioè il virus ha cominciato a diffondersi un po’ ovunque in Italia. La cartina al tornasole è rappresentata proprio dalla capacità, da parte dei diversi dipartimenti di prevenzione, di fare tamponi e di chiudere le diverse catene di trasmissione del virus nella popolazione. Nel nostro paese in questo periodo sono stati effettuati (al 15 aprile) 1.117.404 tamponi, quasi come quelli che sono stati effettuati in Germania: 1,3 milioni di tamponi.

I dati raccolti in Italia parlano chiaro e mostrano una capacità superiore a tutti da parte della Provincia Autonoma di Bolzano e di tutta la Regione Veneto che sono riusciti a fare il numero più alto di tamponi, rispettivamente 4,68 e 4,25 ogni cento abitanti. Si tratta di un valore molto alto, se confrontato con una media nazionale che non supera 1,77 campioni ogni cento abitanti. Il numero di tamponi effettuati diminuisce drasticamente nel Sud con la Campania che non supera i 0,65 tamponi ogni cento abitanti, il numero più basso per le Regioni italiane nonostante gli oltre 3800 casi registrati.

Anche le altre regioni del Sud non arrivano a superare la soglia di un tampone ogni cento abitanti. Al Nord, solo Piemonte (1,63) e Liguria (1,56) non vanno sopra la media nazionale, come pure il Lazio (1,27) e l’Abruzzo (1,56 tamponi ogni cento abitanti). 


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