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Sull’inquieta Hong Kong lo spettro proibito di Tiananmen

Cronaca

Nella zona amministrativa speciale vietata per la prima volta, causa ufficiale il Covid, la tradizionale veglia di massa per le vittime del 4 giugno 1989. Promossi piccoli raduni a gruppi di otto, in un clima sempre più teso dopo la stretta normativa sulla sicurezza nazionale approvata da Pechino 

 

piazza Tiananmen nel 1989, con la Statua della Libertà in – E’ dunque il covid, non il Partito Comunista Cinese, che ha imposto al Governo di Hong Kong di proibire – per la prima volta – la tradizionale veglia di commemorazione della strage di piazza Tiananmen sulla spianata di Victoria Park. È il covid, con le norme di distanziamento simili a quelle assunte in Europa – nel caso di Hong Kong divieto di riunione per più di otto persone – che impedirà domani 4 giugno la sola celebrazione su suolo cinese delle vittime di Tiananmen. Un divieto letto come un pretesto, anche in America e nel Vecchio Continente, per mettere la sordina alle manifestazioni democratiche di Hong Kong dopo un anno di scontri, scaturiti dalla proposta di legge sull’estradizione e finiti con l’approvazione della legge sulla sicurezza, che contempla misure assai più forti.

E intanto il covid. Che si è innestato sulle proteste dei movimenti pro-democratici hongkonghesi; che si è innestato sui rapporti tra Cina e resto del mondo: Pechino vs Washington vs Londra vs Bruxelles. Il mantra anti-cinese di Donald Trump è scandito su responsabilità e silenzi circa la prima evoluzione della pandemia da Wuhan. L’altro lato risponde con smentite e controaccuse, mentre crescono tensione e ritorsioni. Hong Kong è tra i due fuochi. Era già terreno di scontro e adesso lo è di più.

I filocinesi, che definiscono Joshua Wong e i giovani protagonisti del movimento “al soldo di americani e inglesi”, reputeranno l’accusa corroborata, alla vigilia della negata commemorazione di Tianananmen, dall’offerta del primo ministro britannico Boris Johnson di un visto che apre la possibilità della cittadinanza per due milioni e 850 mila hongkonghesi.

Pechino bolla le “gravi ingerenze” (e il Ministero degli Esteri minaccia rappresaglie). Pechino bollò le “gravi ingerenze” trentun anni fa. Per Tiananmen. Lontanissimo è il 1989 soprattutto se non si può commemorarlo. Lontanissimo è anche nella comparazione visiva: l’enorme piazza pechinese, dove gli studenti si accamparono facendo lo sciopero della fame fino all’arrivo dei carri armati, era zeppa di biciclette. Un’altra Cina. Ma spiccava, costruita alla men peggio, una replica della Statua della Libertà fatta di gesso e polistirolo. Come l’estate scorsa nei raduni davanti al LegCo, il parlamentino hongkonghese, la piazza si riempì di bandiere americane.

Accuse di ingerenze allora come oggi. C’era anche qualche bandiera del Regno Unito e pertanto l’intervento di Johnson è stato recepito con particolare irritazione: non è più, come accadde durante la Rivolta degli Ombrelli del 2014, una voce autorevole che si leva da Londra come fu quella dell’ultimo governatore della colonia, Chris Patten. Adesso è una voce istituzionale, è Downing Street che ha parlato (anzi scritto: Johnson ha scelto questa formula).

Eppure Tiananmen sarà ricordata benché in forma ridotta a Hong Kong: resterà centrale l’iconico scenario di Victoria Park, che porta nel nome la dedica alla grande sovrana, perché la toponomastica resiste alla storia. E sarà ricordata sulla penisola di Kowloon e nei New Territories.

Bizzarro o asimmetrico sembra l’auspicio espresso dalla Ue, che il Covid non blocchi le celebrazioni. Perché il Governo della Regione amministrativa speciale cinese potrebbe chiedere a Bruxelles come mai ritiene derogabili le norme sugli assembramenti a Hong Kong e non, per esempio, in Europa. 

È tuttavia ampio il programma di iniziative fisiche e virtuali a Hong Kong. Il Pen Club locale ha organizzato letture in inglese via Zoom sulla sua pagina Facebook; HK Alliance (l’organizzatrice annuale della veglia) ha promosso l’appuntamento di Victoria Park suggerendo raduni a gruppi di otto nel rispetto delle disposizioni sanitarie alle ore 20, con l’accensione delle tradizionali candele e un minuto di silenzio alle 20.09, chiedendo di immortalare la circostanza con fotografie che saranno caricate sui social media. L’hashtag ufficiale è #6431truth.

Analoghe iniziative (a gruppi di otto con accensione delle candele alle 20 e minuto di silenzio alle 20.09) sono previste nel distretto di Mong Kok a Kowloon, nella zona poco distante di Lai Chi Kok (entrambe teatro di recenti scontri di piazza), a Whampoa sulla promenade dove sono in cartello proiezioni all’aperto, nel distretto di Tsuen Wan con vari punti di raduno. E ancora sull’isola di Lamma, a Tai Po e a Kwai Tsing.

I gruppi di otto tenteranno di ammassarsi, sfidando la polizia e seguendo il “Be water” preso a prestito da Bruce Lee? E’ una possibilità. Come è una paventata possibilità che l’interruzione di una tradizione dopo trentun anni, con il giro di vite normativo impresso da Pechino, diventi un divieto permanente e nei prossimi anni la memoria del massacro di Tiananmen venga abolita a Hong Kong, che dà ancora ospitalità ad alcuni studenti che furono testimoni di quel massacro e si sono fatti anziani tra fughe e galera.

Quasi in silenzio è scomparso a luglio dell’anno scorso, novantenne, colui che fu considerato il maggiore responsabile della strage: Li Peng, primo ministro nel 1989, il pupillo di Zhou Enlai e riferimento dei conservatori. Lui il 20 maggio ’89 proclamò la legge marziale a Pechino, mentre si consumava un’aspra lotta nel regime di cui avrebbero fatto le spese gli studenti con la vita il successivo 4 giugno e il segretario generale del Partito, Zhao Ziyang, nei cui confronti fu persino adombrata la collusione con i manifestanti.

Era un’altra Cina, molto meno spavalda all’estero e molto meno forte dell’attuale. L’imbarazzo che tenne in silenzio i vertici per cinque giorni dopo Tiananmen, e che fu rotto il 9 giugno da Deng Xiaoping in un discorso televisivo, dopo trentun anni ancora non si è sciolto. I conti non sono stati fatti e il numero dei morti resta ignoto.

Fu allora, dopo Tiananmen, che gli hongkonghesi temettero davvero per il ritorno alla madrepatria, mentre il negoziato per l’handover del 1997 stava facendo il suo corso. Sarà, ancora una volta, consegnata agli studenti la parola domani perché in fondo la storia della Cina continua a essere più ricorsiva che lineare. Il Movimento degli Studenti del 4 maggio 1919, quello della primavera 1989, quello del 2019 a Hong Kong si tramandano la costante tensione degli ultimi cento anni.


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