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L’uso politico della giustizia per fini non golpistici

Politica italiana

Il pensiero libero di Luigi Mazzella

Per diversi decenni, gli Italiani non si sono avvisti che molte iniziative giudiziarie erano soprattutto dirette a favorire un ricambio della classe dirigente del Paese, sia in base a vedute ideologiche degli stessi pubblici ministeri sia per input provenienti aliunde ma condivisi per affinità di pensiero politico.

Secondo una visione storica ormai abbastanza accreditata, il caso Montesi, nell’immediato dopoguerra, aveva colpito duramente Attilio Piccioni per togliere, sostanzialmente, dalla scena politica italiana Alcide De Gasperi, le cui fortune a livello internazionale, erano state compromesse da alcune sue prese di posizione nei confronti di una Nazione estera.

Certo, l’uso politico era divenuto più evidente quando l’obiettivo era stato puntato su Bettino Craxi e sul Partito socialista italiano che, verosimilmente, ostacolava o rischiava di rendere tardivo e superfluo il processo di “social democratizzazione” del partito comunista.

Colpire un tale “concorrenziale” bersaglio (con buona probabilità l’azione era stata concordata ad alto livello tra le due maggiori ed egemoni potenze straniere: USA e Russia) affidato (secondo quanto si era letto su qualche giornale) dalla Massoneria newyorchese alle cure dei cosiddetti “miglioristi di quella forza politica, era stato considerato di vitale importanza per il capitalismo occidentale che si muoveva sulla strada della sua versione finanziaria e monetaria.

L’eliminazione della scena politica italiana del socialista Craxi era stata ritenuta, verosimilmente, necessaria per consentire il grande abbraccio dei numerosi e compatti orfani di Stalin (e del bolscevismo) con i democratici cristiani, e per costituire quel Partito Democratico forte e poderoso  che con i Democratici statunitensi, i Laburisti inglesi e i Cristiano-sociali e socialdemocratici tedeschi (non uniti ma alleati di ferro) sarebbe stata la quinta colonna dei Tycoon di Wall Street della City nel mondo Occidentale.

All’epoca, mancavano i Donald Trump e i Boris Johnson, coraggiosi e dichiarati “conservatori” della civiltà industriale, imperniata fondamentalmente sul lavoro essenziale e significativo dell’uomo (a livello imprenditoriale o esecutivo).

Questi accaniti oppositori dei tiranni in marsina e in guanti bianchi di Wall Street della City non erano ancora apparsi sulla scena politica mondiale, sorretti dal malcontento serpeggiante nelle rispettive popolazioni (il cosiddetto “voto di pancia”).

I due leader erano stati un vero “incidente di percorso” sulla strada del capitalismo finanziario.

Nulla del genere, infatti, si era mai verificato prima, durante i governi dei Bush, dei Clinton, degli Obama, dei Tony Blair, dei Cameron, tutti collegati con gli interessi dell’Alta Finanza. 

Con tali vecchi leader, il mondo della Finanza aveva sempre visto la propria strada in discesa e libera da ostacoli. 

I giochi della monetizzazione del capitalismo anglo-americano sembravano fatti, perché anche i Russi non potevano che guardare con interesse alla de-industrializzazione dell’Occidente.

E ciò, per ragioni fin troppo ovvie di competitività produttiva.            

In Italia, cosiddetta “culla del diritto”, i metodi usati per eliminare il leader socialista, dai magistrati dell’accusa erano stati, secondo taluni osservatori, da Inquisizione Spagnola soprattutto a causa delle minacce ripetute di prigionia in assenza di confessioni o delazioni.

Tali forzature delle norme erano state rese maggiormente evidenti dalla rozzezza e dalla grossolanità contadina di taluni protagonisti delle varie operazioni. Il collegamento di tanta rudimentalità di comportamenti con il sistema di reclutamento di giudici e pubblici ministeri era stato messo in evidenza da taluni osservatori, ma non compreso abbastanza dalla massa dei cittadini.

Gli Italiani non avevano neppure capito che quelle iniziative non promettevano nulla di buono e miravano a ben altro che a una opera di moralizzazione della vita pubblica. A comprenderlo erano stati in pochi (come, del resto, sempre avviene).

A ottundere la gente era stato anche lo slogan inventato dai comunisti della “Costituzione più bella del mondo”. Si sosteneva che la Carta avrebbe tenuto al riparo i cittadini da arbitrarie aberrazioni con il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale. 

Senonché il ricorso a tale principio si era rivelato subito un artificio, un clamoroso fake. 

Dire che l’azione penale era obbligatoria di fronte a un dilagare di fatti criminosi inarrestabile e crescente significava soltanto menare per il naso i cittadini. 

In altre parole, la realtà che sta sotto i nostri occhi dimostra con ogni evidenza che l’uso della discrezionalità e l’arbitrio dei pubblici ministeri hanno condotto l’Italia al punto in cui drammaticamente si trova. 

I pubblici accusatori hanno quasi sempre scelto di perseguire i reati che a loro interessavano di più o per inclinazioni sessuofobiche del tutto incondizionabili (soprattutto nei tempi in cui mostrare le spalle nude in un ristorante poteva provocare risentimenti nei cittadini più bigotti che non erano pochi) o per (altrettanto incontrollabili) idiosincrasie politiche. 

Far nascere gli avvisi di garanzia da emozioni passionali, non sempre illuminate dalla ragione e spesso sorrette solo da labili prove non è stato certamente un bene per la nostra vita democratica. 

L’uso politico della giustizia si è rivelato idoneo a distruggere l’onorabilità di persone che avrebbero potuto utilmente servire il Paese:

Nessuno è disposto a mettere a rischio la propria reputazione per un provvedimento giudiziario, che poi, magari, si rivela erroneo e basato sul nulla.  Si finisce in tal modo per dare spazio all’attività politica solo di chi non ha niente da perdere. 

È stato questo l’effetto più disastroso e destabilizzante della cosiddetta “ventata moralizzatrice” dei magistrati italiani. Con i loro sistemi d’indagine e con i loro metodi “inquisitori” (paradossalmente, introdotti dalla riforma del processo penale in senso accusatorio), pochi e spesso impreparati  impiegati pubblici (dipendenti assunti per un  concorso statale di basso grado) hannoin buona sostanza, allontanato dalla vita politica le persone “per bene”, colte, competenti e professionalmente preparate, affermate nella società civile e dotate di buona cultura generale (essenziale per il buon governo del Paese). 

In altre parole, i metodi polizieschi usati per quelle azioni, riportati con dovizia di particolari sconcertanti dai mass-media accompagnati da suicidi di importanti personaggi della vita nazionale hanno fatto sì che  la politica sia finita nelle sole mani di chi “non aveva niente da perdere”, di giovanotti “di pessime speranze” e dal futuro incerto (senza gli “uffici del collocamento elettorale), di studenti universitari fuori corso, di giovani diplomati in cerca di lavoro o disoccupati semi-analfabeti (dopo il fallimento di alcuni tentativi di esercitare un mestiere),  di individui, cioè, “a tutto chiamati  e pronti… ma a nulla veramente eletti”. 

Ad essi è stata affidata la gestione della res publica la cura del bene della polis, con grave scadimento dei risultati.

Queste finalità non golpistiche dell’uso politico della giustizia, però, si sono rivelate più che sufficienti per consentire ai tecnocrati dell’Unione Europea di avere, nella loro politica di sostanziale rapina delle sovranità e delle più importanti prerogative degli Stati incappati nelle maglie di un’Unione stravolta dall’Euro e dai Trattati di Maastricht, interlocutori (più che contraddittori) “di tutto riposo”. 

Tutto ciò non basta, però, a far comprendere l’attuale degrado del nostro sistema giudiziario, V’è molto altro:

di ciò, però, parleremo nel prossimo articolo.

 


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