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I big del Gop scaricano Trump: rielezione sempre più in salita

Estero

Domenico Maceri

La senatrice Lisa Murkowski, repubblicana dell’Alaska, non è sicura che voterà per Donald Trump all’elezione di novembre. La senatrice ha dichiarato che “sta lottando” con questa decisione da molto tempo. La Murkowski, come la senatrice Susan Collins del Maine, è uno di quei senatori etichettati moderati, ma spesso nei voti che contano, si schiera con il suo partito. Nel caso del voto sull’impeachment di Trump del mese di febbraio, ambedue senatrici hanno votato seguendo la linea imposta dal presidente del Senato Mitch McConnell per assolvere l’attuale inquilino della Casa Bianca.

A cinque mesi di distanza dall’elezione molto può cambiare e potrebbe darsi che la Murkowski alla fine rimarrà nel campo di Trump. Altri big del Partito Repubblicano lo hanno definitivamente scaricato. George W. Bush, il 43esimo presidente, non voterà per Trump come pure sembra anche il fratello Jeb, ex governatore della Florida. Il senatore Mitt Romney dell’Utah, già candidato presidenziale del Gop (Grand Old Party), sconfitto da Barack Obama nel 2012, seguirà la stessa strada contro Trump. Cindy McCain, vedova di John McCain (candidato presidenziale sconfitto da Obama nel 2008), ha dato indicazioni che non voterà per Trump nemmeno lei.

Al di là di questi luminari del Gop che in un modo o nell’altro sono contrari a una rielezione dell’attuale inquilino della Casa Bianca parecchi generali si sono anche schierati contrari a Trump. William H. McRaven, ammiraglio della marina in pensione, noto per avere guidato il raid che ha eliminato Osama bin Laden, ha anche detto che l’America “ha bisogno di nuova leadership” che non sia Trump, poco importa se sia un democratico, un repubblicano o un indipendente. Anche il generale Jim Mattis, ex ministro della Difesa di Trump, ha rilasciato una pungente condanna in cui asserisce che l’attuale inquilino della Casa Bianca è l’unico presidente in tutta la sua carriera che “non cerca di unificare il Paese e che non fa nemmeno finta di provarci”. Mattis era specialmente deluso dal recente tentativo di Trump di usare le forze armate americane per affrontare i manifestanti nel caso di George Floyd.

Colin Powell, un altro ex generale repubblicano in pensione, si è aggiunto alla voce di Mattis. In un’intervista televisiva, Powell, che ha servito in parecchie amministrazioni repubblicane da Ronald Reagan, a George Bush padre e George Bush figlio, ha persino detto che nelle prossime elezioni voterà per Joe Biden. Powell, nonostante la sue fede repubblicana, ha già votato per candidati democratici incluso Barack Obama e Hillary Clinton. Anche il generale Mark Milley, Chairman of the Joint Chief of Staff, ha preso le distanze dal suo capo. Milley ha chiesto scusa per avere partecipato al forzato varco dei manifestanti per permettere a Trump di recarsi alla St John Episcopal Church dove si è fatto fotografare con Bibbia in mano per uno spot elettorale. Milley ha chiarito che l’esercito non deve partecipare per il controllo dei cittadini americani quando protestano “per secoli di ingiustizia verso gli afro-americani”.

Trump non ha ancora commentato le parole di Milley ma le sue

reazioni su Mattis e Powell non si sono fatte aspettare. Il 45esimo presidente ha accusato Powell, non ingiustamente, di avere grosse responsabilità per la disastrosa guerra in Iraq scatenata dal presunto possesso di armi di distruzione di massa da parte di Saddam Hussein. Trump ha anche attaccato Mattis considerandolo un generale sopravvalutato. C’è da chiedersi perché l’attuale inquilino della Casa Bianca lo aveva nominato ministro della Difesa. Ma poi, è già notissimo che Trump nomina persone e poi le licenzia quando diventano scomodi perché non fanno esattamente quello che lui vuole. Ambedue Powell e Mattis godono di notevole rispetto nei circoli dell’establishment repubblicano. Parecchi senatori infatti hanno recentemente alzato la loro voce difendendo Mattis per il suo servizio al Paese.

Il fatto che Trump sia scaricato da alcuni big dell’establishment repubblicano non rappresenta un serio problema eccetto che può incoraggiare altri, specialmente al Senato, a venire allo scoperto e dire quello che pensano sull’operato e i comportamenti tutt’altro che rispettabili di Trump. In grande misura, i membri repubblicani della Camera Alta tacciono come si è visto nel recentissimo caso del tweet disgustoso di Trump su Martin Gugino. Il 75enne attivista di pace italo-americano, spinto a terra violentemente da due poliziotti è caduto ferendosi alla testa. Secondo Trump si potrebbe trattare di una messinscena ed è possibile che Gugino sia un “provocatore Antifa”, il movimento antifascista e antirazzista. Parecchi senatori si sono rifiutati di commentare il tweet di Trump, tacendo davanti ad altre parole disgustose del 45esimo presidente, asserendo di non leggere i suoi prolifici tweet. L’unico senatore che non solo ha letto il tweet di Trump è stato Romney il quale lo ha classificato di “scioccante”. Romney, infatti, si sta allontanando ancora di più da Trump, avendo anche recentemente partecipato alla manifestazione anti-razzista a Washington. Il senatore dell’Utah ha anche twittato una foto del padre George il quale anche lui credeva alla giustizia sociale avendo marciato con manifestanti per i diritti civili a Detroit negli anni ’60.

Le reazioni di Trump alla pandemia e alle manifestazioni anti-razzismo non hanno riflesso nessun tentativo presidenziale di unificare il Paese. La Casa Bianca ha promesso che il 45esimo presidente sta considerando un discorso sulla problematica sociale e tutto sembra fare credere che l’autore principale del testo sarà Stephen Miller, la cui politica viene facilmente descritta di ultra destra e anti-immigranti. Nulla di buono da sperare dunque come ci conferma anche il rifiuto di Trump di cambiare i nomi di una decina di basi militari che riflettono leader degli Stati confederati i quali hanno tradito il loro Paese, combattendo per la scissione nella Guerra Civile del 1861-65. Trump sembra continuare la sua marcia con il suo semplice piano di mantenere la solidità della sua base.

I sondaggi ci dicono che il 52 percento degli americani favorisce i manifestanti mentre il 22 percento sono contrari. Ancora più bui per Trump i sondaggi sulle elezioni di novembre che lo vedono indietro a Biden di almeno 10 punti. Il più recentissimo sondaggio della Cnn piazza addirittura Biden a 14 punti davanti a Trump il quale, sorpreso dal distacco, ha incaricato uno dei suoi sondaggisti a smentirlo come fake news. La Casa Bianca ha persino richiesto una ritrattazione alla Cnn perché, a dire del 45esimo presidente, il sondaggio mira a “fabbricare una narrativa anti-Trump”. Emerge infatti la paura che la rielezione sarà improbabile e che i senatori repubblicani, specialmente McConnell, faranno un pensierino sulla loro possibilità di essere affondati e perdere la maggioranza al Senato. Dovrebbe preoccupare in particolar modo la situazione dei senatore Cory Gardner (Colorado), Susan Collins (Maine) e Martha McSally (Arizona) che avranno serie difficoltà a essere rieletti a novembre. Quanto tempo continueranno ancora questi senatori a mantenere il silenzio supportando Trump invece di scaricarlo come hanno già fatto Bush, Powell, Romney e Mattis?

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.


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