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Il revenge porn tra adulti e adolescenti

Cronaca

Il revenge porn è un fenomeno che ha assunto con il tempo dimensioni a dir poco preoccupanti, con una diffusione sempre più capillare, soprattutto in quell’età adolescenziale che comprende dai 14 ai 17 anni, semplicemente perché assidui frequentatori di siti a sfondo sessuale, ma non solo, anche tramite canali chat di Telegram o whatsapp, di facile accesso, certamente non sono esenti le fasce adulte.

Il motivo è principalmente per fini a scopo di ricatti nei confronti delle proprie ragazze, a seguito magari di amori non corrisposti o finiti. 

Secondo gli ultimi dati pubblicati sulle maggiori riviste giuridiche, fanno riferimento a cifre che girano intorno alle 48.000 segnalazioni, senza tener conto delle foto o video che girano sul social , circa 5.742.734 di foto segnalate (secondo quanto segnalato dall’associazione Meter).

Dall’agosto 2019, in Italia, il revenge porn è punito come reato dal nuovo art. 612-ter del codice penale, presente all’interno del Codice Rosso!

La nozione di “revenge porn” è ormai di uso purtroppo comune, complice il moltiplicarsi di episodi di “vendetta porno” ai danni di innumerevoli vittime, sia uomini che (prevalentemente) donne,  nel quale si sono ritrovate violate nella loro sfera intima e hanno visto la propria immagine diffondersi in maniera “virale” senza averlo mai concesso o, addirittura, dopo essere state immortalate a loro insaputa.

Cos’è il revenge porn?

Il revenge porn può, essere identificato nella pubblicazione, o minaccia di pubblicazione (anche a scopo di estorsione), di fotografie o video che mostrano persone impegnate in attività sessuali o ritratte in pose sessualmente esplicite, senza che ne sia stato dato il consenso dal diretto interessato, ovvero la persona o una delle persone coinvolte.

I fatti di cronaca purtroppo,  hanno dimostrato come a perpetrare il ricatto sessuale siano soprattutto quel tipo di  persone legate a vario titolo alla vittima, a seguito di un rapporto sentimentale sia tra coniugi, che compagni, ma anche fidanzati, che agiscono in seguito alla fine di una relazione per “punire”, o meglio umiliare o provare a controllare gli ex o le proprie ex, facendo uso delle immagini o dei video in loro possesso.

Ad esempio, possono trattarsi di selfie scattati dalla stessa vittima e inviati all’ex partner, oppure di video e fotografie scattate in intimità con l’idea che dovessero rimanere nella sfera privata oppure, addirittura, di scatti e riprese avvenuti di nascosto, senza che una delle parti ne fosse consapevole.

La condivisione di tali immagini, che può avvenire in rete, ma anche attraverso e-mail e cellulari, il che conduce ad un risultato disarmante per le vittime: umiliazione, lesione della propria immagine e della propria dignità, condizionamenti nei rapporti sociali e nella ricerca di un possibile impego.

Il fenomeno, purtroppo, ha visto una crescita esponenziale negli ultimi anni anche in Italia dove gli episodi di vendetta pornografica hanno talvolta assunto contorni drammatici, risolvendosi nella morte delle vittime, esasperate dalla situazione creatasi a seguito della diffusione dei proprio video o di scatti privati.

Nel nostro Paese, molti sono stati gli episodi che spesso hanno condotto a gesti estremi, come ad esempio il suicidio della vittima, basta ricordarsi del caso più conosciuto di Tiziana Catone, i cui video hanno incominciato a circolare in rete tramite Whatsapp e Facebook, in maniera incontrollabile.

Cosa fare per contrastare tale reato?

Questo fenomeno che sta dilagando tra gli adolescenti delle nuove generazioni, Se era difficile gestire il fenomeno sui social media, lo è ancora di più se il passaggio avviene su gruppi chiusi di Telegram.

Prima di tutto sporgere querela il prima possibile agevola le indagini: la vittima ha 6 mesi di tempo per farlo.

Sarà poi la Polizia postale, incaricata dal pubblico ministero titolare delle indagini, ad aiutarla nella raccolta della prova. Si punta a punire anche la condotta degli eventuali “condivisori” delle immagini diffuse dall’autore del reato. La stessa pena, dunque, si applicherà anche nei confronti di chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini o i video, li diffonde a sua volta al fine di recare nocumento agli interessati.

La nuova fattispecie di reato punisce: “chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde, senza l’espresso consenso delle persone interessate, immagini o video sessualmente espliciti, destinati a rimanere privati – con – la reclusione da 1 a 6 anni e la multa da 5.000 a 15.000 euro”.

La fattispecie è aggravata se il reato di pubblicazione illecita è commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, ovvero da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa.

Ulteriori aggravanti sono previste anche se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici oppure se sono commessi in danno di persona in condizione di inferiorità fisica o psichica o in danno di una donna in stato di gravidanza.

Dal punto di vista giuridico e tecnologico, molto è stato fatto per accelerare la rimozione dei contenuti: diversi processi hanno affermato principi giuridici importanti, e i social network stanno collaborando più che in passato.

Per questo è necessario raccogliere la prova digitale in modo corretto. Il modo migliore per fare una denuncia, infatti, è quello di presentarsi dalle autorità competenti con una chiavetta usb, o un cd, contenenti queste prove, e un breve documento che elenchi tutti gli url, ovvero l’elemento che ci permette di trovare un sito web, cioè l’indirizzo che noi digitiamo nel browser quando cerchiamo una pagina o un file dove essi sono ancora visibili, non bastano solo i cosiddetti  “screenshot”, o il semplice timore che stia circolando un video, deve tutto esser provato, senza tralasciare alcun dettaglio.

Una persona che purtroppo si trovi coinvolta in tale forma di violenza,  in gruppi presenti sia sul web che nella messaggistica istantanea, quale Whatsapp o Telegram, e vuole segnalarli, può farlo direttamente in piattaforma, alle forze dell’ordine, o chiedere il sostegno ad associazioni in difesa delle vittime, onde evitare, magari che qualcun altro possa cadere nella stessa trappola.

Solo in questo modo si potrà fermare il fenomeno di divulgazione delle proprie immagini o video.

Marcello Marcone


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