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Il tempo, costante dell’animo umano. Intervista a Giorgio Nisini

Arte, Cultura & Società

Può la concezione del tempo che scorre inevitabilmente nelle nostre esistenze diventare una sorta di “ossessione” per un individuo? Lo diventa per Alfredo Del Nord, uno dei protagonisti de “Il tempo umano”, Harper Collins Italia, il nuovo romanzo dello scrittore e saggista Giorgio Nisini. Per quest’uomo dall’animo complesso e altamente sensibile il tempo diventa infatti una costante della sua vita tanto da indurlo a creare un’azienda che produce orologi di lusso. La sua vita si incrocia con quella di un altro personaggio cardine del romanzo, Tommaso, docente universitario di lettere che si innamora di sua figlia maggiore, Beatrice, una ragazza razionale ma dall’animo inquieto. L’incontro con quest’ultima condurrà Tommaso ad entrare a far parte, seppur marginalmente, nella famiglia Del Nord, una famiglia fuori dall’ordinario. All’interno di essa conoscerà Maria, la figlia minore di Alfredo Del Nord con la quale Tommaso intraprenderà una relazione clandestina incentrata sulla passione pura. A questo punto il lettore non potrà fare a meno di entrare in empatia con il personaggio di Tommaso tanto da seguire le sue vicissitudini con tanto trasporto ed emozione sino all’ultima pagina.

“Il tempo umano” è un romanzo sublime narrato con magistralità da uno scrittore degno di nota. Da esso emergono tematiche esistenzialiste come la concezione del tempo, la dualità che è insita in ogni essere umano, l’amore passionale, il senso dell’esistenza. È inevitabile non ritrovarsi a riflettere sulle fasi della propria esistenza e sul tempo che scorre e che ha sempre a che fare con la nostra anima tanto da contribuire a cambiarla nel profondo.

Del tempo, di com’è nata l’idea per questo romanzo e dell’amore vero ci parla Giorgio Nisini in questa ispiratoria intervista.

Com’è nata l’idea di creare un personaggio così particolare e complesso come Alfredo Del Nord, creatore dell’azienda di orologi Dea Nigra?

Non era semplice trovare un punto di vista da cui far partire una narrazione su un tema così affascinante e complesso come quello del tempo. La figura di Alfredo Del Nord mi è sembrata particolarmente congeniale: attraverso di lui, che nel romanzo diventa uno tra i più grandi produttori di orologi di lusso al mondo, potevo non solo riflettere sullo scorrere del tempo e su come noi lo percepiamo, ma anche sul tentativo ossessivo di controllarlo e misurarlo.

La passione di Alfredo del Nord è il tempo. Lei che rapporto ha con il tempo?

Un rapporto in prima battuta intellettuale. Da sempre sono appassionato di tutto ciò che riguarda questo concetto: film, romanzi, libri di filosofia, teorie quantistiche, orologeria antiquaria. Dietro questo rapporto c’è chiaramente un’ossessione più profonda, che mi porta a credere che il tempo sia la vera essenza della nostra vita: siamo perseguitati dal nostro passato, dai nostri ricordi, dai nostri traumi, dalle nostre esperienze trascorse, ma siamo condizionati anche dal nostro futuro, e cioè dai sogni, dalle speranze, dalle paure, dai destini possibili che non smettiamo mai di immaginare.

 

Parlando del “tempo dell’esistenza umana”, lei in quante e quali fasi lo dividerebbe?

Sicuramente siamo tutti dentro un ciclo impalcabile: c’è la nostra primavera, in cui siamo fiori e poi frutti immaturi, pieni di odori e di scoperte; c’è l’estate, la nostra giovinezza, l’immersione nella vita; poi l’autunno, con la sua malinconia e i suoi colori crepuscolari; infine l’inverno, la fine del nostro ciclo, a cui ne seguirà un altro da cui siamo insieme esclusi e inclusi, senza neanche saperlo.

Tra le tematiche affrontate nel suo romanzo centrale è la dualità tra “eros” e “amore”. Possono combaciare questi due concetti o sono destinati ad essere duali come la dualità che sperimenta Tommaso, uno dei protagonisti principali?

Nel romanzo Tommaso è molto netto nei suoi pensieri: l’amore è un «sentimento tumorale», dice fin dal prologo, «che non ha nulla a che vedere con l’equilibrio emotivo di una normale vita di coppia: l’amore esaspera, perseguita, pone in una condizione di emergenza. È il coltello con cui frugare dentro se stessi, come diceva Kafka». Non so se quella di Tommaso sia la verità, ma di certo l’amore non è un concetto compatto e definibile una volta per tutti. Mi viene in mente un libro di Clive Lewis, I quattro amori, in cui l’autore distingue appunto quattro principali forme di amore: l’eros, l’affetto, l’amicizia e la carità. L’eros non combacia con l’amore, ne è una specifica manifestazione.

 

Con il suo romanzo lei ha messo a nudo l’animo umano. Da dove nasce il suo interesse nei confronti della mente umana e la psicologia?

Nasce dall’esercizio delle relazioni umane. La letteratura per me non è solo narrazione di storie, ma è anche e soprattutto indagine dell’animo umano. Ci sono cose che solo la letteratura, e più in generale l’arte, riescono a cogliere: sfumature, idiosincrasie, movimenti di sguardo, cause e concause di un fatto, o, come diceva Gadda, una tensione tragica, un mistero, forse le ragioni o le irragioni che stanno dietro quel fatto.

 

Nel suo libro si parla di amore tormentato, struggente che porta Tommaso ad essere ossessionato dal passato.  È questo il vero amore? Per lei come deve essere?

Non credo sia possibile rispondere a questa domanda. Forse anche l’amore, come il tempo, è relativo. Del resto non mi interessava scrivere un romanzo d’amore, o capire qualcosa su questo sentimento così oscuro, ma utilizzarlo come strumento per sondare l’animo umano. In questo caso mi sono concentrato su un tipo di amore compulsivo e dannoso, un amour fou, per dirla con Breton, coniugato però a un amore quasi cortese. Lo ha notato bene Massimo Onofri, che in una sua recensione ha messo a fuoco la presenza di uno stilnovismo patologico che attraversa tutto il libro.

Come mai la scelta di ambientare il suo libro tra Roma e Bari?

Perché ho vissuto sia a Roma che a Bari, due città che hanno segnato in diverso modo alcune fasi della mia vita.

 

C’è un personaggio del suo romanzo al quale è più affezionato rispetto agli altri e perché?

Difficile rispondere a questa domanda: è come per i figli, non ci sono personaggi che amo di più. Però in questa occasione voglio ricordare Lambert Wasserstrom, un orologiaio svizzero che appare nella seconda metà del libro. Questo strano uomo ipocondriaco che vive isolato in un borgo fuori Zurigo risulterà determinante nello scioglimento della trama. Ho modellato Lambert su un uomo defilato e coltissimo che ho conosciuto qualche anno fa. Di lui mi colpì fin da subito un sentimento persecutorio che rende ancora oggi il suo sguardo pieno di una malinconia indefinibile e incorruttibile.

Quanto di Giorgio Nisini possiamo rintracciare in “Il tempo umano”?

Ci sono molte cose che però restano in ombra, a meno che non sia io a svelarle, come ho appena fatto raccontando di Roma-Bari o di Lambert Wasserstrom. In linea generale però Il tempo umano resta un romanzo di pura finzione, dal momento che non mi interessa l’autofiction o l’autobiografismo puro. Certo ogni romanzo, al di là degli aneddoti o delle coincidenze, esprime una visione del mondo e uno stile che sono profondamente personali, e dunque inequivocabilmente di Giorgio Nisini.

Mariangela Cutrone

 


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