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“La Via”

Arte, Cultura & Società

Intervista, di Fedele Eugenio Boffoli, a Luca Siniscalco 

Luca Siniscalco nasce a Milano nel 1991, si è laureato in Scienze Filosofiche con una tesi sulla rivista «Antaios» presso la Cattedra di Estetica di Milano (Unimi), con cui collabora. È Professore di Estetica presso l’Università eCampus, insegna “Filosofia contemporanea” e “Storia e cultura dell’esoterismo” presso Unitre Milano. Ha curato saggi di A.J. Heschel, J. Josipovici, E. Niekisch, J. Evola, A. Dugin e N. Sombart. È redattore di «Antarès – Prospettive Antimoderne» (Edizioni Bietti) e collaboratore di diverse testate, fra cui «Il Giornale OFF» e «la Biblioteca di via Senato». Suoi articoli e saggi sono apparsi su riviste scientifiche e divulgative e in diverse antologie. Collabora come editor con diverse case editrici.

In questo periodo di pandemia il pensiero critico e filosofico sembra aver subito una battuta di arresto. Paura e incertezza, unite a una preoccupante prevalenza di un pensiero scientifico o pseudo-tale dominante, hanno prevalso su una visione lucida e reale, non trova? 

Condivido l’analisi. Jean Josipovici, un esoterista su cui ho avuto recentemente occasione di riflettere, parlava di “scienza oscurantista” al fine di descrivere gli esiti nichilisti e riduzionisti dello scientismo d’impronta positivista che ha avuto ampia visibilità pure nelle ultime vicende storiche cui ha fatto riferimento. Oggi, in un’epoca per molti versi dominata da un incalzante processo di disgregazione dei dogmi propri del moderno – tanto che, in attesa di riuscire a formulare adeguatamente la quintessenza di questi tempi nuovi, si è introdotta la nozione di post-moderno –, di esso permangono, nell’immaginario comune, numerosi schemi interpretativi ed epistemici usurati, eppure di difficile sradicamento, anche per la “dialettica dell’illuminismo” (Adorno e Horkheimer) che ne è il cuore oscuro e contraddittorio. Giorgio Agamben – sulla cui analisi della pandemia pure non concordo in toto, essendo a mio avviso la fenomenologia di quest’ultima del tutto in linea con il modello politico-culturale già da tempo dominante, una sua più chiara ed evidente manifestazione insomma – ha spiegato con accuratezza come il fatto «che la scienza sia diventata la religione del nostro tempo, ciò in cui gli uomini credono di credere, è ormai da tempo evidente. (…) la medicina, come il capitalismo, non ha bisogno di una dogmatica speciale, ma si limita a prendere in prestito dalla biologia i suoi concetti fondamentali. A differenza della biologia, tuttavia, essa articola questi concetti in senso gnostico-manicheo, cioè secondo una esasperata opposizione dualistica. Vi è un dio o un principio maligno, la malattia, appunto, i cui agenti specifici sono i batteri e i virus, e un dio o un principio benefico, che non è la salute, ma la guarigione, i cui agenti cultuali sono i medici e la terapia. Come in ogni fede gnostica, i due principi sono chiaramente separati, ma nella prassi possono contaminarsi». Questo immaginario escatologico ed extra-ordinario, privo tuttavia del radicamento simbolico, metafisico e assiale proprio delle apocalittiche tradizionali, ha alimentato il clima pandemico, e tuttora scorre in filigrana alle vicende della nostra quotidianità. Lo spirito non soffia più dove vuole, ma solo dove l’umana ragione, per il tramite della scienza, impone e proclama. 

Scienza, filosofia e altri saperi non possono accampare primati, in quanto prospettive relative per integrare una visione unitaria e interrelata, non crede? 

Certamente. La questione che lei pone riguarda gli assetti educativi e culturali su cui è edificata la Weltanschauung (visione del mondo) contemporanea dell’Occidente – e quindi del mondo globalizzato tutto –, ma ancor prima i suoi modelli epistemici e conoscitivi. L’abitante del moderno ha sacrificato agli altari della Storia, della Scienza e del Progresso il carattere composito e olistico del proprio tradizionale assetto gnoseologico: dall’uomo come mediatore fra “stati dell’essere” (Guénon) e piani di realtà si è farsescamente trascorsi all’individuo atomizzato e riduzionisticamente concepito. “Dio è morto” (Nietzsche), con la conseguente “perdita dell’anima” da parte dei popoli (Hillman), perché l’uomo non è più capace di rapportarsi fecondamente all’Origine. Eppure tale possibilità, che spesso mi sono trovato a definire “sguardo mitico-simbolico”, sulla scorta degli studi intrapresi sull’opera di Mircea Eliade e di Ernst Jünger, e più generalmente sul pensiero antimodernista, si può dare in forma rinnovata, sempre e ancora, nell’hic et nunc. Ciò non significa rifiutare aprioristicamente una metodologia o attribuire un primato a un solo indirizzo conoscitivo, a scapito di altri, quanto di apprenderne la costante co-implicazione e il loro simultaneo riferirsi a una sfera originaria e archetipica di cui le diverse scienze offrono distinte ma convergenti raffigurazioni. Tutte fondamentali “avvicinamenti” (Annäherungen, per dirla con Jünger) alla verità, tutte approssimazioni incomplete e reiteratamente configurabili all’enigma. Fuoriuscendo da un pensiero riduzionista, improntato al dualismo gnoseologico, al principium firmissimum come grimaldello logico e al razionalismo analitico quale unico strumento dialettico è possibile realizzare una visione organica della realtà – la stessa che già Goethe, nei suoi scritti sulla “Metamorfosi delle piante” riconosceva quale passaggio fondamentale a un’altra modernità – a un Nuovo Inizio (Neuer Anfang), per dirla con Heidegger e il suo pensiero poetante. Ebbene, tutto principia dalla formazione culturale da cui siamo plasmati. Insomma, «se l’uomo cambia il proprio essere, allora percepirà la stessa realtà in altre forme» (Evola). Percepire l’Unus Mundus nella sua poli-articolazione rimane segnatamente la grande sfida aperta dagli orizzonti infiniti del postmoderno. 

L’egemonia dei Mercati, a livello globale, agisce sull’omologazione e spersonalizzazione dell’Umanità, con perdita conseguente delle preziose identità e specificità… 

Questo tema si ricollega, su un piano filosofico ed esistenziale, al precedente. L’omologazione, su ogni livello, è sempre frutto del riduzionismo. Il quale, a sua volta, è una forma di razzismo e suprematismo gnoseologico. La questione su cui vengo qui stimolato è davvero troppo ampia perché vi si possa rispondere in maniera anche solo introduttiva. Proseguendo tuttavia sulla linea argomentativa della discussione, vorrei precisare come il mondialismo – ossia l’idolatria della globalizzazione quale stella polare di una nuova civiltà universalista sradicata – possa essere a pieno diritto considerato una interpretazione monotonica e livellatrice del reale. Specificità e identità vengono vissute come forme d’intralcio a questo processo, che è peraltro strettamente apparentato alla tecnica e rivestito, da parte del pensiero mainstream, della medesima funzione escatologica. Le riflessioni di Jünger, Heidegger e Severino, al di là delle specifiche differenze, risultano di fondamentale utilità per approfondire tale legame. D’altronde le implicazioni antropologiche connesse a tale fenomeno sono radicali: l’“homo religiosus” (Ries) si è tramutato in “homo saecularis” (Calasso) o, per dirla con Giulio M. Chiodi, «l’uomo dei soli consumi materiali è in realtà homo vorans che alla fine si scopre homo voratus, l’uomo dei diritti e non dei doveri». Ma è Jünger, in “Irradiazioni”, ad aver coniato una delle immagini più caustiche nella critica all’economicismo: «Le dottrine puramente economiche devono necessariamente condurre al cannibalismo». 

Il recupero delle peculiarità relative passa, prima di tutto, per il riconoscimento della persona e dall’assunzione di responsabilità della stessa (sociale, culturale, ecc.), concorda? 

Sono convinto, più in generale, e come già variamente accennato, che qualsiasi trasformazione radicale richieda una trasfigurazione del tipo umano che si fa protagonista e interprete di tale mutamento. Non si dà rivoluzione senza una forma antropologica corrispondente. Ogni civiltà si fonda infatti su un typus umano qualitativamente distinto dai simili della sua specie appartenenti ad altre epoche e culture. Lo stesso Genius loci, sotto un certo punto di vista, come acutamente riconosciuto da Aleksandr Dugin, è imprescindibilmente apparentato a un Soggetto Spaziale (o “soggetto noemico”), cioè al polo sovra-soggettivo dell’esserci (Dasein) come fondamentale contrappeso all’enigmatica potenza “oggettiva” dello stesso darsi e im-porsi del luogo. Spunti per un’antropologia nuova provengono dal saggio “Noomachìa”, dello stesso Dugin, in cui si argomenta l’importanza della Noologia, una disciplina filosofica volta a indagare il Nous (l’Intelletto divino) nella sua manifestazione attraverso i logoi – declinati al plurale, si badi bene. «La Noologia – spiega infatti Dugin – costituisce la base filosofica del multipolarismo poiché l’idea sottostante la Noologia è che non esiste un solo pensiero universale e comune a tutta l’umanità ma che ve ne sono diversi, che l’intelletto si rivela molteplice. Quando cerchiamo di studiare accuratamente il Nous, l’intelletto, il pensiero, scopriamo quanto il processo del pensiero dipenda dalla cultura. Se ci si muove nel contesto di una determinata cultura, si pensa in un modo. Se si appartiene ad un’altra cultura, ad un altro gruppo etnico, ad un’altra religione, ad un’altra generazione, si pensa in un modo completamente differente». Al contempo, se è la cultura che influenza in profondità la genesi della visione del mondo del singolo, è proprio il tipo umano a determinare l’assetto culturale. Non si esce da questo antico e affascinante circolo ermeneutico. Ecco che, adottando questa prospettiva, riflettere sulla nozione di persona risulta fondamentale. Su questo concetto si è soffermata un’antica e variegata tradizione filosofica. Nella mia prospettiva è nell’opera di Julius Evola che possiamo riconoscere una delle più affascinanti e approfondite disamine di tale orizzonte. Evola suggerisce che proprio nella persona sia riposta la possibilità di sviluppare quel centro metafisico perduto nella modernità, del tutto assente nell’individuo atomizzato, borghese e materialisticamente orientato, centrale invece in questa paradossale figura – il cui radicamento assiale è tanto più fondato quanto impersonale e dinamico. Recuperare un personalismo capace di sfuggire tanto dalle maglie dell’individualismo moderno (e del culto postmoderno del rizoma) quanto dal collettivismo massificato – due facce della stessa medaglia – è un compito quanto mai urgente. 

Non pensa che l’Arte, in quanto relazione profonda con il mondo, nel suo processo alchemico ed ermetico, e con la testimonianza nelle opere, possa rispondere, come via, a questo momento di crisi mondiale? 

Il tema della funzione anti-nichilista dell’Arte ha trovato una celebre formulazione in Nietzsche, variamente ripresa e modulata da molti autori della Konservative Revolution – si pensi a Gottfried Benn, Ernst Jünger e Martin Heidegger, solo per citarne alcuni. Vi è anche un importante filone di estetica teologica interno al cristianesimo, tanto cattolico (von Balthasar) quanto ortodosso (Florenskij). Ovviamente le prospettive concrete che in questi autori emergono nel rapporto con l’arte sono dissimili tra loro, talora persino antitetiche. Ma affine è l’orizzonte immaginale di senso che scaturisce dall’ontologia dell’arte, il cui protagonista indiscusso è l’“artista armato” (Zecchi) cantato da Jünger: «Il poeta – stando all’autore tedesco – manifesta l’enorme superiorità del regno delle Muse su quello della tecnica, e aiuta l’uomo a ritrovare se stesso: il poeta è Ribelle». Auspicabili sono, pertanto, fenomeni di Tecno-ribellione e Arte-ribellione: due formule strettamente connesse per un recupero non umanista-soggettivista, bensì archetipico (o cosmoteandrico, per dirla con Panikkar), della centralità dell’Estetica come stile, presenza, estasi della forma e culto della meraviglia. 

A seguito della crisi, è possibile ripristinare le Geopolitiche planetarie e, di conseguenza, le relative Economie senza ripristinare e tessere una rete, sostenibile e valoriale, di pensiero e di senso?  

Domanda complessa, su cui non è semplice esprimersi senza emettere giudizi affrettati e parziali. Il pensiero oggi esiste – sarebbe miope negarlo. Si palesa, per usare un’immagine duginiana, come Logos di Cibele, dominio dell’informale, del caotico e dell’elemento ctonio-ginecocratico. D’altronde esistono radici sparse e disomogenee che riflettono con rigore – e operano programmaticamente – sulla scorta delle considerazioni altre, eccentriche, su cui stiamo riflettendo proprio in questo dialogo. Serve tempo perché attecchiscano e germoglino.

Quali i suoi futuri impegni?       

Grazie innanzitutto per l’interessamento. Sul piano della ricerca sono impegnato nella redazione di due contributi accademici, rispettivamente dedicati alla filosofia del già più volte citato Ernst Jünger, uno dei miei autori prediletti, e al tema religioso-simbolico della follia sacra. Sono poi impegnato nella promozione della rivista «Informazione Filosofica», del cui comitato tecnico-editoriale sono membro, e che ha recentemente lanciato il sito (https://www.informazionefilosofica.it/) e il suo primo numero, dedicato all’Ermeneutica del “Ponte” e del “Muro”. Sono poi attivo, con gli altri membri della redazione della rivista «Antarès. Prospettive antimoderne» nella programmazione dei temi dei prossimi fascicoli (su cui non rivelo nulla, ma posso garantire che saranno sorprendenti). Sto infine curando vari altri progetti, di natura editoriale ed artistico-espositiva, che verranno comunicati a partire da settembre.

Foto: fonte Web 


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