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La sindrome della capanna, la paura della normalità

Sindrome della capanna o “del prigioniero”. Il desiderio di restare nel proprio rifugio

Noi e la Salute

di Serena Pino (Psicologa)

Ci siamo. Dal 18 maggio ritorneremo anche a vedere i nostri amici “dal vivo”, a mangiare una pizza, a bere un calice di vino nel nostro pub preferito, con le compagnie che tanto abbiamo desiderato.

Abbiamo contato i giorni, abbiamo sognato, immaginato e rappresentato nella nostra mente e con i nostri amici durante gli aperitivi in video-chat, il momento in cui saremmo usciti, finalmente liberi dalle nostre gabbie dorate e confortevoli, dalle nostre mura domestiche che ci hanno protetto dal nemico invisibile e subdolo di un virus ancora ignoto.

Solo che adesso non ci va più. È uno stato interno di paura e di insicurezza, di tristezza o ansia per il cambiamento che ci troveremo davanti, unito alla mancanza di un obiettivo, dover inseguire e raggiungere gli standard condivisi ma esterni di felicità, realizzazione, successo.

Tutto questo ha un nome, si tratta della “sindrome della capanna” o “del prigioniero”. Consiste nel desiderio di restare nel proprio rifugio, nel non avere alcuna intenzione di allontanarsi da esso, in fondo si sta così bene, solo li si è al sicuro. Non è un vero e proprio disturbo mentale. L’uomo è un animale sociale, quindi nell’arco di 2 o 3 settimane la sindrome dovrebbe risolversi da sola.

Si tratta di cambiare le proprie abitudini, ancora una volta. Per mesi gli italiani hanno dovuto ricostruire una routine in casa. Ognuno ha cercato di ritrovare un equilibrio. Il dover rivoluzione di nuovo la propria quotidianità, in un contesto così incerto, è la causa scatenante del non voler abbandonare il proprio tetto. Non siamo usciti per intere settimane. Ciò che c’è là fuori quasi non lo conosciamo più. Questo implica immaginare gli scenari peggiori che fanno da trigger alle paure: paura del futuro, della malattia, del prossimo, di prendere decisioni senza una base sicura. Inoltre, vedere ancora molte attività chiuse, dover mantenere il distanziamento sociale, entrare nei bar in modo diverso dal solito, non conoscere l’esito di questa fase 2, genera ansia e tristezza.

Quindi, cosa bisogna fare?

 • Agire, seppur a piccoli passi: mettersi in moto è molto più funzionale piuttosto che ruminare tutto il giorno su ciò che potrebbe succedere. La ruminazione è come scavare per cercare di uscire da una buca, più scavi e più la buca diventa grande e dato che la ruminazione ci fossilizza su un problema ipotetico che crea un ulteriore malessere, la soluzione è agire.

 • Cambiare punto di vista cercando di eliminare i pensieri catastrofici con altri più razionali, la paura ci fa credere che il peggio sicuramente accadrà con scenari tragici e apocalittici, ma non è detto che sia così.

 • Esporsi graduale potrebbe essere la mossa giusta, iniziando con il reintrodurre quelle attività che prima della pandemia erano piacevoli.

 • Ritornare alla realtà con i tempi dettati dalla propria emotività, scandendo dei nuovi ritmi e apprezzando le sensazioni positive che sono state dimenticate.

Non avevo mai conosciuto il ritmo sano e rassicurante della normalità” (R.A. Marchesini)

Dr.ssa Serena Pino (Psicologa)

serena.pino90@gmail.com


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